Agorà

Intervista. «Io, sopravvissuto ad Auschwitz»

Paolo Lambruschi martedì 26 gennaio 2010
Nedo Fiano, classe 1925, è tornato dall’inferno di Auschwitz 65 anni fa. Ci arrivò da Firenze nel maggio 1944 da Fossoli, insieme ad altre centinaia di rastrellati. Ma solo dal 2003 ha messo per iscritto la sua testimonianza della Shoah. Ha fatto i conti con gli incubi e i fantasmi, ha provato a descrivere alla giovani generazioni quello che umanamente è indescrivibile. Nel lager lui, ebreo fiorentino rastrellato per strada, ha infatti perso 11 famigliari, tra cui i genitori, il fratello, la cognata e il nipotino di 18 mesi. Fiano è stato consulente di Roberto Benigni per il film premiato con l’Oscar «La vita è  bella». Quest’anno ha scelto di raccontare in un libro pubblicato dall’editrice Monti, Berlino-Auschwitz... Berlino, la storia dell’ingegnere ebreo berlinese Walter Hirsch, che venne arruolato a forza da Hitler per partecipare al progetto di una bomba atomica nazista. Partiamo da questa vicenda. Cosa l’ha spinta a scriverla?«Credo possa rendere bene l’assurdità delle leggi razziali e cosa significhi perdere tutto quel che hai costruito perché sei diverso. Ho visto un parallelo con quanto accaduto a molti ebrei, come i miei genitori. Con le leggi razziali del 1938, infatti, mio padre perse il lavoro in posta e a mia madre chiusero la pensione. Sono invecchiati a partire da quel momento. Anch’io sono stato cacciato da scuola a 13 anni per la mia razza. È stato uno dei più grandi dolori della mia vita. Tornando a Hirsch, uomo geniale, venne cacciato dall’insegnamento universitario e dalla ricerca in una città dove gli ebrei non potevano prendere i mezzi pubblici né camminare sui marciapiedi. Sua moglie, che invece è cattolica, restò libera e si battè per salvarlo. Dopo la deportazione ad Auschwitz, venne arruolato dai nazisti nel gruppo di Haigerloch che aveva l’obiettivo di dare ai tedeschi la bomba nucleare e lasciò così il campo di concentramento. Il suo pensiero andò ai compagni di prigionia che era costretto a lasciare e che temeva potessero giudicarlo una spia. Dopo molte peripezie riuscì a boicottare il progetto che avrebbe cambiato il corso della storia. Finita la guerra emigrò negli Stati uniti con la moglie e lì adottò due figli e insegnò fisica all’università. Finalmente, incontrò un suo compagno di lager e capì che i suoi amici, molti dei quali, purtroppo uccisi dalle Ss, avevano capito che non era un traditore. Hirsch fece pace con la propria coscienza».E lei oggi è in pace?«A me ha fatto molto bene scrivere la mia storia. L’ho fatto quando finalmente mi sono sentito pronto. Sono stato arrestato per strada nel maggio del 1944 a Firenze per una mia leggerezza. Ero stufo di stare nascosto con la mia famiglia. Del lager ricordo l’ultimo sorriso di mia madre sullo scalone, prima di andare a morire. Mio padre invece venne destinato alla cava di pietra dove i prigionieri venivano bastonati di continuo e non è durato molto. Mia nonna, 90 anni, venne uccisa subito. Non ho più saputo nulla di mio fratello e della sua famiglia, moglie e figlioletto di 18 mesi. Ho perso tutta la mia famiglia nel lager. Quando sono tornato in Italia, alla fine della guerra, possedevo quello che indossavo ed ero solo. Ci ho messo del tempo a farmene una ragione. Ma ho ricominciato daccapo e ce l’ho fatta». Cosa l’ha aiutata a sopravvivere ad Auschwitz?«Il caso e l’ottimismo, "malattia" inguaribile da cui sono afflitto. Il caso perché mio nonno, professore di tedesco, dopo aver ascoltato Hitler tuonare contro noi ebrei alla radio, ritenne saggio insegnarmelo. Sempre il caso ha voluto che il maggiore delle Ss che ci accolse ad Auschwitz amasse Firenze e quindi mi arruolasse nel gruppo dei traduttori evitandomi lavori più duri. Nel campo polacco, infatti, la razione giornaliera era di duemila calorie, la metà di quelle che servono a un essere umano adulto. Tenga conto che i ritmi di lavoro erano serrati e la vita media di un prigioniero di due mesi. Sono sopravvissuto un anno. L’ottimismo mi ha sorretto sempre, soprattutto quando, grazie ai miei studi di baritono, andavo a cantare per i sorveglianti per racimolare qualcosa da mangiare, che poi dividevo con i miei compagni. E mi ha dato forza quando, davanti all’avanzare dei sovietici, i miei aguzzini mi portarono a Stuttow, vicino a Danzica, e poi a Buchenwald, dove venni liberato dagli americani».Molti sopravvissuti hanno perso la fede in campo di concentramento. È il suo caso?«No, non ho mai avuto molta fede, ma la mia esperienza non mi ha segnato in senso religioso. Penso che non ci fosse tempo per porsi il problema della presenza o meno di Dio. L’orrore della morte, l’incubo delle camere a gas e dei crematori, la grandezza di una simile macchina costruita per uccidere allontanavano da me ogni pensiero religioso. Quell’anno passato ad Auschwitz l’ho passato a preoccuparmi solo di sopravvivere. Anche se poi, in tutta onestà, ho visto rabbini e sacerdoti cattolici pregare anche in punto di morte e offrire meravigliose testimonianze di fede».Cosa ha reso possibile l’Olocausto?«La mancanza di democrazia e libertà. Quando mancano questi due pilastri, un dittatore può fare tutto quello che vuole. Hitler ha sterminato sei milioni di ebrei perché sapeva che non l’avrebbero mai seguito, allora ha utilizzato l’antisemitismo».Che non è morto...«E non morirà mai, ma finché vivremo in Stati con Parlamenti democraticamente eletti e dove vige la libertà di informazione e di espressione, il rischio che si ripeta la Shoah è basso. Anche la presenza dello Stato d’Israele è una garanzia per gli ebrei».A distanza di 65 anni, c’è stata giustizia?«No, non è possibile. Sono morte sei milioni di persone, non ci sarà mai giustizia umana per un simile orrore».