Tullio De Piscopo: «"Miranda" è il mio grido di pace»
Il grande batterista si racconta alla vigilia dell'uscita del singolo "Miranda" e della tappa milanese del suo "80 Tullio. The last tour. Nun 'o saccio"

«Popolo, popolo ‘n coppa a sta terra, pure a domenica fa a’ guerra. Miranda!». Ci accoglie così, sorridente, sull’uscio di casa, il “Maestro”, Tullio De Piscopo. Lo fa cantando con quella voce inconfondibile che arriva dal ventre della sua città: Napoli, dove è nato 80 anni fa. L’eterno scugnizzo di Porta Capuana, che a 13 anni si esibiva sul palco dei night club del porto ed era già abitato dal jazz, non poteva non ascoltare il monito accorato di Eduardo De Filippo rivolto a tutti i talenti artistici nati sotto il Vesuvio: «Fuitevenne 'a Napoli». Così, il giovane Tullio è salito nella Milano dei jazzman Franco Cerri ed Enrico Intra, per rimanerci. Miranda è il titolo del suo ultimo singolo (in digitale pubblicato da Altafonte Italia, un’esplosione di jazz misto al funk. « E’ il mio grido di pace – spiega - .Miranda in latino vuol dire ammirabile, meravigliosa, è la bellezza distrutta dalle guerre assurde che scoppiano tutti i giorni n’coppa u munno», questo il senso del singolo che esce domani e che alla sera (ore 21) verrà presentato al Teatro Dal Verme per l’ultima tappa, prima della ripresa estiva di ’80 Tullio. The last tour. Nun 'o saccio”. Titolo che rispecchia la filosofia scanzonata di un artista considerato, dalla critica specializzata oltre che dai tanti fan sparsi nel mondo, tra i più grandi batteristi di tutti i tempi. «Ma l’invidia, che è il Covid inestirpabile dell’umanità, mi vuole far passare per un “pazzariello” che in quasi settant’anni di carriera, ha fatto solo Andamento lento. Certo, con quella canzone ho potuto comprare questa casa e alla Siae ho anche chiesto di rititolarla: “Santo Andamento Lento” – dice ridendo - . Ma io con la mia batteria ho girato il mondo e ho suonato con tutti i più grandi che mi chiamavano perché ero e rimango il “session man italiano», dice il Maestro con voce tuonante, mentre per non smettere o’ groove infinito martella i polpastrelli sul tavolo dello studiolo. Il pensatoio del cantautore che scrive ancora i testi «solo a penna, perché il computer s’è rubata la musica e quindi prova a rubarmi l’anima. Ma non ce la fa, perché per me la musica è Dio che mi protegge. La mia musica è l’adrenalina pura, il farmaco dell’anima e anche del corpo che con questa fede ha superato e supera tutti i malanni» . La musica divina e la batteria come lessico familiare. «Mio padre Giuseppe, era batterista, e per fortuna che riuscì a scappare dal camion dei nazisti che lo deportavano nei lager, altrimenti adesso non sarei qui. Appena nato ho aperto gli occhi e ho visto attorno a me piatti, tamburelli, pistilli e poi due foto sul comò, e mia madre Giuseppina indicandole mi disse “guarda Tu’: quella è zia Rosa e lui è zio Pio”. Da allora a Padre Pio lo chiamo zio», dice sorridendo mentre bacia le immaginette, sparse per la stanza, del Santo di Pietrelcina. Le pareti sono completamente tappezzate di premi, ritagli di giornali e foto che ritraggono i giganti del jazz. Ma il vero idolo è un bellissimo giovane batterista, un bianco dal volto da “americano”. «Era mio fratello Romeo. Un fenomeno, è morto lì a Bagnoli in quella sala del circolo ufficiali della Nato: si è accasciato e gli americani invece di ricoverarlo nel loro ospedale hanno chiamato un’ambulanza. Così Romeo è spirato durante il tragitto in mezzo al caos di Napoli. Teneva 21 anni, io ne avevo 10 e non volevo accettare di averlo perso. Sulla foto della prima comunione scrissi: “Costui è Tullio De Piscopo batterista chiamato Romeo”. Da allora è Romeo che mi guida, assieme a papà, perché da solo non sarei stato capace di suonare la batteria accussì». Un suono che “Scivola come un’onda libera, ti porta via”, sottolinea anche la suoneria del suo telefonino, l’unica concessione del Maestro alla tecnologia: «Viviamo in un mondo tutto uguale, tutto veloce, in cui ci mancavano solo i social a fare uscire tutti pazzi. Mi sembra di essere escluso da tutto e invece io vorrei essere connesso con tutto e tutti ma parlando, cantando e pregando, come faccio ogni giorno per i miei cari “fratelli” musicisti che non ci sono più». Si alza e mostra la foto del suo “totem”, «il grande batterista Max Roach. Questo è Art Blakey, mi ha salvato da un anno di cella di rigore: da pacifista mi ero rifiutato di sparare quando facevo il bersagliere. Una notte accennai una sua canzone e dall’altra camerata mi rispose una voce… Era il figlio del maresciallo Luigi Imelio che poi venne a Roma e mi portò a Pordenone. Il maresciallo era il capo della fanfara e mi permise di fare arrivare la batteria da Napoli». Lo sguardo si posa su un altro ritratto: «L’ho amato più di tutti, è John Lewis , il pianista dei Modern Jazz Quartet, inarrivabile. Ma lo stesso potrei dire di Gerry Mulligan che quando venne a Perugia per Umbria Jazz mi volle con sé per suonare assieme ad Astor Piazzolla. Con lui ho inciso 11 dischi, compreso Summit-Reunion-Cumbre che pubblicò con Mulligan nel 1974. Piazzolla non è solo il padre del “tango elettrico”, per cui in Argentina prima l’hanno rinnegato e poi si sono dovuti scusare, ma è uno dei più grandi compositori del ‘900». Ma l’incontro che gli ha cambiato la vita è stato quello con l’altro “fratello di strada”, Pino Daniele. «Fu mio padre che aveva suonato con Pino nella trasmissione Rai “Senza Rete” a dirmi di scendere da Milano che dovevo conoscere stu guaglione che era appena uscito con un disco rivoluzionario, Terra mia. Arrivai a Napoli e a mezzogiorno a Port’Alba stavamo davanti a una pizza fumante che sognavamo già di conquistare quel mondo che si apriva davanti a noi». Il Maestro si alza, va nell’altra stanza e con un ghigno pieno di fierezza porta una copertina bianca della Cimbarecord con tutti i nomi dei musicisti di Napoli Centrale (Pino Daniele, Rino Zurzolo, Tony Espsito, Joe Amoruso e James Senese) «Ci chiamavamo la “Super Band”. Non ci rendevamo neppure conto che stavamo riscrivendo la storia della musica e che avremmo lasciato dei bei segni con i quali ancora oggi bisogna fare i conti». Anche i rapper di ultima generazione devono fare i conti con il primo rap italiano (napoletano), Stop Bayon diventato una hit internazionale. «Quel pezzo scritto con Pino ha girato il mondo, ha avuto il consenso di un genio come Quincy Jones e a Chicago grazie a Stop Bayon hanno inventato l’house music». Domani sera quel brano farà cantare e ballare tutto il Teatro dal Verme e il Maestro con la sua band (Stefano Gajon sax clarinetto e chitarra , Giovanni Luca Silvestri chitarre, Daniele Labelli tastiere, Rosario Di Giorgio percussioni e batteria e Alessandro Simeoni basso) continuerà ad eseguirlo nelle prossime tappe di un tour che non ha scadenze. «L’ho scritto anche sulla locandina: “Nun 'o saccio”. Un tour è sudore e distanze, ti porta a stare lontano da casa, da mia moglie Dina, le mie due figlie e i quattro nipoti che vivono tutti qui con me. Per me la famiglia è sacra, è quella che ritrovi sempre, assieme a qualche amico vero, specie nei momenti più duri e più bui… Il giorno del funerale di Romeo, ricordo che mio padre si nascose in un bagnetto per non farsi vedere piangere da noi figli. E io quel giorno ho visto pararsi davanti ai miei occhi una scala enorme che non finiva mai. Era la scala della “fatica della vita” che ho voluto riprodurre nel cofanetto antologico 80 Tullio. Nella copertina del quarto e ultimo vinile di 80 Tullio (4 vinili a tiratura limitata, 300 copie pubblicate dalla Cimbrarecord di Alessandro Galassi) si vede Tullio a 80 anni che quella scala l’ha percorsa sempre con tanto amore, per la musica e per la vita, e adesso sente che ha ancora qualche scalino da fare».
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