Opinioni

Due Giornate. Dire «no» alla morte significa aiutare davvero malati e disabili

Maria Pia Garavaglia sabato 18 febbraio 2023

Caro direttore,

per la 45esima Giornata della vita, celebrata il 5 febbraio, la Cei ha diffuso un impegnativo messaggio sul tema «La morte non è mai una soluzione». La citazione biblica di accompagnamento recita: “Le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14).

Si tratta di un brano difficile da decifrare, perché per noi destinati alla resurrezione, la morte, anche se facciamo fatica ad accettarla, come distacco dalla vita reale, è tuttavia la meta finale. “La morte non è mai una soluzione” perché Dio ha creato la vita è ciò spiega un nostro impegno a salvaguardarla, a renderla produttiva di salvezza, attraverso le molteplici attività nelle quali si dipana l’esperienza quotidiana.

E questa, nel nostro tempo, affronta la complessità del vivere sociale a tal punto inquietante che sembra annullare la possibilità di farvi fronte e ci fa crollare. Anche i sondaggi raccontano di una atmosfera depressiva, acuita recentemente dalla sindrome post-Covid, per cui si rinuncia a combattere e si lascia insinuare “il veleno di morte”. Impressiona, infatti, la circostanza che oggi abbiamo a disposizione ricchezza culturale, successo della biomedicina per curare, confort (certo, non per i poveri), e invece di celebrare le opportunità offerte per servire meglio la dignità della persona, si cede alla ideologia della morte procurata per risolvere problemi angoscianti, “il male di vivere”.

Non posso fare a meno di collegare la Giornata per la vita, che ricorda “le creature portatrici di salvezza”, con l’altra giornata mondiale, quella del malato, cui il Papa ha assegnato il tema “Abbi cura di lui”. Se c’è la cura, il farsi prossimo, attingendo a tutte le risorse umane e strumentali, la morte si allontana. Abbi cura di lui è un invito, una esortazione non solo al singolo ma alla comunità. La comunità che cura, organizza i servizi necessari e idonei. Ricordo perciò con dolore la morte che irrompe come soluzione a situazioni insostenibili e senza consolazione quando un coniuge o un genitore arriva all’omicidio suicidio per la consapevolezza di non poter più garantire vicinanza e assistenza a un gravissimo disabile (malati di Alzeihmer, autistici gravi...).

In particolare è il sistema sanitario e assistenziale che dovrebbe risponde ai bisogni essenziali di tutela della salute e di possibile benessere. In questo momento si registra un grave indebolimento del sistema e tuttavia il dibattito riguarda la sua sostenibilità finanziaria invece che il suo rafforzamento, con un preoccupante scivolamento dei servizi dal pubblico al privato, soprattutto, a danno delle fasce più deboli e fragili dei cittadini. È nota la mancanza di personale, sia per quantità che per specializzazione; non serve citare le statistiche perché i cittadini registrano le diseguaglianze e ‘disequita” (Papa Francesco) sulla propria pelle. L’ultimo articolo della legge delega sulla non autosufficienza e l’assistenza agli anziani fragili dice “che dall’attuazione delle deleghe previste dalla legge “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica (…) le Amministrazioni competenti provvedono con le ordinarie risorse umane, finanziarie e strumentali”. Insomma, una riforma senza risorse. I finanziamenti per le priorità, tra l’altro costituzionalmente vincolanti perché la tutela della salute “è diritto fondamentale”, si individuano evitando sprechi, riducendo spese assistenzialistico clientelari e, soprattutto, recuperando la scandalosa evasione fiscale, ulteriore elemento di gravi diseguaglianze sociali.