Opinioni

Il Nord del mondo e le migrazioni. Retoriche e fatti letali

Maurizio Ambrosini sabato 2 luglio 2022

Sono giorni neri per i viaggi della speranza. Almeno quattro stragi hanno popolato le cronache dell’ultima settimana, trovando peraltro sempre meno spazio sui media (non solo) italiani: 37 morti nella calca al confine tra il Marocco e l’exclave spagnola di Melilla; 53 morti asfissiati all’interno del camion abbandonato presso San Antonio, in Texas; almeno 30 dispersi, forse anche di più, in un gommone affondato al largo della Libia, tra cui cinque donne e otto minori, mentre una donna incinta è morta dopo essere stata tratta in salvo; 20 morti di sete nel deserto, nel Sud della Libia, dopo che il camion su cui viaggiavano si è fermato per un guasto e non più stato in grado di ripartire, ritrovati dopo due settimane.

Il filo rosso che lega queste tragedie è lo scontro sempre più aspro tra le politiche di irrigidimento dei confini del Nord del mondo nei confronti della mobilità umana indesiderata, e la volontà sempre più inflessibile di attraversare quei confini da parte di alcune porzioni di quell’umanità dolente che vorremmo segregare lontano da noi.

Tre retoriche si fronteggiano in proposito. La prima ha costruito e progressivamente ingigantito il nesso tra migrazioni (dal mondo povero) e sicurezza minacciata. Gli attentati terroristici, quasi tutti perpetrati da immigrati di lunga permanenza o di seconda generazione, spesso radicalizzati in carcere o su internet, hanno fornito una vernice di legittimazione al respingimento di pacifici contadini messicani, di siriani sradicati dalla guerra, di afghani istruiti e perseguitati dai taleban, di giovani eritrei o sudanesi in fuga da governi dispotici.

L’ultima perniciosa trovata di questi discorsi con l’elmetto riguarda la definizione dei migranti come «minaccia ibrida», già usata a dismisura nel caso dei profughi inchiodati a confine tra Polonia e Bielorussia e adottata, proprio in questi giorni, anche dal segretario della Nato Stoltenberg: famiglie con bambini e persone in fuga da paesi come l’Afghanistan vengono accostate, in un immaginario da scontro apocalittico, con i carri armati russi in marcia verso il cuore dell’Europa.

La seconda retorica addossa il peso delle stragi solo e soltanto ai cinici, e certamente colpevoli, trafficanti di esseri umani, e questo anche nel caso di Melilla, in cui i migranti hanno cercato di superare d’impeto la barriera di confine. I trafficanti semplicemente scomparirebbero se esistessero forme autorizzate di accesso al territorio europeo o statunitense, per richiedere asilo o per trovare lavoro. I cittadini dell’Europa orientale non ne hanno più bisogno, da quando i loro Paesi sono entrati nella Ue o hanno ottenuto la possibilità d’ingresso turistico per tre mesi, senza obbligo di visto. Il colore della pelle è, di fatto, che lo si ammetta o meno, barriera aggiuntiva e criterio di discriminazione.

La terza retorica invece, tra paura di alcuni, fatalismo di altri, una sorta di compiacimento da parte di altri ancora, predica invece che le migrazioni sono come l’acqua: s’infiltrano per ogni dove e non si possono fermare. Purtroppo le stragi confermano che le migrazioni sgradite vengono contrastate con determinazione crescente, tagliando le vie legali d’ingresso, coinvolgendo i governi dei Paesi di transito, erigendo muri e barriere nei punti di passaggio più critici. In sostanza, sono in gran parte fermate, respinte anche più volte, costrette a lunghe e insicure permanenze nei Paesi-cuscinetto, tra il Nord e il Sud del mondo, ridotte a cercare itinerari sempre più tortuosi e purtroppo irti di rischi.

Il punto riguarda anche i paventati flussi da carestie e carenze di cibo. Se davvero si muoveranno, a onta del rapporto negativo tra povertà e capacità di partire, troveranno più cannoniere sulla loro strada, possibilmente manovrate da Paesi terzi ingaggiati per l’occasione. Troveranno più campi di detenzione.

Troveranno più agenti di Frontex armati di tutte le risorse tecnologiche e militari disponibili. In questo scenario, troppe coscienze del mondo occidentale, e forse ancor più di quello italiano, sembrano intorpidite, disposte a una rassegnata accettazione di questi eventi o timorose che una maggiore umanità susciti qualche arrivo in più. La generosità dispiegata sul versante ucraino (in Italia 140.709 ingressi contro 27.424 approdi dal mare al 30 giugno) non si allarga ad altri profughi.

Tanti di noi, soprattutto ma non solo tra governanti e legislatori, si stanno formando una coscienza umanitaria a corrente alternata e un cuore a compartimenti stagni, riuscendo a far convivere emozioni di segno opposto.