Cucchiai di Nutella e caschi incriminati, le regole dei Giochi

Dall'azzurra Passler squalificata per doping e riammessa dopo ricorso al caso dell'atleta ucraino escluso per propaganda "indebita": l'Olimpiade fa discutere
February 13, 2026
Cucchiai di Nutella e caschi incriminati, le regole dei Giochi
L'azzurra Rebecca Passler/ ANSA

Diario dai Giochi/8.

C’è un filo sottile che in questo ottavo giorno di Giochi unisce un cucchiaio di Nutella avvelenato e un casco incriminato. Quel filo si chiama squalifica, tremendo verdetto che lo sport può dare e togliere, indebolendo le certezze e dividendo i giudizi di chi osserva tentando di farsi un’opinione. Impresa difficile dopo quello che sta accadendo a Milano Cortina 2026, dove l’Olimpiade ribadisce una volta ancora che le regole sono la sua prima regola.
Non è un gioco di parole, è la chiave di tutto. Ma la regola che comporta l’esclusione automatica dalle competizioni di un’atleta risultata positiva ad un controllo antidoping ammette che la sospensione cautelare possa essere revocata. Così Rebecca Passler, atleta azzurra del biathlon squalificata a poche ore dal via delle Olimpiadi con l’accusa di aver assunto letrozolo, farmaco tumorale considerato dopante, è stata riammessa in seguito al suo ricorso in attesa del giudizio definitivo del Tribunale nazionale antidoping (Tna), ed eventualmente del Tribunale arbitrale dello Sport (Tas) di Losanna. Il provvedimento deciso dalla Procura Antidoping italiana si basa sulla quantità esigua del farmaco trovato nel sangue dell’atleta e sul principio del fumus boni iuris, ovvero l’apparente fondatezza dell’assunzione involontaria o della contaminazione inconsapevole della sostanza in oggetto.
Rebecca Passler, dopo essersi portata per giorni sulle spalle l’accusa più infamante che possa riguardare uno sportivo, con la prospettiva di dover rinunciare all’appuntamento che aspettava da quattro anni, la settimana prossima potrà quindi gareggiare. Ma la vicenda ha un corollario singolare e per certi versi commovente, sempre che la ricostruzione sia autentica, perché la sostanza incriminata è la stessa che anni fa fu contestata alla tennista Sara Errani, poi squalificata per 10 mesi malgrado si fosse difesa affermando che, nel suo caso, la pastiglia di letrozolo fosse accidentalmente finita nel brodo o nell’impasto dei tortellini preparati dalla mamma che assumeva quel farmaco per combattere una recidiva tumorale.
Anche in questo caso c’è una mamma malata di tumore, quella di Rebecca Passler, sottoposta – secondo la difesa dell’atleta – da quasi un anno a una terapia endocrina continuativa a base di letrozolo, prescritto a fini terapeutici. Rebecca non sarebbe stata informata delle condizioni cliniche della madre e ignorava che quest'ultima assumesse giornalmente il farmaco, custodito in un luogo non accessibile. Ma avrebbe consumato alimenti condivisi in ambito domestico, in particolare della Nutella prelevata con un cucchiaio comune. Da qui l’assunzione “involontaria e inconsapevole”: una ricostruzione che pare sinceramente poco verosimile, o perlomeno curiosa, che la Procura Antidoping italiana, nota per il suo rigore, ha comunque accolto ritenendola convincente.
Singolare anche la reazione dell’atleta: “Sono stati giorni molto difficili - ha spiegato Rebecca – ma ho sempre creduto nella mia buona fede”. Una frase che (speriamo per lei) le è uscita male solo per l’emozione del momento, o magari per una non perfetta padronanza dell’italiano.
Queste comunque sono le regole del gioco, e le regole – come le sentenze - non si commentano, si rispettano. Anche quelle sbagliate, che però indeboliscono quelle giuste. Occorre fermarsi qui nel secondo caso spinoso di queste Olimpiadi, quello che ha coinvolto Vladyslav Heraskevych, campione ucraino di skeleton, squalificato dalle gare l’altro giorno per aver indossato un casco con le immagini dei volti di oltre venti atleti e allenatori ucraini uccisi dai russi nel corso dell’invasione del suo Paese. La vicenda, che ha sollevato indignazione e proteste, si è chiusa con una pilatesca e mal riuscita esibizione di equilibrismo da parte del Cio (competizione negata per lui, ma accredito olimpico precipitosamente restituito «in via eccezionale») capace di scontentare tutti.
Forse non abbastanza pubblicizzati sono stati però i tentavi di mediazione prima della squalifica, dalla possibilità offerta all’atleta di gareggiare con il lutto al braccio, a quella di esibire il casco-manifesto durante gli allenamenti e nelle prove, o davanti ai media al termine della gara. Ma non durante la gara.
Regole, appunto. La Carta Olimpica non consente infatti alcun tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale in alcun sito. Quello delle gare è uno spazio neutrale: così è stato deciso da sempre da e con gli atleti.
Il no dello sport di fronte ai dolori e alle rivendicazioni del mondo è una necessità. Fuori dal mondo, certamente, e fuori dal tempo. Come tutti i divieti alla libertà di esprimere le proprie opinioni, specie – come in questo caso – quando non di opinioni si tratta, ma di fatti. L’Olimpiade però deve difendere i suoi confini, non può permettersi di aprire le porte della gara a ciò che le è estraneo. Ci sono almeno 130 conflitti oggi nel mondo e ci sono mille ragioni per rivendicare ferite, discriminazioni e ingiustizie. Se ogni atleta utilizzasse la sua occasione olimpica per segnalare le atrocità che lui, il suo Paese o la sua religione stanno subendo, ci sarebbe un’infinita sfilata di proteste al posto delle gare.
Le Olimpiadi sono uniche, non c’è manifestazione al mondo che raduni sotto il suo tetto più di 200 Paesi e provi a farli convivere insieme per meno di tre settimane. Questa è la regola, e le regole esistono perché le si rispettino. Almeno questo è il mio pensiero. Cambiarle, a volte, sarebbe necessario. E a volte indispensabile. Ma finchè esistono, non è corretto eluderle. Come ha scritto Alessandro Baricco, non esistono regole migliori di altre. Esistono piani che vincono, e quelli stabiliscono le regole che gli altri, ingenuamente, adotteranno come regole giuste. Se applicassimo questo concetto alla vita quotidiana, forse scopriremmo che non aveva torto.

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