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Aquarius Giorno 1. In mare con le ultime Ong rimaste «I viaggi? Continuano come prima»

Gilberto Mastromatteo domenica 31 dicembre 2017

Lo scafo della Aquarius si allontana dalla banchina alle 12 in punto. Il porto di Augusta rimpicciolisce gradualmente, all’interno del suo golfo. La direzione è sud, ancora una volta, per prestare soccorso a chi continua a gettarsi in mare, per raggiungere l’Italia e l’Europa. Gli ultimi salvataggi portano la data del 26 dicembre. In tutto, 373 persone, tratte in salvo dalla Open Arms di ProActiva e dalla nave militare spagnola Santamaria, del dispositivo Eunavformed. La nave di Sos Mediterranee se ne è fatta carico, accompagnandole al porto di Augusta. Natale in mare. Tra le onde anche il Capodanno.

Non c’è tregua per l’equipaggio della Aquarius, sulla quale, oltre al team della Ong Sos Mediterranee opera quello di Medici senza Frontiere, da circa un anno. «Ci sarà mare grosso – spiega Klaus Merkle, search and rescue coordinator, il coordinatore delle operazioni di ricerca e soccorso di Sos Mediterranee – ma è prevista una finestra di tregua proprio a Capodanno. Qualcuno potrebbe tentare di partire». Dagli oblò, sul lato destro dell’imbarcazione, sfila rapida la costa siciliana, fino a Pozzallo. Lo specchio dell’acqua, calmo come una tavola, comincia a montare, appena dopo Capo Passero.

È mare aperto. «Secondo le ultime notizie – spiega Mathilde Auvillain, responsabile della comunicazione per Sos Mediterranee – la nave di Sea Watch sta già incrociando verso la zona di Search and Rescue, di fronte alle coste libiche. Open Arms, invece, è ancora attraccata a Malta». Sono le tre imbarcazioni private rimaste a prestare soccorso a chi attraversa il Mediterraneo, dopo la tempesta del 2017. Un anno, quello che l’equipaggio della Aquarius si appresta a chiudere in mare, che ha visto la rinuncia da parte di molte Ong, nel proseguire le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Dalla Moas di Christopher e Regina Catrambone, che per primi avevano preso il mare nel 2013, a Msf, tra le ultime a riportare a terra la propria imbarcazione, proprio quest’anno. «Non abbiamo firmato il codice di condotta – spiega Luca Salerno, project coordinator di Msf sulla nave Aquarius – ma siamo ancora in mare e siamo operativi. Quello che constatiamo, peraltro, è che non è cambiato nulla nel rapporto con le istituzioni che operano in mare. E i flussi non si fermano.

A novembre abbiamo salvato 1.400 vite, a dicembre siamo già a 1.164. I numeri parlano da soli. E le storie che ci sono dietro, parlano ancora di più». Un giovane del Mali ha raccontato ai soccorritori di Sos Mediterranee di avere già tentato tre volte la traversata: «La prima siamo stati arrestati dagli Asma Boys, i banditi». L’ultima volta, il gommone sul quale viaggiava è stato intercettato dalla Marina libica: «Quan- do la nave è arrivata e abbiamo visto la bandiera libica, abbiamo tentato di fuggire.

Tutti erano preoccupati. Non ci hanno lasciato scappare, ma hanno continuato a seguirci. Per non rischiare la vita delle persone, perché c’erano molte donne e molti bambini in mezzo a noi, li abbiamo lasciati fare. Nessuno è caduto in acqua, grazie a Dio. Un giovane eritreo di 28 anni ha raccontato ai soccorritori della nave Aquarius che l’imbarcazione a bordo della quale si trovava aveva lasciato la costa libica il giorno di Natale: 'Noi eritrei il 25 dicembre lo chiamiamo 'Natale italiano', dal tempo in cui l’Italia aveva colonizzato l’Eritrea. Forse per questo siamo stati fortunati e siamo stati soccorsi».

«Ho parlato con un ragazzo eritreo di 16 anni – racconta ancora Luca Salerno – . Aveva una sospetta tubercolosi. In Libia, lo hanno tenuto chiuso in un container per 3 mesi. Ha perso la mobilità delle gambe e quando è partito in mare, pesava 35 chili. Al di là dei numeri, sono storie come questa che mi fanno capire quanto ancora sia necessario quello che facciamo in mare». Sulla Aquarius la giornata si avvia al termine. La cena, servita all 18 per equipaggio e ospiti. Poi le operazioni di sempre. In serata un cineforum, 'L’ordine delle cose', il film di Andrea Segre sugli accordi tra Italia e Libia. Lo ha messo a disposizione lo stesso regista, per l’equipaggio. La particolare latitudine ne amplificherà il senso.