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Verso il sinodo. Amazzonia: l'enciclica anticipatrice di Pio X

Gianpaolo Romanato sabato 21 settembre 2019

Bambini del gruppo indigeno arazaire, nella regione Madre de Dios dell’Amazzonia peruviana / Ernesto Benavides/Afp

Indicendo il sinodo sull’Amazzonia, che si terrà nel prossimo mese di ottobre, Francesco aveva sicuramente presente l’enciclica che un secolo fa il suo predecessore Pio X dedicò agli indigeni d’America, denunciando tutte «le atrocità » di cui continuavano ad essere vittime. Si tratta della Lacrimabili statu, datata 7 giugno 1912. Nel testo, breve ma inequivocabile – il primo di un pontefice interamente dedicato alle popolazioni sudamericane indigene – papa Sarto scriveva con orrore di «sevizie e delitti, scelleratezze e malvagità» commessi su di loro, del «mercato» che se ne fa, anche a danno di donne e bambini, approfittando del fatto che molti di essi allora vivevano in terre «remote e inaccessibili». Non voleva credere a «siffatte voci», aggiunge il papa, ma le inequivocabili testimonianze di missionari, delegati apostolici e «persone del tutto degne di fede», avevano tolto ogni dubbio. Chi erano i testimoni degni di fede che spinsero Pio X a scrivere quel testo lucido e anticipatore? Oggi sappiamo che una delle sue fonti, forse la più ascoltata, fu il missionario Giovanni Genocchi (1860-1926), noto finora soprattutto per le sue simpatie moderniste. Ma Genocchi, una delle figure più elevate della Chiesa del tempo, era molto di più, tanto che Pio X, notoriamente poco disponibile verso le idee modernizzanti, non gli negò mai la fiducia. E fra i delicati incarichi che ebbe dal papa ci fu anche un’ispezione alle regioni amazzoniche (era un missionario, pratico di lingue e abituato a viaggiare nelle zone più impervie) per informare la Santa Sede di prima mano di quanto vi accadeva.

L’ispezione, in due momenti successivi, si svolse tra il 1911 e il 1913 e l’enciclica, di cui fu diretto ispiratore, apparve dopo il primo viaggio. Di tale ispezione sono state ora pubblicate tutte le relazioni che egli inviò alla Santa Sede, in particolare al segretario di Stato del tempo, Rafael Merry del Val: Per gl’Indi del Sudamerica. Missione pontificia di studio, a cura di Mario L. Grignani (Edizioni di storia e letteratura, euro 38,00) Fece capo soprattutto a Iquitos, in Perù – un Paese, scrive, «ancora selvaggio o semiselvaggio» – e a Manaus, in Brasile, due località che raggiunse con un viaggio interminabile, attraverso i fiumi sudamericani. Ciò che vide, e che riferì subito a Roma, indusse il papa alla sua denuncia. Sul clero locale, composto per lo più di «mercanti, bevitori e concubinari », non si poteva contare. E poco anche sulla struttura ecclesiastica, sulla quale gravava il peso del patronato statale, che le repubbliche americane avevano ereditato da periodo spagnolo e portoghese. Solo i missionari erano affidabili, ma erano pochi, spesso malati, dato che malaria e febbre gialla colpivano senza pietà. Contro le prevaricazioni continue a danno degli indigeni operavano attivamente le autorità diplomatiche inglesi, per cui Genocchi segnala l’opportunità di reclutare missionari britannici (soprattutto irlandesi), che sapevano farsi rispettare e proteggere.

Le condizioni delle popolazioni indigene – proprio nell’area amazzonica che sarà oggetto del sinodo straordinario – erano davvero lacrimevoli, come titolerà il papa la sua enciclica. In Argentina, dove era sbarcato dopo la traversata atlantica (di lì, con un viaggio davvero bilico, passerà in Cile, Perù, Brasile e Amazzonia, che raggiunse risalendo da Belém il Rio delle Amazzoni), apprese con raccapriccio che degli indiani «non se ne vuol sentir parlare e si desidera una cosa sola, che spariscano del tutto e presto». In Cile, riferisce, «si dà per certo che i soldati solevano per divertimento tirar colpi di fucile agl’Indi» e «non è lontano il tempo in cui ogni testa di Indio maschio si pagava una sterlina e cinque scellini una testa di femmina». In Perù «i poveri Indi presi in vere caccie e razzie, sono incatenati, tiranneggiati, massacrati, talvolta per pura malvagità». Gli stranieri, soprattutto i missionari, sono sgraditi proprio perché vedono quel che non dovrebbero vedere. «È incredibile – scrive da Iquitos – l’indifferenza con cui si comprano e si vendono giovani Indi, rapiti con frode e violenza, e spesso con spargimento di sangue, alle tribù vicine». E le autorità governative? Tacciono, coprono, traggono loro stesse profitto. Bisogna fondare nuove missioni, ma protette, garantite, aiutate, raccomanda Genocchi. Altrimenti non servono: da uno del posto si sentì dire che «i missionari dovrebbero essere trattati come criminali perché istruendo gli’Indi ci privano delle nostre bestie da carico».

A Belém (siamo in Brasile) «lo sfruttamento degl’Indi ridotti in schiavitù è orribilmente barbaro. Comprarli, venderli, accalappiarli come si può, non si ritiene colpa più grande che il contrabbando di merci in Europa». La schiavitù era stata abolita in Brasile trent’anni prima, ma a Manaus continuava, con le camere di tortura, i ceppi cui incatenare per giorni e settimane i malcapitati. «Prendere e violentare ragazze indie» è normale, scrive il missionario, dato che «il padrone è giudice inappellabile». E chi cerca di fuggire? Meglio «non dire» cosa gli succede. Nell’immensa Amazzonia, «tutto è lecito », la legge non esiste, «i mercati di carne umana» sono quotidiani, «le schiavette indie devono per forza sottomettersi all’arbitrio il più spudorato e insaziabile». Genocchi, vedeva, registrava, riferiva a Roma, denunciava. E il papa, inorridito, scrisse la sua enciclica. Sono passati da allora cento anni, ma se il primo papa che viene dall’America latina ha voluto indire un sinodo proprio sull’Amazzonia, vuol dire che c’è ancora bisogno di chi denunci. La violenza sulla natura, che oggi sta distruggendo un patrimonio unico al mondo. Ma non solo quella.