Economia

Clima. Cop15, accordo storico sulla protezione del pianeta

Paolo M. Alfieri lunedì 19 dicembre 2022

Non è certamente il miglior accordo possibile, e anzi c’è chi, come qualche Stato africano, parla di «colpo di mano della Cina». Ma il rischio che una volta di più si ritardassero impegni per la protezione dell’ambiente era troppo alto per far deragliare l’intero processo. Così, al termine di una maratona negoziale e di un percorso durato quattro anni, i 192 Paesi riuniti al vertice Cop15 sulla biodiversità di Montreal - iniziato il 7 dicembre e conclusosi oggi - sono riusciti a trovare un’intesa da molti definita storica, anche se imperfetta. Un «patto di pace con la natura», per il segretario generale dell’Onu Guterres, un accordo che punta a invertire decenni di azione umana che ha distrutto l'ambiente e che minaccia le specie, gli ecosistemi e le risorse essenziali per l'umanità. Ribattezzato Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, il documento ha obiettivo di proteggere terre, oceani e specie dall'inquinamento, dal degrado e dalla crisi climatica.

C’è l’intesa sulla protezione del 30% del pianeta e il ripristino del 30% delle aree marine e terrestri degradate entro il 2030, così come il cruciale riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e il dimezzamento dei rischi legati ai pesticidi. Inoltre, l’accordo sblocca 30 miliardi di dollari annuali di aiuti all'ambiente per i Paesi in via di sviluppo (attualmente erano stimati a 10 miliardi l’anno). Non è tutto ciò che questi ultimi chiedevano, ma è comunque un passo in avanti. Manca, protestano Paesi come la Repubblica democratica del Congo, patria di immense foreste pluviali, l’istituzione di un apposito fondo per la biodiversità, sul quale confluire i nuovi finanziamenti. Il testo invece introduce sì un fondo, ma all’interno di un meccanismo Onu già esistente, il Fondo monetario per l’ambiente, il cui maggiore beneficiario è proprio la Cina, seguita da Brasile, Indonesia, India e Messico. Il Congo aveva quindi sollevato un’obiezione all’intesa, ma Pechino ha dichiarato il documento comunque approvato, con Uganda e Camerun che si sono spinti a parlare di un «colpo di Stato» procedurale.

Presieduta dalla Cina, la Conferenza doveva tenersi a Kunming, ma è stata spostata a Montreal, in Canada, per il Covid. Non vi hanno partecipato formalmente gli Stati Uniti (così come il Vaticano), che non hanno mai ratificato la Convenzione sulla biodiversità del 1992, ma Joe Biden intende rispettarne gli obiettivi. L’accordo raccomanda ai Paesi firmatari di destinare 200 miliardi di dollari all'anno per iniziative di conservazione della biodiversità. I Paesi in via di sviluppo volevano che metà di questa somma, 100 miliardi, andasse dagli Stati ricchi ai Paesi più poveri. Nel documento finale invece si dice soltanto che dai Paesi sviluppati dovranno venire 20 miliardi all'anno entro il 2025 e 30 miliardi all'anno dal 2030. Il documento finale della Cop15 raccomanda inoltre che i sussidi dannosi debbano essere ridotti di almeno 500 miliardi di dollari all'anno alla fine di questo decennio e che vengano invece incentivati quelli per la conservazione dell’ambiente. Suggerisce inoltre che alle imprese sia chiesto di valutare e rendere noto quale perdita di ambiente naturale provochino. Uno degli obiettivi più controversi dell'accordo mirava a ridurre l'uso di pesticidi fino a due terzi. Ma il testo si concentra più sui rischi associati ai pesticidi e alle sostanze chimiche altamente pericolose, impegnandosi a ridurre tali minacce di «almeno la metà» e concentrandosi su altre forme di gestione dei parassiti.

Gli scienziati concordano sull'urgenza di agire. Le popolazioni di vertebrati sono crollate del 69% in meno di 50 anni, un milione di specie vegetali e animali sono minacciate di estinzione nei prossimi decenni e il 75% della superficie terrestre è già stata alterata dalle attività umane. Almeno 150 milioni di tonnellate di plastica sono state scaricate negli oceani e dal 2000 sono andati perduti 437 milioni di ettari di copertura forestale. Al momento sono aree protette soltanto il 17% delle terre e l'8% dei mari.

Positivi i primi commenti arrivati dai rappresentanti indigeni alla Cop15, considerando che viene riconosciuto il loro ruolo dagli effetti delle industrie estrattive sulle loro terre tradizionali. gli indigeni rappresentano appena il 5% della popolazione mondiale eppure custodiscono l’80% della biodiversità esistente. «Stanno riconoscendo che anche le popolazioni indigene possono dare un contributo alla conservazione della biodiversità – ha affermato Viviana Figueroa, rappresentante dell'International Indigenous Forum on Biodiversity –. Per noi è come un cambio di paradigma». «Preghiamo affinché i vertici Cop27 e Cop15 possano unire la famiglia umana per affrontare decisamente la doppia crisi del clima e della riduzione della biodiversità», aveva di recente auspicato papa Francesco. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha accolto «con favore lo storico risultato della Cop15». Secondo Von der Leyen, «il mondo ha concordato obiettivi di protezione e ripristino della natura senza precedenti e misurabili». Per Greenpeace, invece, servivano maggiori finanziamenti, così come «le specifiche essenziali per escludere le attività dannose dalle aree protette».

Il Wwf parla dell’intesa come di «un punto di partenza: se non ci saranno un'accelerazione nell'implementazione degli obiettivi e una seria mobilitazione delle risorse, l'accordo resterà un guscio vuoto di promesse». In generale, dalle organizzazioni ambientaliste arrivano richieste per rendere misurabili gli impegni presi. Nel testo si parla di piani nazionali di azione che dovranno essere istituiti dai singoli Paesi, anche se mancano scadenze più specifiche. È un accordo imperfetto, evidentemente, ma un punto andava comunque messo.