Chiesa

Terra Santa. Quando Paolo VI «ritornò alle sorgenti»

Giuseppe Caffulli sabato 4 gennaio 2014
Un elemento aiuta a cogliere l’importanza che per Giovanni Battista Montini ebbe il pellegrinaggio ai Luoghi Santi di cui ricorre oggi il cinquantesimo anniversario. Paolo VI inserì un ricordo di quel viaggio (4-6 gennaio 1964) nel suo testamento: «Alla Terra Santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto».Montini (eletto Papa il 21 giugno 1963) aveva preso già dal settembre successivo la decisione di recarsi nei Luoghi Santi.Nel concludere i lavori della seconda sessione del Vaticano II, il 4 dicembre 1963, aveva annunciato a sorpresa ai Padri conciliari il viaggio ormai imminente: «Tanto è viva in noi la convinzione che per la felice conclusione del Concilio occorre intensificare preghiere ed opere, che abbiamo deliberato, dopo matura riflessione e non poca preghiera, di farci noi stessi pellegrini alla terra di Gesù nostro Signore. (…) Vedremo quella terra veneranda di dove san Pietro è partito e nella quale nessun suo successore è mai tornato. Ma noi umilissimamente e per brevissimo tempo vi ritorneremo in spirito di devota preghiera, di rinnovamento spirituale, per offrire a Cristo la sua Chiesa; per richiamare ad essa, una e santa, i Fratelli separati; per implorare la divina misericordia in favore della pace».Il viaggio apostolico di Paolo VI in Terra Santa iniziò nell’alba gelida del 4 gennaio 1964 (giusto 50 anni oggi). Alla partenza da Fiumicino lo attendevano per un saluto l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni e il presidente del Consiglio Aldo Moro.Ad accogliere il Papa al suo arrivo ad Amman, in Giordania, fu invece re Hussein, assieme alle delegazioni delle Chiese locali delle varie confessioni e della Custodia di Terra Santa. Proprio dalle alture transgiordane battute dal vento invernale prese il via l’itinerario che portò il successore di Pietro a pregare sul luogo del Battesimo di Gesù, e poi a Betania, a Gerusalemme, a Nazareth, a Cafarnao, a Tagba, al Monte delle Beatitudini, al Tabor e a Betlemme. Un viaggio lampo (per molti aspetti un vero tour de force) durato complessivamente meno di tre giorni, ma capace di suscitare una profonda partecipazione nei fedeli di tutto il mondo, che grazie anche ai mezzi di comunicazione di massa (soprattutto radio e tivù) poterono seguire l’evento.Di quel pellegrinaggio (di cui si fa memoria il 10 gennaio prossimo con un convegno presso Centro studi Paolo VI di Concesio, Brescia) ogni attimo, per intensità e importanza, meriterebbe una sottolineatura. Qualcuno, più di altri, è entrato nella storia: la celebrazione al Santo Sepolcro, preceduta da un enorme bagno di folla lungo la Via Dolorosa che rischiò in alcuni momenti di mettere a repentaglio l’incolumità del Papa stesso. La sosta a Tagba al Santuario del Primato e a Cafarnao, dove Montini visitò gli scavi archeologici dei resti del villaggio di Pietro. La puntata al Cenacolo, negato al culto cristiano, dove Montini si soffermò addolorato e quasi smarrito. E ancora la Messa d’Epifania nella Grotta della Natività a Betlemme, con l’appello all’unità delle Chiese e la richiesta pressante ai governanti per la pace di fronte al richio di «una nuova guerra mondiale, le cui conseguenze sarebbero incalcolabili».Ma una delle icone incancellabili del viaggio è indiscutibilmente legata allo storico abbraccio di Paolo VI con Atenagora, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, che rivolgendosi al Papa di Roma lo salutò chiamandolo «Santissimo Fratello in Cristo». È la sera del 5 gennaio 1964 ed era il primo incontro tra i capi delle due Chiese dal 1054, anno dello scisma e delle reciproche scomuniche. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli era giunto a Gerusalemme con un nutrito seguito di vescovi (anche della diaspora). L’incontro con Paolo VI avviene presso la Delegazione apostolica di Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi: 45 minuti che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia delle relazioni ecumeniche. Una prima parte dell’incontro, circa un quarto d’ora, avviene in privato. Poi i discorsi ufficiali: «Le divergenze di ordine dottrinale, liturgico, disciplinare, dovranno essere esaminate a tempo e luogo – dice con voce incrinata dall’emozione Paolo VI –. Ma ciò che fin d’ora può e deve progredire, è questa carità fraterna, ingegnosa nel trovare nuove forme in cui manifestarsi».La visita di Atenagora (che definì l’incontro con il Papa di Roma «un abbraccio di anime») venne restituita da Paolo VI la mattina successiva, 6 gennaio, nella residenza del patriarcato greco-ortodosso di Mikrà Galilea, sul Monte degli Ulivi. Un nuovo incontro privato di una decina di minuti, a cui seguì una conferenza stampa con rappresentanti di giornali e televisioni da tutto il mondo.Paolo VI il giorno stesso (sempre via Amman), faceva ritorno a Roma. Ad attenderlo e ad accompagnarlo in Vaticano una folla festante, che a partire dal tardo pomeriggio invase le strade della capitale fino a San Pietro. Salutava il Papa che, per condurre la Chiesa conciliare su sentieri ancora tutti da esplorare, aveva sentito l’esigenza ineludibile di «ritornare alle sorgenti». Ai Luoghi cioè da dove proviene ogni salvezza: Gesù Cristo, nato, vissuto, morto e risorto in un luogo e in un momento preciso della storia dell’umanità.