La telecronaca Rai e San Siro da abbattere: quando infierire non serve

Giochi e dintorni: due storture (più una) in mezzo a tanta bellezza olimpica. Ma il segreto della meraviglia è proprio l'imperfezione
February 7, 2026
La telecronaca Rai e San Siro da abbattere: quando infierire non serve
Lo stadio San Siro di Milano / AFP
Diario dai Giochi/2.
Infierire, brutta parola. Ma è quella di oggi. Suona male quasi sempre, malissimo dopo aver visto tanta bellezza, l’eleganza con tutti i colori del mondo dentro, in uno stadio agonizzante eppure mai così vivo, moderno, aperto. Ma il segreto della meraviglia è proprio l’imperfezione. Quella degli uomini che sbagliano. E quella di chi, appunto, infierisce sugli errori altrui.
Il secondo giorno di Olimpiade ha ancora negli occhi la meraviglia di una Cerimonia che ha sfiorato la perfezione. Ma nelle parole martella altrove. Prende di mira la telecronaca della Rai che – dice chi l’ha dovuta sopportare in Tv – ha rovinato lo spettacolo di una grande serata. Matilda De Angelis scambiata per Mariah Carey, la presidentessa del CIO, Kirsty Coventry, presentata come la figlia di Mattarella. E poi una serie di gaffe e commenti fuori luogo, con l’aggiunta di amnesie assortire quando ha cantato il rapper Ghali, o il pubblico fischiava Israele e il vicepresidente Usa, Vance. Ma infierire, appunto, non è mai elegante. Specie quando ti pizzica il sospetto che l’indignazione di fronte a certe indubbie storture salga o scenda a seconda del bersaglio, in un Paese in cui persino la neve diventa di destra o di sinistra. E allora mi astengo, anche perché fare diversamente non serve a molto.
Come non serve infierire sulla Svizzera. Che a livello di sentimento popolare di questi tempi non se la passa benissimo. Ora anche ai Giochi. Chiedere per conferma al belga Maximilien Drion. Designato portabandiera dal suo comitato olimpico, venerdì non è arrivato in tempo a Milano a causa di una mancata coincidenza ferroviaria in Svizzera. L’atleta sarebbe dovuto arrivare via Zurigo a Milano solo per la cerimonia, per poi ritornare ad allenarsi in Svizzera in vista delle sue gare a Bormio della seconda settimana. È rimasto bloccato invece da uno dei rarissimi – ovviamente – ritardi sulle linee ferroviarie degli elvetici, quelli sempre precisi e perfetti, quelli che non sbagliano mai.
E nemmeno, infine, serve infierire su chi ha deciso che San Siro dovrà essere abbattuto. Ma qui è difficile astenersi. Perché la Cerimonia d’apertura l’ha confermato: quello non è, non è stato, e non sarà mai semplicemente uno stadio. San Siro è un animale antico che sa di essere arrivato alla fine, ma che non vuole ancora arrendersi. Lo senti nel cemento che trattiene l’umidità, nelle rampe che sembrano scale di un tempio industriale, nell’orgoglio ferito di una balena bianca arpionata dal tempo. Abbandonandolo venerdì notte tra luci e musica ne ho accarezzato gli angoli e l'ho pensato ancora una volta come lo vedeva Gianni Brera: bello e fascinoso, come un favoloso transatlantico in navigazione sull’oceano buio. Quello della nostra coscienza di uomini ingrati.

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