Lindsey Vonn: quanto vale la pena di rischiare per inseguire la gloria?
La statunitense operata per la frattura della tibia dopo la spaventosa caduta a Cortina nella discesa libera. A 41 anni e 6 anni dopo essersi ritirata inseguiva un'ultima vittoria in condizioni fisiche precarie

Diario dai Giochi/3.
La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare. Non è una canzone per Lindsey, sono le parole del destino. Cosa sei disposta a perdere per battere i tuoi limiti?
Mi fido di te, sì mi fido di te. Il pettorale numero 13, che per chi ci crede è già un presagio. La treccia bionda che esce dal casco, via, a capofitto, senza pensarci: solo 13 (ancora) secondi esatti di gara, il salto, il braccio destro che infila la porta, gli sci di traverso nel cielo, la caduta, le gambe incrociate, l’urlo di dolore che zittisce l’Olimpiade. L’infortunio alla fine si è rivelato meno grave di quanto sembrasse, ma si tratta comunque di una frattura al piatto tibiale della gamba sinistra per la quale è stata operata all'ospedale di Treviso. Lo sci, per lei, finisce qui. E questa volta senza possibilità di ritorno.

Il dramma di Lindsey Vonn è una spremuta di paura, pensieri, certezze che svaniscono, il suo schianto è il gelo nel sole di Cortina. Perché lei era Wonder Woman, ma se anche i supereroi perdono i poteri, allora è un film che distrugge le certezze. La campionessa americana si era fatta male a Crans Montana, appena nove giorni fa: rottura del legamento crociato del ginocchio destro era stata la diagnosi. Ha voluto partecipare comunque alla discesa olimpica con un tutore, diceva di sentirsi sicura ("ce la faccio, anche conciata così, sono la miglior versione di me stessa”), lei che già corre da tempo con una protesi di titanio nell’altro ginocchio.
A 41 anni, dopo essersi ritirata dalle gare per sei stagioni, la donna incapace di arrendersi era tornata a sciare. Inseguiva l’ultimo traguardo, il suo ultimo inverno da protagonista, sfidando avversarie che potrebbero essere sue figlie. Ma così non è stato, la Olympia della Tofana ha chiesto e ottenuto la sua preda: su un salto si è scomposta ed è atterrata di traverso, la botta sulle ginocchia è stata tremenda. Poi quell’urlo di disperazione, lei immobile in quella posa sgraziata sulla neve, il popolo dello sci ammutolito, con le mani sulla faccia per non vedere, i soccorsi, secondi che non finiscono mai, l’elicottero che la porta via, verso l’ospedale.
La domanda del terzo giorno di Giochi è una sola: quanto vale la pena di rischiare per inseguire la gloria? E poi: dove finisce il coraggio e inizia l’ossessione? Difficile rispondere. Come è impossibile dire che Lindsey Vonn sia caduta perché non era nelle condizioni fisiche di disputare una discesa libera olimpica, a 120 all’ora, senza ginocchia. La fatalità spesso corre più forte della logica. Ed è una regola non scritta che lo sport spesso fa bene dopo aver fatto male, soprattutto se adotta quel “Whatever it takes”, costi quel che costi, che Mario Draghi pronunciò per l’euro, ma non per una medaglia.
Il discorso però diventa più largo. La Vonn schiantata sulla neve ci fa pensare che non è la meta, ma il viaggio che conta. E che a definirci è tutto quello che attraversiamo prima di tagliare il traguardo. Non abbiamo il diritto di giudicare le scelte altrui: nella testa e nelle ossa di un campione scorrono convinzioni e un sangue diverso da quello del 99% di noi. Ma è veramente così, o mentre piazzano sempre un po’ più in là la bandierina dei loro limiti anche i supereroi non riescono a valutare i danni collaterali del loro sforzo?

L’urlo di Lindsey, chi frequenta lo sport l’ha già sentito tante altre volte. Ma usciva dalla bocca di atleti nel fiore degli anni, sani e solo sfortunati, che da sempre si rompono in campo o sulla neve, e quasi sempre tornano. Non da quella di una campionessa nata coraggiosa e diventata robot che voleva trascinarsi il tramonto dietro la montagna.
Pochi giorni fa, alla vigilia della sua seconda – e ultima – vita agonistica ai Giochi, Lindsey Vonn aveva trasformato un'intervista con L’Équipe in un grande autoritratto parlando di ritorno, identità, dolore, orgoglio, età, velocità. E della necessità di chiudere un cerchio. Diceva che la competizione le era mancata al punto da vivere il ritiro come “una piccola morte”. Ora sentiva di avere l’occasione di fare qualcosa di unico. «Non sarei tornata solo per divertimento. Non passo sei ore al giorno in palestra per hobby: ci torno perché credo di avere un’opportunità meravigliosa: vincere ancora». A 41 anni voleva dimostrare che il corpo aveva smesso di essere un problema per diventare un dettaglio. E che le donne nello sport possono competere anche dopo i 40. Moltissime, ha detto, le hanno scritto per ringraziarla. E che questo effetto “sociale” dava un senso al suo ritorno, ben oltre il risultato. «Se hai paura, devi smettere di fare la discesa. È lì che diventa pericoloso. Quando vado davvero forte, mi sembra facile. Se è troppo facile, significa che non vado abbastanza veloce». E poi l’annuncio. «Sarà davvero il mio ultimo inverno. Nessuna possibilità che torni ancora. Il 12 febbraio a Cortina sarà il mio ultimo giorno di lavoro…».
Ha sbagliato di quattro giorni, tutto il resto in una meravigliosa carriera, lo ha fatto giusto. Grazie comunque Lindsey, oggi comincia un’altra vita. In discesa o in salita, lo sa solo il cielo.
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