Famiglia

Lo psicoanalista Roberto Goisis. «Con i figli conflitto salutare»

Daniela Pozzoli domenica 18 aprile 2021

«A lei di me non importa nulla. Lo fa solo per soldi, per il bonifico a fine mese. Se anche morissi domani non gliene fregherebbe niente», sorride ricordando le parole pronunciate a freddo da Mara («una schioppettata»), Roberto Goisis, psichiatra e psicoanalista che da 40 anni si occupa di adolescenti. Sa che quello che gli ha detto la paziente, alla fine di una seduta, possono averlo pensato anche Annibale, Antonio, Matteo o uno degli altri giovani che ha curato negli anni, all’interno della 'stanza' dove avviene la seduta psicoanalitica e a cui è dedicato il suo libro Nella stanza dei sogni. «Qui – scrive lo psicoterapeuta – avvengono ristrutturazioni significative e inaspettate. Qualunque cosa succeda, lei, la stanza, è sempre lì a curare, testimoniare, permettere, garantire. Accogliere e ospitare chi decide di entrarci». E da qui osserva anche i giovani che da oltre un anno sono segregati in casa dal Covid. «I ragazzi e le ragazze non sono cambiati poi molto – ci tiene a dire Goisis –. Al di là delle manifestazioni esteriori e apparentemente superficiali sono gli stessi di sempre. Entusiasti o spenti, felici o dolenti. Una miscela straordinaria di contraddizioni e determinazione, creatività e conformismo. Quest’anno la pandemia ha tolto loro un anno di vita, vissuta tra qualche trasgressione (anche forte, come l’aggressività scaricata nelle risse di gruppo) e molto isolamento relazionale. Capiremo tra qualche tempo quanta sofferenza si è depositata dentro di loro e come fare a intercettarla, riconoscerla e curarla».

Un paio di mesi e ci sarà un’altra maturità anomala, che cosa consiglia agli studenti per tenere a freno l’ansia che causa quello che a tutti gli effetti è l’esame della vita?
I maturandi del 2021, come quelli del 2020, sanno molto bene che non vivranno un’esperienza indimenticabile, nessun rito di passaggio, nessuna notte prima degli esami. Speriamo facciano almeno un piccolo viaggio insieme alla fine. Quindi, se posso dare un consiglio, nessuna ansia ma restino in contatto con quello che hanno vissuto e stanno vivendo.

Antonio, un suo giovane paziente, era chiuso nella sua cameretta, solo davanti allo schermo del pc. Tramite mail riesce a chiedere e ricevere aiuto da lei, di fatto Antonio è un hikikomori… Ne ha conosciuti altri così e crede siano aumentati durante la pandemia?
Ci sono sempre stati ragazze e ragazzi ritirati. In questo anno particolare, poi, va capito quanto sia una chiusura fisiologica, o patologica, perché non basta stare chiusi in camera davanti a un pc per diventare potenziali clienti di uno psicoanalista. Antonio aveva tante paure, non riusciva più a stare con i coetanei, a frequentare la scuola e non voleva farsi aiutare, deluso da vari tentativi falliti. Però aveva accettato di assumere dei farmaci tramite il mio contatto con i suoi genitori e il medico di base. Un giorno all’improvviso ricevo una mail nella quale chiede un aiuto 'diverso'. Iniziamo così a scriverci molte mail. Un bello scambio, intenso. Dapprima gli spiego le caratteristiche e le ragioni del suo malessere. Poi gli consiglio delle pratiche di meditazione da compiere tramite gli atti respiratori. Un modo per stare in contatto con sé e avere maggiore consapevolezza e conoscenza di come siamo dentro. Lui si fida e si impegna. Infine alcuni suggerimenti pratici. Non gli faccio fretta, cerco di assecondare i suoi tempi. Piano, piano ha ripreso una vita di relazioni, iniziato l’università. Ora segue una terapia specifica per i suoi problemi. Questa storia è emblematica del fatto che dovremmo aver capito che bisogna andare a trovare i ragazzi là dove stanno e imparato con quale strumenti aiutarli. Anche a distanza.

Nel suo libro sostiene che i ragazzi e le ragazze avvertono subito se un adulto è vero e credibile… Gli adulti oggi in circolazione lo sono?
Sì, se sono capaci di essere adulti. Se cercano di fare i giovani, magari anche più dei figli, evitando confronti e anche conflitti il bluff è subito scoperto e il gap generazionale si accentua ancor di più.

Un capitolo è intitolato «che ne sarà di loro… e di me»: che ne è dei suoi pazienti adolescenti una volta finita l’analisi? E a lei cosa resta?
Come ogni genitore sufficientemente buono e rispettoso con i figli, anche un terapeuta deve saper crescere e lasciar andare i propri pazienti. La differenza è che noi difficilmente avremo notizie e aggiornamenti sul prosieguo della loro vita. In genere salutiamo un adolescente quando ancora deve affrontare la maggior parte delle scadenze esistenziali, ma convinti abbia acquisito buone risorse per cavarsela. Se è così, ragionevolmente non lo vedremo più. Buona cosa da un lato, dispiacere dall’altro. Le numerose ore passate insieme nella stanza creano un legame unico e speciale che coinvolge entrambi. Ci teniamo i ricordi, dovrebbe bastarci, uniti alla soddisfazione per i buoni risultati raggiunti. Chi mi chiede aiuto si aspetta sempre una soluzione ai suoi problemi. La cerco con impegno e frugo nella cassetta degli attrezzi dell’esperienza, alla ricerca di una ricetta pratica. Con fatica accetto che il mio ruolo sia solo ascoltare. Per molti è fondamentale e sufficiente.

L’emergenza sanitaria e la sua esperienza diretta come malato di Covid come hanno modificato il suo modo di lavorare?
Mi hanno insegnato cosa significhi stare dall’altra parte, essere un paziente, ma anche ad avere maggior cura di me. «Dottore, guardi che i suoi pazienti hanno bisogno che lei sia vivo», mi ha ricordato il lettighiere che mi accompagnava in ambulanza al Pronto Soccorso nel marzo 2020, mentre io, preoccupato, cercavo di annullare o rinviare gli appuntamenti. Lavorare un po’ di meno, quindi, dare più tempo a me e ai miei pazienti, alla nostra cura reciproca, questo mi ha insegnato il Covid.

Oggi che cosa ne è, sotto gli obblighi delle ristrettezze imposte dall’emergenza, del corpo? E dell’anima? Mens sana in corpore sano: quanto è difficile rispettare questo binomio?
La massima dice che dovremmo sempre aver cura sia dell’una, sia dell’altro. Cosa che richiede un certo equilibrio e impegno. La pandemia, il diverso e obbligato uso del nostro tempo, i lockdown, ci hanno offerto la possibilità di rivedere e riconsiderare la distribuzione delle nostre risorse. C’è chi ha scoperto, tramite lezioni e corsi online, nuove forme di attività fisica, chi ha camminato o corso, chi ha dedicato maggior tempo alla lettura, visto film e serie tv. Molte persone, invece, travolte da preoccupazioni economiche, relazionali, sanitarie e sociali, hanno perso il controllo sull’alimentazione, trascurato la propria manutenzione emotiva, disconnesso mente e corpo. A dimostrazione che non è solo il tempo che ci consente un equilibrio, ma un insieme di fattori difficili da maneggiare specie in un’emergenza come quella della pandemia. È indubbio, però, che proprio da una ritrovata armonia interna e esterna dovremo ripartire per garantirci una vera rinascita individuale e collettiva.