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Perché i social ci appaiono peggiori di quello che sono

Gigio Rancilio venerdì 16 novembre 2018
«L'argomento migliore contro web e social è un confronto digitale di pochi minuti con l'utente medio». Per ora non vi svelo di chi sia questa citazione, ma sono sicuro che leggendola molti di voi abbiano annuito. Non c'è giorno, infatti, che nel digitale non ci imbattiamo in un post, una frase, un commento, una foto o una «cartolina social» (quelle immagini accompagnate da enormi scritte-slogan) che non ci faccia pensar male del prossimo. Sarò ancor più esplicito: non c'è giorno che sui social non pensiamo che gli altri (perché il problema riguarda sempre e solo gli altri) siano spesso ignoranti, se non addirittura sciocchi. A supportarci in questa nostra impressione contribuiscono anche i tanti (secondo una ricerca americana, sarebbero ben il 47% degli utenti) – che sui social interagiscono con un post o un contenuto senza averlo compreso appieno. Fateci caso, spesso sotto il post di un articolo c'è chi commenta la foto, chi solo il titolo e chi un altro commento sotto al post, anche se non c'entra niente con l'argomento trattato sopra. Sui social è anche facile imbattersi in persone che credono a qualunque cosa o che non sanno cogliere l'ironia. Gente, per esempio, che davanti alla foto ironica di un famoso attore di colore crede davvero sia «un extracomunitario che vive sulle nostre spalle», come recita la scritta (falsa) posta sopra l'immagine.
Ma davvero sono così tanti gli utenti con problemi di comprensione ? Secondo l'Ocse, 11milioni di italiani tra i 16 e i 65 anni (il 27,9% della popolazione, cioè uno su tre) sono «analfabeti funzionali». «Si tratta di persone non in grado di comprendere articoli, contratti e testi minimamente complessi». Gente che finisce così con l'informarsi «solo per sentito dire», magari grazie ai post degli amici, ad articoli con titoli urlati o alle cartoline social con slogan di immediata comprensione. Per capire la gravità del fenomeno basti dire che non riguarda solo le persone con una bassa scolarizzazione, ma anche il 20,9% dei diplomati e il 4,1% per cento di laureati. Com'è possibile? Semplice: «chi non esercita le competenze imparate a scuola o smette di leggere, scrivere e fare di conto finisce col perdere negli anni una parte delle proprie capacità». Ci sono poi i cosiddetti «bias cognitivi». Cioè, i «malfunzionamenti» del nostro cervello (nessuno escluso) che ci portano tra l'altro a dare più retta alle informazioni (anche se palesemente sbagliate o false) e alle idee che confermano un nostro preconcetto e a snobbare tutto ciò che può metterlo in crisi o addirittura smontarlo. C'è anche una terza causa. L'effetto Dunning-Kruger. «È una distorsione cognitiva a causa della quale individui normali tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in una determinata materia».
A rendere le acque social ancor più agitate e torbide c'è anche un fenomeno più recente: la tifoseria digitale politica. Non quella fatta di post, articoli e commenti profondi e ben argomentati, ma quella di bassa lega che deride l'avversario, che cede agli slogan e che usa ogni falsità per colpire il «nemico».
Torniamo ora alla citazione iniziale. Non era (volutamente) corretta. Quella giusta infatti è di Churchill e recita: «L'argomento migliore contro la democrazia è un confronto di pochi minuti con l'elettore medio». Ovviamente è stata pronunciata molto prima dell'avvento dei social (Facebook è del 2004) e su un tema, la democrazia, che ha quasi 2.500 anni di vita. Perché il problema in tutto quello che abbia analizzato non sono tanto le macchine, i computer o il digitale (che hanno comunque difetti), il problema siamo noi. Uomini fragili e in cammino che spesso guardiamo la pagliuzza nell'occhio del nemico ignorando la trave nel nostro sguardo (e i bias nelle nostre menti). In questo senso i social non sono solo luoghi pieni di odio e spazzatura, ma anche sistemi che ci rivelano in parte quello che siamo realmente. Dentro e fuori il digitale.