Opinioni

Il raid dei Casamonica. Resti alzata a Roma la saracinesca di quel bar

Danilo Paolini martedì 8 maggio 2018

Quanto sei bella Roma, negli occhi di Maya, la bambina colpita da una rara e grave malattia che domenica scorsa ha ricevuto la Cresima da papa Francesco, in visita alla parrocchia del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi. Quanto sei brutta Roma, invece, nella furia di calci, pugni, cinghiate che nel giorno di Pasqua si è abbattuta su una signora invalida e sul proprietario di un bar alla Romanina, “colpevoli” di aver avuto il coraggio di ribellarsi alla prepotenza di due giovani esponenti del clan Casamonica. Largo Agosta, indirizzo della parrocchia, e via Barzilai, dove sta il bar, distano circa 8 chilometri e in quegli 8 chilometri c’è tutto il meglio e tutto il peggio che questa grande tormentata città può offrire, oggi, soprattutto a chi non la conosce. Perché – per restare al peggio, che giustamente (e finalmente!) sta facendo tanto discutere oggi, per il pestaggio della Romanina, così come accadde per l’aggressione a un giornalista da parte di Roberto Spada a Ostia – chi conosce Roma sa, purtroppo, come stanno le cose in certi quartieri. E il predominio dei Casamonica-Di Silvio nella zona est della città (fino ad arrivare in qualche centro dei Castelli) non è una novità, così come non lo sono i loro metodi per così dire “sbrigativi” e la loro smania di rendere palese e sfarzosa la loro prepotenza. Tanto clamore fece, tre anni fa, il funerale da boss del capostipite Vittorio Casamonica, nel cuore del popolare quartiere Tuscolano: carrozza d’epoca tirata da sei cavalli, le note del “Padrino” in sottofondo, la gigantografia con la scritta “Re di Roma”, un carro funebre Rolls Royce, dal cielo una pioggia di petali rossi lanciati da un elicottero. In seguito a quel fatto, una troupe della Rai che riprendeva alcune abitazioni della famiglia fu aggredita.

Da anni, almeno quaranta, questa famiglia di origini sinti-abruzzesi accumula denaro, e quindi potere, nelle “sue” borgate. Si può dire che certe zone siano cresciute attorno a quel potere. Un potere illegale che ha attraversato indenne gli anni della Banda della Magliana (con la quale non si è mai ben capito se, e quanto, intrecciarono legami), rimanendo forte anche a fronte delle centinaia di arresti di suoi membri e di sequestri di beni per milioni di euro susseguitisi negli anni. Per i reati contestati c’è solo l’imbarazzo della scelta: traffico e spaccio di droga, usura, scommesse clandestine. L’associazione per delinquere una volta soltanto, fino a ieri.

Adesso probabilmente, alle lesioni e alle minacce, si aggiungerà l’aggravante del metodo mafioso Ed è forse l’elemento che fa più riflettere in questa brutta storia, così come nella vicenda di Ostia e degli Spada: è possibile che per trattare i clan da clan sia necessario l’episodio clamoroso davanti a una telecamera? Non sottovalutiamo le difficoltà degli investigatori. Tra l’altro, realtà come queste non sono infiltrabili perché formate solo da persone imparentate tra loro. Ma suona strano sentire che dove finora non è arrivato, lo Stato può cercare un varco solo grazie alla denuncia coraggiosa di tre privati cittadini, la cliente e gli sposi proprietari di quel bar di periferia. Il “metodo mafioso”, dunque, si configura più in un brutale episodio di violenza che nella gestione, sistematica e organizzata, di certi ben noti traffici? In tutta franchezza, c’è qualcosa che non torna in questo procedere per fiammate giudiziarie sull’onda emotiva di fatti così violenti. Ma nondimeno vogliamo, dobbiamo, aggrapparci a quei tre “no”, a tutto quello che di bello, di pulito, di giusto c’è ancora in ogni periferia. Per farlo, dobbiamo gettare via la disillusione, lo sconforto, la paura e prendere in prestito gli occhi innocenti di Maya, la sua forza di credere, di andare oltre. E poi dobbiamo, idealmente, schierarci davanti a quel bar. Insieme alla volante della Polizia che la Questura ha giustamente piazzato lì. Insieme alla sindaca Raggi che ieri ha fatto visita ai due baristi, insieme a tutti gli altri politici che si sono improvvisamente accorti dell’esistenza della Romanina. Meglio tardi che mai, vogliamo, dobbiamo dire. Ma adesso non lasciamoli soli, Roman e Rossana. Perché se quel bar dovesse abbassare la saracinesca, Roma abbasserebbe ancora la testa. E sarebbe terribile.