Mario Biondi: «I miei dieci figli, un atto d'amore verso la vita»
Il. cantante pubblica "Prova d'autore", il suo primo album interamente in italiano: riflessioni sulla vita, sull'assenza e sulla famiglia. A maggio parte il tour

Dopo aver fatto ballare il pubblico del Festival di Sanremo duettando con Sayf e Alex Britti sulle note di Hit the Road Jack di Ray Charles, classificandosi sul podio, Mario Biondi apre un nuovo capitolo della sua carriera. Il 2026 segna infatti vent’anni dall’esplosione del successo internazionale This Is What You Are, contenuto nell’album Handful of Soul, che lo ha consacrato tra le voci più riconoscibili del soul-jazz europeo.
Dal 10 aprile arriva Prova d’autore (Sony Music in collaborazione con The Orchard), il suo primo disco interamente in italiano, un lavoro ricco di sfumature musicali – dal soul al blues fino all’elettronica e al pop – attraversato da romanticismo e riflessioni profonde sulla vita, la morte e gli affetti. Un progetto importante, che lo vede protagonista non solo come interprete ma anche come autore, compositore, arrangiatore e produttore. E i festeggiamenti non si fermano qui: dal 3 maggio partirà anche il nuovo tour teatrale nelle principali città italiane, accompagnato da musicisti storici e dal pianista Antonio Faraò, che riprenderà per nuove date da novembre.
Mario Biondi, perché un disco in italiano?
«Sono anni che ho questo progetto in cantiere, diciamo che il cassetto ormai strabordava e spingeva per essere aperto. Alla fine, grazie anche ai miei collaboratori, sono riuscito a fare questa operazione, anche di convincimento verso me stesso. Sono venti brani, come i vent’anni dal successo di This Is What You Are: una cosa bella, generosa, che volevo fare da tempo».
Cosa voleva raccontare di sé in questo lavoro?
«Questo progetto è come un prisma. Dentro un prisma ci sono tante sfaccettature, e la personalità di un essere umano è così: non è mai una sola cosa. Noi spesso semplifichiamo troppo, tagliamo con l’accetta, ma ogni anima è pienissima di sfaccettature. Questo disco prova a rappresentarne molte».
Il primo brano, “Ciao dottore”, è dedicato a un amico medico scomparso durante il Covid.
«Sì, è ispirato a Giuseppe, una persona che mi ha accompagnato, sostenuto e voluto bene. La sua scomparsa, così giovane, poco più che sessantenne, proprio all’inizio della pandemia, è stata un dolore forte. Lui mi ha illuminato su tante cose. Il brano è dedicato non solo a lui, ma a tutti coloro che si prendono cura degli esseri viventi dai medici ai veterinari».
Il tema della morte torna anche nella delicata “Mentre vivo”. A chi è dedicata?
«È dedicata a una madre. Sono entrato in punta di piedi nella storia di Antonio Faraò, che mi ha raccontato la sua perdita. Non volevo farne qualcosa di troppo carico di dolore, ma qualcosa che contenesse anche speranza. Dentro ci sono anche le mie perdite: mio padre è scomparso quasi trent’anni fa. L’idea è che l’assenza fisica non significa scomparsa totale. Il legame con chi hai amato, un padre o una madre, non può svanire. Io a volte mi guardo allo specchio e saluto mio padre. Non c’è amore più grande. È morto giovanissimo, e io ero molto giovane. Ma quando voglio, con una smorfia, lo ritrovo».
C’è anche uno slancio spirituale in “Aiutaci”, dai suoni sudamericani.
«Sì, il brano è ispirato a Yemanjá, una divinità della tradizione brasiliana, spesso associata a una figura materna simile alla Madonna. È una dea della bellezza e della Terra, simbolo di protezione e armonia. A lei ho rivolto una preghiera, chiedendo aiuto per capire se sia ancora possibile purificare le impurità che affliggono il nostro mondo. Mi ha ispirato anche Mario Venuti, che già negli anni Novanta parlava di questa figura. Ho letto libri sull’argomento e ho frequentato il Brasile per molti anni».
Lei è padre di dieci figli e dedica loro due brani molto diversi: “Il figlio” e “Un’altra volta”.
«Il figlio è un brano intenso, a tratti doloroso. È un grido, una richiesta d’aiuto, ispirata da storie vere che mi sono state confidate. Parla di situazioni in cui il figlio diventa quasi terreno di contesa tra genitori, specie nelle coppie separate. Io stesso ho vissuto questa situazione con una figlia e purtroppo è una battaglia ancora aperta. A volte si arriva a situazioni anche assurde, e i ragazzi si trovano in mezzo a un tira e molla che non dovrebbero vivere. Un’altra volta, invece, è dedicata ai miei figli in modo più luminoso: alla loro dolcezza, alla semplicità, alla forza che mi danno ogni giorno. Ci sono momenti in cui, ad esempio, la mia bimba di due anni si avvicina e mi abbraccia senza motivo. E io mi chiedo: cosa ho fatto per meritare questo? Sono un’energia meravigliosa».
Cosa significa avere una famiglia così numerosa?
«È un grande impegno. Con mia moglie abbiamo tre figli insieme, ma tutti gli altri – dagli undici anni fino al più grande che ne ha trenta – passano spesso a trovarci. La casa è sempre piena di gioia, ma anche di responsabilità. Ci sono momenti in cui succede di tutto: uno si opera, un altro si fa male, un altro ancora ha bisogno di cure. Però è la vita. Leggo anche cattiverie su questa cosa dei figli, come se mi fossero “sfuggiti”. Non è così: sono tutti voluti, desiderati, amati. Qualcuno pensa che avere molti figli sia irresponsabile, ma per me è un gesto d’amore verso la vita. Ci vorrebbe un po’ più di bontà. Siamo tutti simili, alla fine».
C’è una riflessione molto personale anche in “Cielo stellato”.
«Sì, è un brano molto intimo. L’ho proposto a Sanremo, ma non è stato preso. Ci sono rimasto male perché pensavo potesse essere un giusto trampolino anche per presentare il progetto. Ma comunque Carlo Conti è stato molto carino e così sono salito sul palco dell’Ariston con Sayf nella serata delle cover. Quando guardi il cielo con il cuore aperto, invece dell’immensità puoi vedere il dolore, la mancanza di qualcuno che non c’è più. Poi abbassi lo sguardo e trovi qualcosa che ti restituisce la felicità e la voglia di vivere. È questo contrasto che mi interessava raccontare».
Non mancano i brani sull’amore e sulle donne.
«Assolutamente. Ci sono diverse sfumature: la donna delusa, diventata cinica; quella che invece crede ancora nell’amore eterno; e poi il brano finale, Forte, che è più sensuale ma sempre romantico. Spero che faccia nascere tanti bambini (ride)».
Dal punto di vista musicale, come ha costruito questo album così vario?
«Sono i brani stessi che ti indicano la strada. Anche i miei collaboratori portano idee, suoni interessanti. La musica è questo: mescolare, impastare. Un po’ come il cibo: puoi cambiare la ricetta, usare ingredienti più o meno forti, ma resta sempre cibo. Così è la musica: puoi avere una ritmica più aggressiva o più morbida, una chitarra elettrica al posto del pianoforte, ma alla fine resta sempre quello che è. La musica è vita».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






