Agorà

Milano. Ma si può chiamarla madre?

Andrea Beolchi venerdì 4 settembre 2015
​«Vecchia madre, sei viva? Vivo anch’io...». Basta una manciata di parole con cui si apre la Lettera alla madre di Sergej Esenin per sentire tutto il respiro dell’azzurra Rus e come un doppio registro, quello di sapore quotidiano che sofferma lo sguardo doloroso sulla «vecchia giubba fuori moda» che si innesta sul rumore di fondo di una memoria ctonia: l’uno e l’altro non si sfuggono, non si respingono, ma danno vita a una inestricabile realtà pulsante nella quale ogni individuo ha confini superindividuali. Era il 1924, solo un anno prima che venisse scattata una foto emblematica del secolo che fa da sfondo alla mostra prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi a cura di Massimiliano Gioni in corso a Palazzo Reale (catalogo Skira), e che ritrae Sigmund Freud con la madre Amalia: qui la prospettiva appare visibilmente rovesciata: l’inventore della psicanalisi che ha rappresentato il rapporto madre/figlio come un grumo di desideri sessuali e di pulsioni represse, vi appare come trattenuto da quella figura “stante”, antidinamica, un Kronos dalle sembianze femminili, per la verità poco rassicuranti, che imbastisce il suo turpe progetto di divorarlo. Sono, queste due visioni della madre, come diastole e sistole dell’arte d’inizio Novecento: da una parte la fascinata riscoperta, che molto deve a una donna, Olga Frobe-Kapteyn, della Grande madre (la sua raccolta di immagini di divinità materne ispirò il celebre studio di Erich Neumann da cui la mostra odierna prende titolo, mentre le immagini della Frobe-Kapteyn fanno da soglia nella prima sala), dall’altra parte il montare di un delirio antropologico che dalle avanguardie sfocerà nei cosiddetti «movimenti di liberazione della donna». Un’arte sempre più «al femminile» in cui il femminile è alla ricerca del suo ubi consistam, che nel futurismo azzarda lo scontro (Benedetta Cappa nel 1909 si firmava «Benedetta fra le donne», nome che alludendo a Maria e dunque alla sua prodigiosa potenza generatrice, esprimeva di sé l’idea di donna potente generatrice di uomini e di idee; ne vengono documentate le opere accanto a quelle di Umberto Boccioni, Valentine De Saint-Point, Mina Loy, Filippo Tommaso Marinetti, Marisa Mori, Rosa Rosà), ma nel dadaismo risoffoca nel nuovo mito della «macchina celibe» (Francis Picabia pubblica La figlia nata senza madre, prona alle fantasie del maschio), poi riaffiora in casa surrealista come musa idealizzata ma anche come corpo generativo, con le opere di Ernst e di Dalì. Poi verrà il femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Ed è qui che la grande madre ripartorisce lo spettro di sé stessa.È una mostra non solo dura, perché tali sono un gran numero delle opere proposte (ci metto anche la Venere palloncino rosso di Jeff Koons, mai esposta in Italia, e non ce n’era bisogno, dove la banalizzazione giocattolese della grande madre è dissacrante quanto e forse anche più di tante immagini “conturbanti” di cui la mostra offre un catalogo per la verità anche un po’ criptico, dove i feti di Lennart Nilsson, epocale reportage sulla vita prenatale, sono agglutinati ai feticci apotropaici della Bourgeois), ma soprattutto prona a un falso ideologico che si respira nella esibita contrapposizione di un mondo nuovo in gestazione a un pensiero “conservativo” nel quale, non si sa né come né perché, la memoria della “grande madre” si è metamorficata in un’ideologia machista, o fascista o bigotta, o meglio ancora se tutte e tre le cose insieme, come il catalogo puntigliosamente spiega mostrando a chi la donna debba imputare la propria “condanna” alla maternità: «Dopo il Concordato con il Vaticano (1929) e le encicliche di papa Pio XI Casti connubii (1930) e Quadragesimo anno (1931) che spiega: “Le madri di famiglia prestino l’opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche”, il ruolo femminile è ulteriormente circoscritto. Nel 1933 viene istituita la Giornata della madre e del fanciullo (il 24 dicembre: l’analogia con la Madonna e suo figlio Gesù è ovvia), durante la quale si elargiscono diplomi di “buon allevamento della prole”». Il mondo nuovo invece, nel nome della libertà (leggi: sessuale e di aborto), come ogni martire che si rispetti soffre drammi, si lacera la carne, espia gli altrui soprusi, finendo però paradossalmente per reincarnare il modello junghiano, un po’ retrò, della madre non creatrice, ma sterminatrice. È un “album di famiglia”, come lo chiama Gioni, dove si mettono in posa vulve più o meno in attesa (no, non solo in “dolce attesa”: vedi l’opera di Lee Lozano, bontà sua Senza titolo) accanto a vecchi manuali anticoncepimento e manifesti di propaganda antinatalista; Gioni ricorda i testi femministi che l’hanno guidato, di Simone de Beauvoir, Carla Lonzi e Adrienne Rich che col suo Nato di donna «illustra, come la mostra milanese, uno dei drammi principali del Novecento: il percorso di liberazione da un presunto destino biologico che riduce le donne a essere sempre e soltanto madri», declinerà verso quello che il curatore dichiara essere uno dei temi della mostra, «provare a immaginare un’arte postgender o postsessuale», un’arte dalle magnifiche sorti e progressive, perché naturalmente «nel momento in cui non esistono più generi, in un certo senso non esistono più ingiustizie». Ne è un lugubre esempio Madre/figlio di Kiki Smith, due solitudini che nell’azione autoerotica trovano l’unico modo residuo di comunicare. Chiamala madre.Milano, Palazzo RealeLa grande madreFino al 15 novembre