Opinioni

L'America di Trump e noi. Un mondiale disordine

Andrea Lavazza martedì 17 luglio 2018

Un buon inizio, dopo un periodo in cui le relazioni non potevano essere peggiori (ma per colpa delle precedenti amministrazioni). Il commento dopo un vertice con alleati da recuperare? No, la soddisfatta considerazione al termine del summit con il leader russo Vladimir Putin, quello che dovrebbe essere, se non un avversario, almeno uno sfidante su tanti terreni. Ma ormai Donald J. Trump sorprende soltanto se afferma qualcosa che ci si aspetterebbe da un presidente americano. Il gioco di scompaginare il protocollo e la tradizione, di ribaltare i tavoli e di provare a minare trattati e organizzazioni consolidate è diventato in breve tempo il suo cliché.
Eppure, sebbene preparati alla battuta o alla provocazione poi corretta alla bell’e meglio – a Macron: lasci la Ue e vi farò primi partner commerciali; alla Nato: l’America potrebbe uscirne; a May: faccia causa all’Europa – , sentire il capo della Casa Bianca dire che l’Unione Europea è «nemica» degli Usa fa ancora un certo effetto. Non basta replicare, come ha fatto il presidente del Consiglio Ue, Tusk, che siamo amici e il resto sono fake news. Le notizie "false" diventano moneta corrente con Trump, che però una verità – alla base della sua apparentemente erratica strategia – l’ha pronunciata: America first. Se la disunità dell’Occidente, un tabù fino a pochi mesi fa, è il prezzo per affermare il nazional-populismo dell’attuale Amministrazione americana, si può pagare anche questo. Niente sembra troppo per ottenere qualche possibile vantaggio di breve periodo.

Se l’incontro di Helsinki tra quelli che non sono più i due "padroni" del mondo ha voluto pretenziosamente replicare l’enfasi mediatica degli epocali faccia a faccia dell’ultima fase di Guerra fredda, Trump avrebbe potuto considerare quanto è facile "distruggere" e quanto è complesso e quanto tempo chiede il costruire. Putin ha auspicato di lasciarsi alle spalle quei tempi bui nelle relazioni tra Russia e Stati Uniti, e di conseguenza il tema centrale delle (presunte) interferenze di Mosca nelle elezioni americane è stato quasi goffamente ridimensionato da Trump nella conferenza stampa. Ha detto che se ne è discusso e non ha commentato la recisa smentita del suo interlocutore, se non per associarsi nel negare il caso (dimenticando gli agenti russi incriminati e accusando gli investigatori di casa propria di aver mal gestito l’inchiesta), gettando discredito sul sistema liberale della divisione dei poteri (difeso paradossalmente dallo "zar" del Cremlino).
Il presidente americano scommette su più fronti, con la fiducia del giocatore d’azzardo che non ha ancora incassato una vera sconfitta. Ma tutte le sue partite sono pericolosamente appese a un filo che potrebbe spezzarsi provocando pericolose cadute senza rete.

Mentre a Helsinki si sprecavano i complimenti (e Putin faceva da scudo a Trump imputando addirittura opachi finanziamenti alla campagna elettorale di Hillary Clinton), si incontravano delegazioni di alto livello di Ue e Cina per affrontare la crisi dei dazi. Bruxelles e Pechino non si amano e recentemente avevano fallito nel cercare un punto di incontro sui temi economici, ma si sono quasi trovate spinte l’una nelle braccia dell’altra dall’ostilità aperta della Casa Bianca. Non ne è sortita un’intesa né una linea comune, ma forse un multipolarismo a geometria variabile è quello che a Trump può assicurare il maggior dividendo a un’America che fa la voce grossa e batte i pugni.

Dare forza e campo alla Russia, inimicarsi la Cina avviando una guerra commerciale globale, indebolire la Nato, tentare di spaccare la Ue, dare fiducia al dittatore nordcoreano armato fino ai denti, denunciare l’intesa con l’Iran sul nucleare, impedire un’azione comune nel contrasto dei cambiamenti climatici non sono mosse coerenti e rischiano di avviare processi non governati dei quali è ignoto il punto di caduta. Puntare sul disordine mondiale sembra più la ricetta di un apprendista stregone che una avveduta strategia per fare di nuovo grande l’America. Nell’immediato si possono guadagnare posti di lavoro in qualche zona depressa degli Usa e accontentare lobby o gruppi industriali. Sul lungo termine si gettano i semi per un modello autoritario di democrazia, che dimentica diritti e solidarietà a favore di una realpolitik di potenza. Anche per l’Europa, scopertasi improvvisamente «nemica», è complicato prenderne atto. Trump è uno dei punti di riferimento dei sovranisti del Vecchio Continente, vera sfida al futuro dell’Unione. Ma l’ombrello dell’Alleanza atlantica è vitale proprio per coloro che vorrebbero rialzare pericolosi muri esterni. E una Ue che dovesse 'competere' con gli Stati Uniti avrebbe qualche possibilità di reggere l’urto soltanto con una granitica unità che appare sempre più lontana. La speranza a buon mercato è che la stessa democrazia americana metta alla porta le tentazioni distruttive di questa presidenza. Ma dovremmo invece attrezzarci perché i facili slogan di un 'prima noi' non si trasformino nell’insidioso boomerang del 'tutti contro tutti' che ci farebbe più poveri e più insicuri. L’esatto contrario di quello che la dottrina Trump promette.