Vita

Bioetica. Ecco l'America dell'«aborto tardivo»

Elena Molinari, New York giovedì 31 gennaio 2019

Il provvedimento appena approvato nella Grande Mela apre un conflitto con misure che negli Usa proteggono il bambino nell’utero materno. Un’incertezza che potrebbe essere risolta solo da una sentenza della Corte Suprema

La polemica è scoppiata a New York, ma l’eco che ha ricevuto in tutti gli Stati Uniti – e nel mondo – nel giro di una sola settimana rivela come una legge approvata nell’Empire State abbia toccato un nervo scoperto del dibattito sull’aborto, doloroso anche per molti sostenitori del 'diritto di scelta' di una donna.

La misura approvata nello Stato del Nordest ha infatti colpito per il suo ampio respiro: autorizza a interrompere una gravidanza fino al nono mese se la salute della madre rischia di essere compromessa – definizione molto ampia che comprende anche la salute mentale e della quale solo arbitro è il medico – o se il feto è gravemente ammalato. In precedenza, gli aborti dopo la 24ª settimana erano consentiti solo per preservare la vita della madre se a grave rischio. Ora la legge permette a tutti i professionisti della salute, e non solo ai ginecologi, di praticare un aborto.

Ma l’attenzione attirata dal «Reproductive Health Act» della Grande Mela ha fatto passare in secondo piano il fatto che negli Stati Uniti l’aborto tardivo non è una novità. Già altri 7 Stati (Alaska, Colorado, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, Oregon, Vermont) oltre alla capitale Washington, l’hanno legalizzato. E in totale sono 20 quelli dove è possibile, in circostanze non limitate all’imminente rischio di morte della donna, uccidere in utero un feto dopo la 21ª settimana, anche nei casi in cui potrebbe nascere e sopravvivere.

D’altro canto, 17 Stati attualmente vietano l’aborto dopo 22 settimane di gestazione (24 dall’ultima mestruazione) sulla base del fatto che il feto può provare dolore. Altri 9 richiedono che un secondo medico certifichi che l’aborto tardivo è necessario. Un panorama legale complesso che rivela quanto sia controversa una pratica che per la sua stessa natura crea notevoli contraddizioni giuridiche e deve essere portata a termine in modo raccapricciante.

Più la gravidanza è avanzata, infatti, più è complicato mettervi fine. Gli aborti dopo la 20ª settimana richiedono che il feto venga smembrato all’interno dell’utero in modo che possa essere rimosso senza danneggiare il collo dell’utero della donna. Alcuni ginecologi considerano tali metodi, noti come 'dilatazione ed evacuazione', pericolosi perché possono comportare u- na notevole perdita di sangue e aumentano il rischio di lacerazione dell’utero, potenzialmente compromettendo la capacità della donna di avere figli in futuro. Per questo due medici abortisti, uno in Ohio e uno in California, hanno sviluppato indipendentemente un metodo che comporta la dilatazione del collo dell’utero, quindi l’estrazione del feto per i piedi finché solo la testa rimane all’interno e infine la perforazione del cranio. Un metodo barbaro che buona parte della comunità medica americana ha respinto, firmando una dichiarazione inviata nel 2002 al Congresso americano nella quale affermano che «esiste un consenso morale, medico ed etico» attorno al fatto che «la pratica di eseguire un aborto a nascita parziale è una procedura inumana che non è mai necessaria dal punto di vista medico e dovrebbe essere proibita».

Il Congresso ha finito per proibire la 'nascita parziale' nel 2003, con una legge che la Corte Suprema americana ha definito costituzionale nel 2007 e che rimane in vigore. In risposta, molti esecutori di aborti hanno adottato la pratica di indurre la morte fetale prima di iniziare l’estrazione, di solito iniettando una soluzione di cloruro di potassio direttamente nel cuore del bambino. Sono metodi che la maggior parte dei ginecologi rifiuta di utilizzare.

Secondo l’Istituto Alan Guttmacher, gruppo di ricerca che teorizza il diritto di abortire e conduce sondaggi sui medici abortisti nel Paese, almeno il 16% di loro esegue ancora aborti dopo 21 settimane o più di gravidanza, e il numero di tali interruzioni – pari all’1,5% del totale – non è risibile oscillando fra i 6mila e i 12mila l’anno. La misura di New York si spinge in territorio controverso anche dal punto di vista legale, contraddicendo il Codice penale che in 38 Stati sanziona la morte procurata di un infante in utero.

Fino al 23 gennaio se una donna incinta veniva ferita e il suo bambino moriva persino a New York tale morte era considerata omicidio. Il «Reproductive Health Act» ha eliminato questa protezione, servita finora come deterrente per i casi più estremi di violenza domestica o di aggressioni alle donne che, secondo le statistiche, si impennano nel corso di una gravidanza.

A livello federale, inoltre, «The Unborn Victims of Violence Act» del 2004 riconosce un embrione o feto a qualsiasi stadio di sviluppo come una vittima in caso di violenza contro la madre. Il rompicapo giuridico lascia prevedere che la legalità dell’«aborto tardivo» ( late abortion) arriverà alla Corte Suprema, che si troverebbe così a dover rispondere una volta per tutte a questioni fondamentali nel dibattito sull’aborto, come il significato dell’eccezione per la salute della madre, e soprattutto il momento in cui uccidere un bambino non nato diventa un omicidio.

La misura newyorkese potrebbe diventare dunque presto una cartina al tornasole delle molte contraddizioni del dibattito sull’aborto negli Stati Uniti, soprattutto se altri Stati seguiranno il suo esempio. La Virginia potrebbe infatti presto abrogare tutte le restrizioni all’aborto, fino al momento della nascita. Un disegno di legge appoggiato dal governatore Ralph Northam e dai democratici renderebbe legale interrompere una gravidanza nel terzo trimestre, consentendo ai medici di autocertificare la necessità di procedure tardive, consentire aborti dopo la 21ª settimana in ambulatorio, rimuovere i requisiti ecografici e il periodo di attesa di 24 ore fra la richiesta di aborto e la sua esecuzione. Ma proprio ieri un video che mostra uno degli autori della legge, la deputata Kathy Tran, sostenere che la misura della Virginia renderebbe possibile abortire «fino alla 21ª settimana» è diventato virale su Internet.