Opinioni

Cremazione. Convinzioni cristiane e sepoltura, non finiamo in niente

Pierangelo Sequeri mercoledì 26 ottobre 2016

Ci sono livelli di intensità, nelle azioni e nei comportamenti simbolici dell’uomo, che toccano l’intimità della vita e custodiscono la sua verità più profonda. Possiamo tradurli in linguaggi diversi: ma non possiamo perderli.
«La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali», scrive Tertulliano. L’espressione dell’antico scrittore cristiano, bella e incisiva come un aforisma, iscrive l’orizzonte del messaggio che viene rivolto ai credenti – ma anche a tutti gli uomini – dalla pacata meditazione della Congregazione per la dottrina della fede sui segni della speranza cristiana. Segni posti, e come sigillati a futura memoria, nel gesto stesso che accompagna i corpi mortali al loro congedo dalla nostra condizione di vita.
Il gesto della sepoltura, che la nuova Istruzione Ad resurgendum cum Christo assume come figura emblematica dello stile cristiano, porta in sé una potenza simbolica che è realmente insostituibile. Esso, intanto, ripete la mimica del grembo: della sua custodia e della sua cura. L’ultimo gesto d’amore, che ci congeda dalla vita, appare, con la sepoltura, in sintonia gestuale e affettiva con il primo, che ha protetto il nostro ingresso nel mondo. Ogni altro gesto deve necessariamente apparire dirompente, più che avvolgente: se dunque percepiamo una resistenza emotiva all’amplificazione distruttiva del gesto del congedo, che già deve fronteggiare la morte, non abbiamo tutti i torti. Rispetteremo ogni sensibilità, naturalmente. Ma perché rinunciare a scambiarci qualche pacata riflessione sulla mimica dell’ultimo congedo delle persone amate? I nostri estremi accudimenti non sono, per chiunque, come il fermo immagine dell’affetto che vuole essere sigillato insieme con il corpo amato?
Per il credente, la figura umana è il luogo dell’incorporazione dell’amore di Dio in tutti gli affetti dell’uomo. La figura corporea, che fu l’evidenza più forte dell’identità che ci ha resi riconoscibili, rimane il simbolo della continuità che la risurrezione della carne ci restituisce in Dio. Noi crediamo proprio questo: la sua trasformazione in figura incorruttibile non ci renderà totalmente estranei al nostro corpo vissuto.
La sepoltura del corpo è in profonda continuità con l’occupazione di uno spazio, con la condivisione di un luogo. La sepoltura dei morti rende durevole la convivenza degli umani a futura memoria. Estremo rifiuto di espellerli, dissolverli, ridurli a niente. Noi aspettiamo, nello stesso luogo in cui abbiamo vissuto il ritorno del Signore, che ci farà uscire – insieme – da tutte le dimore che abbiamo abitato. I luoghi della sepoltura, nella tradizione della fede, si fanno giustamente luoghi di una memoria più intensamente affettuosa, che spontaneamente sostiene la fede e la preghiera. Luoghi che diventano di speciale intensità e valore per la comunità, quando sono luoghi dei martiri, dei santi, dei padri e delle madri che hanno edificato la comunità. Giustamente, perciò, l’Istruzione prescrive, anche nel caso in cui i corpi siano cremati (per ragioni non contrastanti con la fede), che il gesto della "sepoltura" trovi in qualche modo la sua attuazione e il suo senso.
Era doveroso riconsiderarlo. Nella sepoltura e nell’assegnazione di un luogo alla figura del corpo mortale in cui abbiamo vissuto, noi esprimiamo nel modo più diretto la nostra convinzione di non avere vissuto come umani per finire nel niente. Il gesto della sepoltura cristiana è come l’unzione di Betania: la fede avvolge di tale amore il corpo mortale, da togliere alla morte l’ultima parola sul suo destino.