Odiatori e catastrofisti delusi: all’Olimpiade italiana (per ora) funziona quasi tutto
Impianti, volontari, trasporti, organizzazione: siamo passati dal "non ce la faremo mai" al "non vorremmo che finisse mai". E i tifosi stranieri apprezzano

Diario dai Giochi/4.
Traffico ingestibile, impianti incompiuti, tribune vuote, organizzazione in affanno e polemiche a orologeria già pronte prima ancora che si accendesse il braciere. Con la speranza di qualcuno - inconfessabile ma viva - che quella fiamma si spegnesse subito. C’erano tutte le condizioni perché andasse male. Anzi, malissimo. E invece, dopo i primi giorni di gara, la notizia clamorosa è una: tra le cose fondamentali, non sta succedendo nulla di negativo. Che, per un’Olimpiade, è quasi rivoluzionario. E per l’Italia, quasi impossibile.
Non c’è occasione migliore della prima giornata senza medaglie azzurre per guardarsi intorno. E il panorama è quasi da cartolina. Funziona la macchina organizzativa. Funzionano i trasporti, che portano le persone dove devono andare senza trasformare ogni spostamento in un’esperienza mistica. Funzionano gli impianti, pieni anche quando non c’è una finale da medaglia ma una batteria di qualificazione di uno sport che molti hanno scoperto solo leggendo il programma, e del quale quasi certamente non conoscono le regole. Funzionano persino i volontari: gentili, sorridenti e onnipresenti, come se tenere in piedi il più grande evento sportivo invernale del mondo fosse una passeggiata.
Funziona soprattutto il pubblico. Partecipa, segue, si informa, applaude. Qui si guarda lo sport, prima ancora del risultato. E non è poco. Le medaglie, naturalmente, contano e fanno la differenza. Ma intanto l’Olimpiade ha già vinto una gara complicatissima: quella contro il nostro scetticismo strutturale. Contro l’idea che “tanto qualcosa andrà storto”. Spiace deludere i catastrofisti in servizio permanente effettivo e gli odiatori professionisti per ragioni politiche, ma per ora non va storto quasi nulla. Ed è questo, paradossalmente, a spiazzare di più. Perché quando tutto gira discretamente bene, il vero rischio è restare senza lamentele. E non siamo allenati.
C'è soprattutto un'elettricità rara nell'aria. E il vero spettacolo, oltre alle gare, lo offrono i turisti stranieri. Pittoreschi, tanti, più degli italiani sulle tribune. E che stanno stabilendo nuovi standard di "smarrimento creativo". Abbiamo avvistato tifosi scandinavi in maniche corte a Bormio di notte (con -5 gradi) e influencer americani in centro a Milano con tute da sci integrali e scarponi da snowboard per andare a fare l’aperitivo in Brera. I gruppi di giapponesi poi sono visibilmente confusi dal concetto di "pausa pranzo" italiana. Li vedi vagare davanti ai ristoranti chiusi alle 15.30 con in mano le mappe digitali, chiedendosi perché non servano le penne al sugo proprio quando loro hanno più fame.
Poi è chiaro, non tutto è perfetto. Se sei riuscito ad arrivare da Piazza Duomo alla pista di bob di Cortina senza dover vendere un rene o invocare la protezione civile, sei ufficialmente un atleta olimpico anche tu. La vera disciplina coreografica di queste Olimpiadi non è il pattinaggio di figura, ma il viaggio da un sito all’altro, che necessita di provviste, tempi lunghi e tanta pazienza. Ma l'integrazione tra le sedi è la vera vittoria. La gente ama il contrasto, specie dal divano davanti alla tv: la mattina vedi una partita di hockey ghiaccio da Milano e il pomeriggio sei su una terrazza a duemila metri a goderti il tramonto rosa sulle Tofane. Senza muovere un piede. Che meraviglia.
Anche il meteo sta dando una mano. Si diceva che non ci sarebbe stata neve. Invece, grazie a una combinazione di cielo, cannoni sparafiocchi hi-tech e preghiere collettive dei commercianti di Livigno, le piste sono così bianche che si vedono dallo spazio, o almeno dal tetto del Bosco Verticale. Curiosità: pare che a Milano, nel caso arrivasse, abbiano provato a rendere "olimpica" anche la nebbia, rinominandola Low Visibility Atmospheric Experience per i turisti americani.
Alla fine, la vera magia di Milano Cortina 2026 è questa: l'organizzazione del “più o meno” applicata alla creatività del "lo facciamo all'ultimo, ma lo facciamo bene". Siamo passati dal "non ce la faranno mai" al "non vorremmo che finisse mai". Questo non è solo un evento sportivo, è la dimostrazione che quando l'Italia decide di accendere le luci, lo fa con un impegno che non ha eguali. Certo, lo Spritz a Cortina costa come un’automobile, ma con questa vista e questo entusiasmo, quasi nessuno sembra volersi lamentare. Per ora, almeno.
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