Opinioni

Il direttore risponde. Quei giovani costretti all'esilio

venerdì 10 giugno 2011
Caro direttore, Angelino Alfano è stato recentemente designato segretario del Pdl. Questa sembra essere la mossa con la quale Berlusconi risponde alla sconfitta elettorale delle ultime amministrative. Il neosegretario appena nominato dichiara: «Il nostro traguardo è vincere le elezioni del 2013!». Nel frattempo io da disoccupato, nonostante una laurea in chimica e 10 anni di esperienza professionale, mi accingo a lasciare il nostro Belpaese alla ricerca di un lavoro all’estero.Ma prima di partire mi permetto di dare, al neosegretario Alfano, qualche consiglio per raggiungere il suo ambizioso traguardo ed evitare una nuova Caporetto elettorale. In questo momento l’Olanda ha un tasso di disoccupazione giovanile del 7,4% mentre in Italia quasi un giovane su tre è senza lavoro. In questi anni infatti l’Olanda ha attuato una politica di riforme e investimenti pubblici che hanno fatto del modello olandese uno dei più avanzati dell’Europa, con strumenti che danno la possibilità di trovare un lavoro entro 6 mesi e di avere, entro 3 anni, un lavoro a tempo indeterminato.A questo punto le chiedo: i nostri parlamentari si rendono conto, mentre girano con le loro auto blu, che molti italiani vivono la tragedia della disoccupazione? O forse hanno i vetri delle auto blu troppo oscurati e questo impedisce loro di guardare cosa succede fuori a noi gente comune? Cosa ha fatto, fino adesso, di concreto il governo Berlusconi per contrastare la disoccupazione giovanile? Quali sistemi per far "incontrare" domanda e offerta di lavoro? Quali strategie, riforme e interventi ha adottato per "scommettere" sul futuro dei tanti giovani disoccupati italiani?Spero che il ministro Alfano, essendo ancora giovane, abbia la lungimiranza di capire e far capire che la priorità dell’Italia è l’emergenza lavoro. Ecco la sfida da affrontare al fine di evitare nel 2013 un’ulteriore "sberla elettorale". Credo che la scelta degli italiani, di confermare o meno l’attuale governo di centrodestra, terrà massimamente conto di questo dato. Se invece il Pdl continuerà ad affannarsi con i soliti mezzucci per racimolare qualche voto in più... in quel caso il governo avrà sprecato una grossa occasione di riscatto. Quello che invoco è un progetto troppo ambizioso per chi, come i nostri politici, non riesce a vedere al di là del proprio naso e ha, come unico obiettivo, quello di restare seduto sul cadreghino... al di là dei risultati conseguiti per il bene dell’Italia? Temo di sì, ma spero che i fatti mi possano smentire. Per adesso mi limito a pensare allo slogan dell’Olanda: «Work first»... Prima il lavoro.

Marco Lavenia

Con questa lettera, caro dottor Lavenia, lei ci racconta con passione e una giusta quantità d’indignazione e di speranza uno dei problemi più drammatici e veri della nostra Italia. Un problema sottolineato, a più riprese, anche da voci autorevoli e forti eppure, purtroppo, non abbastanza ascoltate. Lo scorso gennaio il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio permanente dell’episcopato italiano parlò in modo particolarmente chiaro ed efficace del peso fatto gravare sulla cosiddetta «generazione della decrescita». E disse, senza mezzi termini, che in questo nostro Paese il «mondo degli adulti» è in «debito di futuro» con i più giovani, che la disoccupazione giovanile «è un dramma per l’intera società, e non solo per i giovani direttamente interessati». Era ed è un invito, annotai allora, a capovolgere lo sguardo. A capire una buona volta che non si può continuare a concentrare energie, a dibattere e a inventare sempre nuovi motivi di scontro su questioni (dall’eutanasia ai simil-matrimoni, tanto per fare esempi non casuali) praticamente inesistenti o comunque assai poco rilevanti nel vissuto della gente ma, grazie a volani elitari ben collaudati, ideologicamente e mediaticamente privilegiate. Ma soprattutto a riconoscere il nodo capitale che rischia di aggrovigliarsi sempre più e che strozza un’intera generazione di non garantiti: una precarietà assoluta che viene persino raccontata ed enfatizzata come "libertà" e che in realtà travolge lavoro, vita personale, prospettive matrimoniali e familiari e, a ben vedere, la stessa condizione di cittadinanza. Perché i giovani preparati e capaci – per studi e abilità manuali – che sono costretti a prendere la via dell’estero, mentre vorrebbero lavorare e "fare" il futuro nel proprio Paese, non sono solo emigranti sono veri e propri esuli politici.