Gianni Morandi: «In tour pensando alla pace»

Nella sua casa di San Lazzaro di Savena il cantante presenta i suoi nuovi concerti dedicati ai 60 anni di "C'era un ragazzo". «Riempire i palasport a 81 anni è incredibile»
April 3, 2026
Gianni Morandi:  «In tour pensando alla pace»
Gianni Morandi, 81 anni, torna in tour/Foto di Virginia Bettoja
Nel grande salone luminoso, tra travi antiche e vetrate che si aprono su “un grande prato verde” come canta in una delle sue celebri canzoni, Gianni Morandi accoglie i giornalisti con un sorriso che è rimasto quello di sempre, lo stesso di quando era “il ragazzo” delle canzoni che hanno attraversato l’Italia. «Inizialmente questo tour era nato per celebrare i 60 anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Allora c’era la guerra del Vietnam e purtroppo siamo ancora lì, siamo sempre in guerra…», sospira, lasciando scivolare lo sguardo oltre il giardino.
Siamo a San Lazzaro di Savena, sui colli bolognesi, nella sua casa, un’antica casina di caccia ottocentesca, trasformata oggi in un luogo accogliente, dove la musica convive con la quotidianità. In cucina e sul patio, la moglie Anna si muove con discrezione, assicurandosi che a tutti arrivino tortelloni e crescentine. L’atmosfera è familiare, quasi domestica. Morandi ha voluto così la presentazione del suo nuovo tour: porte aperte, niente distanze. E la gente, quella che lo segue da generazioni, è pronta a ritrovarlo nei palasport con “C’era un ragazzo - Gianni Morandi Story”, al via dal 15 aprile organizzato da Trident. Una tournée che attraverserà l’Italia da Conegliano a Milano, da Roma a Firenze, fino a Genova, riportando sul palco i suoi grandi classici insieme ai brani più recenti.
«Sono molto amico di Francesco Guccini», racconta. «Negli stessi anni lui scriveva Dio è morto e Auschwitz e io C’era un ragazzo. Tutti brani contro la guerra. Lui mi diceva: “La tua è una storiella”», aggiunge sorridendo. Poi il ricordo si allarga: «Quando siamo andati da Papa Francesco, accompagnati dal cardinale Matteo Zuppi, lui ci ha introdotto così: “Santità, questi sono due bolognesi”. E il Papa, che era troppo simpatico, ha esclamato: “Hasta la victoria siempre”».
La leggerezza del racconto non cancella la serietà dello sguardo sull’oggi. «Qualcosa sulla guerra lo dirò sul palco, stiamo scrivendo i testi con l’autore Federico Taddia», anticipa. «Io sono stato in tournée in Russia, nel 1986 mi diedero la Medaglia della pace come cantante pacifista… e oggi pensare che sono loro ad aggredire». E non rinuncia a una riflessione più ampia: «Non ho mai parlato molto di politica, ma un accenno lo farò. Di come Donald Trump e Vladimir Putin vogliono decidere della nostra vita, e di un’Europa che non riesce a essere unita e a intervenire come arbitro con la sua cultura e la sua storia. Però poi la gente ai concerti vuole sentire cantare…».
E allora la musica torna al centro. Lo spettacolo si aprirà con Monghidoro, inedito scritto da Jovanotti, che compare al cellulare con un saluto a sorpresa, un brano autobiografico che riporta Morandi ai suoi 13 anni, alla sua famiglia e ai sogni di un ragazzino di provincia. «Mi sono arrivate due canzoni nuove», racconta. «Una è questa, l’altra è di Giovanni Caccamo, Canzoni che racconta come le canzoni sono la nostra vita. Io, per esempio, quando sento Io che amo solo te mi emoziono ancora ripensando alla prima cotta».
Morandi parla delle sue canzoni come di compagne di viaggio. «Un’altra canzone importante per me è Uno su mille: è fatta di parole che sono mattoni. “Se sei a terra non strisciare mai…”. Quando la canto mi concentro sulle parole: la voglia e la forza di ricominciare la devi trovare dentro di te».
I momenti belli e quelli difficili si intrecciano nel racconto. «La prima volta che ho sentito la mia voce al jukebox da ragazzino con Andavo a cento all’ora è stata un’emozione incredibile. E la prima volta in tv, ad Alta pressione di Enzo Trapani… pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa più che di me». Poi il ricordo si fa più duro. «Il momento più brutto? Il Vigorelli di Milano, il 4 luglio del ’71. Noi cantanti italiani facevamo il Cantagiro, fiumi di persone ci accoglievano nelle città. Ma a Milano ospiti speciali erano i Led Zeppelin. Migliaia di ragazzi aspettavano solo loro. Io salgo sul palco e parte un boato, pomodori, lattine… “Vai via!”. Gli altri cantanti italiani, non uscirono. Pensai: qui non si riparte più». Una ferita che però non ha chiuso la strada.
Oggi, a 81 anni, Morandi riempie ancora i palasport. «Mi fa effetto, non ci credo», ammette. E per affrontare il tour si allena come un atleta: «Faccio palestra e corro tutti i giorni, ho un circuito qui fuori di 800 metri, è un ex maneggio, è grande come il Velodromo di Bologna. Il cantante è come un atleta».
Non è solo metafora. Perché Morandi il buio lo ha conosciuto davvero. «A 36 anni non mi chiamava più nessuno. Su suggerimento di un grande chitarrista amico mio, mi iscrissi al conservatorio, classe di contrabbasso. Sono stati anni bellissimi. Ho imparato a cantare davvero nella classe di corale, il maestro era fissato con Bach». Un periodo segnato anche da dolori personali: «Mio padre morì, mi separai… ma imparai a fare il padre. Prima avevo ritmi infernali, tournée dal Sudamerica al Giappone».
Il racconto si illumina quando parla del figlio Tredici Pietro con cui ha duettato nella serata delle cover al Festival sul brano Vita, successo in coppia con Lucio Dalla. «Quando mio figlio mi ha chiamato per cantare con lui a Sanremo è stato un regalo. Non me lo aspettavo. Ha superato il fatto di doversi emancipare dalla nomea di “figlio di”. Mi ha detto: “Vieni, questa è una cosa che mi terrò per me come un regalo e un ricordo nostro per sempre». E il legame con il passato riaffiora con Lucio Dalla. «Da lui ho imparato che tutto può diventare spettacolo, anche quando c’è un black out. Era davvero troppo bravo».
Poi la commozione. «Due giorni prima che morisse eravamo allo stadio a vedere Bologna-Udinese. Mi disse: “Devo fare dieci spettacoli in Europa, a uno devi venire”. Non ho fatto in tempo. Il primo marzo è arrivata la telefonata di Bibi Ballandi che diceva che era morto. Si è addormentato su una terrazza in una bella giornata di sole». Si ferma, gli occhi lucidi. «Ho perso tanti amici…». E aggiunge «Io sono qui che aspetto di andare…», dice indicando il cielo. Poi corregge: «In tournée!». Il presente è ancora pieno. E il futuro anche. «Guardo a Charles Aznavour: è morto a 94 anni, il giorno dopo aveva un concerto. Mi piacerebbe fare così». Tra i ricordi e le opinioni, c’è spazio anche per la televisione e i colleghi. Di Adriano Celentano dice: «Sta bene, sono il suo fan numero uno. Magari tornasse. È come dire, magari tornasse Mina».
Quanto a Sanremo, promuove Stefano De Martino: «È bravo, ha energia. Gli ho detto: l’uomo della Rai sei tu. Certo è giovane, sarà affiancato da qualcuno». Il pomeriggio scivola via tra racconti e risate, mentre la luce cambia sui colli. Morandi ci saluta con una domanda: «Che vita sarebbe senza canzoni?».

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