Atleti guida, gli angeli custodi degli sciatori ipovedenti

Vanno avanti e devono pensare per due. Il veterano Fabrizio Casal: «Il segreto? Ascolto e fiducia nell’altro»
March 14, 2026
Atleti guida, gli angeli custodi degli sciatori ipovedenti
Chiara Mazzel e Fabrizio Casal in gara / Ansa / Scaccini / Cip
Su una pista che sfiora il cielo come quella dell’Olimpia delle Tofane, le guide degli sciatori ipovedenti sembrano angeli custodi. Proteggono, accompagnano, suggeriscono la strada migliore. Una presenza discreta ma essenziale. Proprio come il silenzio che regna sulle tribune quando la gara sta per iniziare. Le guide tracciano il percorso andando avanti e comunicano via radio attraverso degli auricolari nel casco. Primi al cancelletto di partenza, primi devono essere al traguardo. Senza mai eccedere, mantenendo sempre la giusta distanza. Se vanno troppo forte c’è il rischio di non essere più seguiti. Se rallentano possono essere di intralcio o causare una caduta. La propria performance non basta. Ma è decisiva per far prendere una medaglia a chi viene guidato: in tal caso la vince anche lui perché in questa disciplina si vince di squadra. Devono pensare per due, con la responsabilità di condurre in picchiata anche a 100 km/h atleti che spesso vedono solo ombre o sagome. Per questo può essere utile che vestano colori sgargianti come il rosa shocking che stiamo vedendo alle Paralimpiadi. Prendersi sulle spalle i loro compagni, è insomma una vera missione.
Lo sa bene uno che questo compito lo interpreta da oltre dieci anni come il trentino Fabrizio Casal da Cavalese. A 26 anni ha già una collezione pazzesca di medaglie: è stato lui il primo a far esplodere Giacomo Bertagnolli vincendo quattro medaglie (di cui due d’oro) a Pyeongchang, 2018. Per poi condurre al successo, con tra l’altro due titoli mondiali, anche Chiara Mazzel con cui corre anche a Milano Cortina: hanno vinto l’argento nel gigante, oggi vanno all’assalto dello slalom. Bertagnolli invece adesso ha un’altra guida (Andrea Ravelli) ma con Fabrizio sono cresciuti assieme, figli di amici comuni, si sono ritrovati sui banchi di scuola alle superiori.
È scaturita in quegli anni per Casal la decisione di rinunciare alla carriera individuale che pure era partita bene avendo messo gli sci ai piedi a cinque anni. I rischi del mestiere li conosce per forza tutti, uno che ha cominciato questo percorso appena sedicenne: «Puoi essere anche una bravissima guida e fare 999 giorni perfetti, basta un piccolo errore in una giornata determinante e rischi di giocarti la fiducia del compagno ipovedente che sarà subito tentato di affidarsi a un altro». Alcuni, come Chiara con Fabrizio, preferiscono che la guida indossi anche un amplificatore dietro la schiena: oltre le indicazioni tecniche o di tipo motivazionale, vanno segnalati i cambi di luce (la pista dal sole all’ombra). E all’occorrenza saper trovare il momento giusto per voltarsi e controllare dietro che succede. La pressione è tanta: «Ma ho imparato a gestirla negli anni: prima guardavo solo alla piccola sbavatura e me la trascinavo in mente. Ora ho capito che bisogna accettare di essere umani nonostante si ricerchi la perfezione».
Per Fabrizio alla fine è stata una scelta inevitabile: «Nel mio animo ho sempre sentito questo bisogno di aiutare e ascoltare gli altri, intuirne le difficoltà ed entrare in sintonia con loro». Un talento ricevuto in eredità senza alcun dubbio: «Vengo da una famiglia molto cattolica. Devo ai miei genitori, a mia madre in particolare, questa dimensione interiore che mi permette di andare verso l’altro». Valori che ha ritrovato anche in questo mondo: «Il paralimpismo è qualcosa che si vive standoci dentro. Basta andare in giro per Cortina in questi giorni e vedere ragazzi in sedie a rotelle che si aiutano l’un altro, atleti con una gamba che spingono la propria valigia da soli…».
C’è un’empatia, una capacità di mettersi nei panni dell’altro che fa la differenza. Fabrizio ha ammesso che a volte ha provato a sciare a occhi chiusi, un esercizio secondo lui utile anche per gli atleti olimpici. Se si volta indietro sono tante le gioie raccolte negli anni: «Nessuno finora era riuscito ad arrivare alle medaglie paralimpiche, all’oro mondiale, alla Coppa del Mondo e alla vittoria in tutte le discipline, con due atleti diversi». Una lunga striscia vincente, dalle prime medaglie con Giacomo ai trionfi con Chiara: «Ci alleniamo ormai da sette anni assieme, facciamo tutto insieme, siamo sempre insieme». Per questo dopo le prime medaglie raccolte a Cortina da Mazzel con un'altra guida, Casal non vedeva l’ora di scendere in pista. È arrivato un argento prezioso, anche perché conquistato con la pressione del tifo casalingo.
Durante le gare dello sci paralimpico per ipovedenti si dovrebbe rimanere in silenzio per permettere la concentrazione delle coppie. E così è stato nonostante la variopinta e nutrita presenza di pubblico sulle tribune. Il clima di festa con la musica dance, gli odori pungenti dei piatti caldi, il vociare e il rincorrersi dei bimbi a caccia di spille ricordo, si è stemperato da solo senza bisogno di ricordarlo dagli altoparlanti. Quando gli organizzatori hanno finito di spargere sale sulle piste per consolidare la neve scaldata da un sole a tratti abbronzante, la gara ha avuto inizio. E il boato è arrivato, come auspicabile, solo per gli arrivi al traguardo. «C’era un grandissimo pubblico e scendere con loro è stata un’esperienza straordinaria - ha commentato Mazzel -. Già qualche porta prima del traguardo sentivo il tifo numeroso, mi sono davvero goduta ogni momento. Una medaglia che vale tantissimo perché il frutto di un lavoro con la mia guida storica, Casal. Dopo un periodo difficile oggi siamo riusciti a ritrovarci». Al settimo cielo anche Fabrizio che al traguardo ha svelato sotto la tuta un bigliettino di incoraggiamento: «Me l’ha scritto e dato mia nonna, presente in tribuna. Oggi ha corso con me. Io sono molto legato alle mie nonne. Prima di partire per le gare, passo sempre a salutarle, ormai è un rito per me». Un rapporto intenso, al pari di chi porta al traguardo uno sciatore ipovedente: «Ti lega un sentimento familiare. Come aver cura per il proprio papà o un tuo fratello e riuscire a dargli fiducia quando magari affrontano una difficoltà. Se non ci metti tutto te stesso non riesci. È un atto d’amore incondizionato».

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