Dargen D'Amico: «Canto la compassione ispirata al Vangelo»
Nel nuovo album "Doppia mozzarella" il rapper intreccia ironia e ricerca interiore: tra consumismo, guerra e intelligenza artificiale, emerge una spiritualità naturale

Rapper, cantautore e produttore, Dargen D’Amico è tra le voci più eclettiche e poetiche della scena contemporanea. A Festival di Sanremo ha più volte intrecciato leggerezza e temi profondi: già in Dove si balla (2022) affiorava, tra ritmo e ironia, il dramma dei migranti; nel 2024 con Onda alta il tema è diventato esplicito. Fino alla recente cover di Su di noi, trasformata in un inno alla pace, chiusa dalle parole di Papa Francesco.
La leggerezza, nel suo caso, è una soglia: invita ad attraversare questioni urgenti senza proclami, ma con immagini che restano. Quest’anno è tornato all’Ariston con AI AI, titolo che è insieme lamento e rimando all’intelligenza artificiale. Ora arriva Doppia mozzarella, il nuovo album (Universal) uscito ieri, frutto di due anni di lavoro: un progetto che usa un’immagine ironica e quotidiana come metafora di vite sovraccariche, sempre tese al “di più”, oltre il necessario. Musicalmente il disco mescola rap, funky e atmosfere disco; nei testi, ironia e spiazzamento si aprono a riflessioni quasi filosofiche sul presente. Tra centri commerciali chiusi come relazioni finite, la freddezza del web, e storie come quella raccontata in L’ascensore, emerge uno sguardo caleidoscopico sulle derive della società dei consumi.
Ricorrente è anche l’elemento cristiano: in Pianti grassi parla di battesimo (“siamo tutti peccatori”), cita lo Spirito Santo in Techno Tango, mentre in Prima nudi chiamavamo amore riflette sulla figura del Papa. Non a caso il cardinale Gianfranco Ravasi, durante il Festival 2026, ha citato versi di AI AI, che richiamano il Vangelo: “Ama ciò che non ti piace, è la chiave per la pace”. «Ho apprezzato che il cardinale Ravasi abbia citato i versi della mia canzone sottolineando un elemento della canzone che è fondamentale: la base del Vangelo, della nuova visione portata da Gesù Cristo sul materiale precedente, che è la compassione» racconta Dargen D’Amico ad Avvenire.
Dargen, lei canta in AI AI: “A me mi ha rovinato la rete / altrimenti avrei fatto il prete”. A Sanremo ha detto che non era una battuta.
«Ho sempre sentito, fin da giovane, un’attrazione verso la spiritualità. Era un’attrazione verso cose che non ero in grado di capire: risposte che non avessero bisogno di domande. Una naturale inclinazione verso ciò che non deve essere spiegato, perché quando lo spieghi diventa qualcos’altro. La spiritualità è qualcosa di naturale: per questo tutte le religioni condividono elementi comuni. La religione è il modo in cui la domanda prende forma. Io sono cresciuto dentro il substrato cristiano europeo, cattolico, in Italia, ma non ho mai avuto un rapporto canonico: ho cercato altrove, nella lettura e nel dialogo, anche casuale, con persone che vivono di risposte religiose».
Da ragazzino ha frequentato il mondo cattolico?
«Reputo il cristianesimo parte del mio DNA culturale. Ho frequentato l’oratorio sì, finché a un certo punto mi hanno allontanato perché non frequentavo il catechismo e quindi non si poteva. Era un’altra epoca. Però quell’allontanamento non mi ha fatto cambiare idea, anzi, ringrazio il don che lo ha fatto: mi ha incuriosito di più. Le cose che sembrano esclusive sono spesso le più interessanti. Comunque ho frequentato gli scout e, nei giorni di pioggia, ci accoglievano negli oratori di piccoli paesi dell’Insubria. Dormivamo lì con i materassini: ne ho un ricordo bellissimo. È stato sempre un continuo avvicinarsi e allontanarsi».
Nel brano Prima nudi chiamavamo amore canta: “Io non riesco mai a capire se il Papa mi vuol bene o vuole solo benedirmi”.
«È una metafora del dubbio umano. Anche il Papa, che è il più alto rappresentante del rapporto spirituale, viene letto attraverso meccanismi umani. Il suo dubbio diventa il nostro: quanto vale l’individuo rispetto alla religione, e quanto la religione rispetto all’individuo? È un alternarsi continuo: nella religione vale di più la parola o l’azione che nasce da quella parola?»
All’Ariston ha portato Su di noi intrecciata con Il disertore e chiusa dalla voce di Papa Francesco che dice: “Non rassegniamoci alla guerra”.
«Viviamo tempi molto pericolosi. Siamo scivolati in un clima di conflitto costante, in cui passa l’idea che la guerra non sia poi così male. Noi siamo cresciuti con un impianto culturale diverso: la guerra non era considerata una soluzione. Anche a scuola la filosofia era pacifista. Oggi si invitano rappresentati dell’Esercito nelle scuole, inviti ai ragazzi a partecipare a parate. È cambiato il clima culturale. Quando si cerca di raccontare ai ragazzi i benefici della guerra, questo mi allarma. E quell’allarme va amplificato. Il mio intento era dire che abbiamo molti più punti in comune di quanto pensiamo. Tutti vogliamo una vita dignitosa, nel rispetto di chi ci è vicino, sia che ci somigli sia che sia diverso da noi».
Le piacerebbe incontrare Papa Leone?
«Ho la curiosità, molto italiana, di passeggiare nei viali della Santa Sede e parlare con chi rappresenta la spina dorsale della religione. Il Papa, in particolare, incarna il dilemma dell’uomo: cosa possiamo fare per gli altri e cosa gli altri rappresentano per noi. Se capitasse, coglierei l’occasione. Anche solo per piantare una tenda nei giardini vaticani, che sono meravigliosi, e osservare. Da scout. Da osservatore romano (ride)».
Nel disco emerge una visione critica del presente. In Piove metallo canta: “La speranza di farcela è spenta”.
«Le parole dicono che la speranza è accesa, ma le azioni lo negano. È uno di quei casi in cui il presente rende anacronistica una canzone che immaginavo fantascientifica. Purtroppo le immagini delle piogge di petrolio sui cittadini di Teheran rendono la canzone già antica. Il metallo rappresenta l’azione dell’uomo che ritorna su di noi nel ciclo naturale. E intanto si racconta che la soluzione sia andarsene altrove, consumare un altro pianeta. È un consumismo senza fine: delle cose, ma anche delle persone, usate e poi abbandonate».
In Moto ondulatorio riflette invece su bene e male.
“È nato prima il bene e poi il male a bilanciare”. Il moto ondulatorio è il superamento della superficie: un’onda musicale ma anche relazionale. Ci muoviamo continuamente: riconosciamo qualcosa e poi lo neghiamo. Riconosciamo negli altri ciò che non vorremmo vedere in noi. Ma quando accettiamo che quei difetti ci appartengono, allora facciamo pace. Con noi stessi e con gli altri».
Nel disco torna il tema del consumo e dell’eccesso.
Tutto ciò che aggiungiamo per colmare i nostri limiti aumenta l’insoddisfazione. Solo nell’essenziale si può trovare una vera soddisfazione. Oggi tutto diventa servizio, tutto ha un prezzo. Anche i bambini vengono trasformati presto in consumatori, con l’intelligenza artificiale che entra nei giochi, mentre la coscienza si sta formando. È pericoloso ridurre l’umanità a target commerciale. Ci sono cose che hanno valore proprio perché non hanno prezzo».
Perché il titolo Doppia Mozzarella?
È l’idea di non accontentarsi mai: raddoppiare, triplicare, voler sempre di più, fino a non essere mai sazi. Avere fame anche quando la fame biologica è già soddisfatta. Quell’immagine mi sembrava una metafora efficace di questo disco e delle sensazioni che contiene».
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