Addio a Desmond Morris. Con "La scimmia nuda"
rimise l’uomo dentro lo zoo

Lo scienziato e divulgatore è scomparso all’età di 98 anni. Con il suo libro più celebre, del 1967, applicò gli strumenti della zoologia e dell’etologia all’essere umano
April 20, 2026
Addio a Desmond Morris. Con "La scimmia nuda"
rimise l’uomo dentro lo zoo
Desmond Morris con lo scimpanzè Congo nel programma tv “Zootime”, 1956 / Alamy
«Negli anni Sessanta, passai ad analizzare gli uomini. Sono molto meglio di quanto credessi: hanno uno spirito collaborativo eccezionale, una creatività impareggiabile» dichiarava in un’intervista pubblicata da “Repubblica” nel 2017, in occasione dell’uscita della sua autobiografia, Un cervo in metropolitana, Desmond Morris, celebre zoologo, etologo, divulgatore televisivo, autore di fortunati libri ma anche pittore vicino alla tradizione surrealista britannica, scomparso domenica 19 aprile, a 98 anni.
Nato a Purton, nel Wiltshire, il 24 gennaio 1928, Morris si è formato come zoologo all’Università di Birmingham per poi proseguire gli studi con un dottorato a Oxford, lavorando sul comportamento animale. Dopo i primi anni di ricerca entrò nella Zoological Society of London, prima impegnandosi nel lavoro divulgativo della sua unità televisiva e cinematografica, poi divenendo curatore della settore mammiferi dello zoo della capitale inglese. Con Zoo Time diventò uno dei volti più riconoscibili della divulgazione naturalistica britannica, portando nelle case inglesi un modo nuovo di raccontare gli animali, un modo meno favolistico e più attento all’osservazione del comportamento. Negli anni successivi continuò a lavorare per il piccolo schermo con altri programmi e documentari, mantenendo sempre quell’equilibrio, non facile, tra rigore scientifico e mass media, di certo una delle ragioni della sua popolarità.
Uno dei tratti caratteristici del suo impegno intellettuale è stata proprio la doppia vocazione, scientifica e divulgativa. Eppure a renderlo noto in tutto il mondo non fu la televisione ma la traduzione dei suoi libri. Fu di certo un autore prolifico, Morris, avendone pubblicati più di novanta, la gran parte dei quali tradotti in molte lingue. A farla da padrone, nella sua vasta produzione, è il gusto di descrivere il comportamento animale e la relazione tra l’uomo e le altre specie. Dell’uomo descrisse l’importanza della sua corporeità, il peso del linguaggio gestuale e della comunicazione non verbale senza trascurare la rilevanza, nel vivere quotidiano, dei rituali sociali e sessuali. Libri come Lo zoo umano, L’uomo e i suoi gesti, L’animale uomo, ma anche titoli più divulgativi dedicati a gatti, cani, cavalli, mostrano il filo conduttore che ispira il suo lavoro di ricerca e divulgazione. Il suo impegno è proteso a mostrare come la cultura non vada separata dalla biologia ma anzi come trovi in essa la sua radice. Osservando i comportamenti quotidiani degli uomini egli li considera alla stregua di segnali, adattamenti ed eredità. È stata questa la forza del successo del suo lavoro, ma anche la fonte da cui sono derivate molte obiezioni. Se l’idea che l’umano potesse essere interpretato, almeno in parte, con gli strumenti dell’etologia destava polemiche, la sua riduzione biologista, ben presente almeno negli anni Sessanta e Settanta, ne inficiava anche le intuizione più interessanti.
Rifiutando l’accademismo autoreferenziale, Desmond Morris rese la zoologia un sapere accessibile e, alla pari dello sceneggiatore sudafricano Robert Ardrey, contribuì a divulgare uno campo di ricerca innovativo che aveva mosso i primi passi in Austria con Konrad Lorenz e Irenäus Eibl-Eibesfeldt, l’etologia umana.
Il libro che lo rese una vedette mondiale della divulgazione scientifica fu La scimmia nuda, uscito nel 1967. Il saggio lo portò al vertice delle classifiche vendendo oltre dieci milioni di copie. Fu il momento in cui il suo lavoro entrò davvero nel dibattito culturale, perché l’uomo vi era descritto come un primate da studiare con gli strumenti della zoologia, con tutto ciò che una simile impostazione comportava sul piano scientifico, antropologico ma anche ideologico. Il nucleo centrale intorno al quale gravita il libro è che sia la pelle l’organo che distingue l’uomo dagli altri animali e che questa sua particolare condizione dipenda dal bisogno di contatto tra la madre e il bambino. «Esistono 193 specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, 192 sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo Sapiens», scrive l’etologo e divulgatore inglese. Questa condizione è dovuta a una caratteristica particolare dell’uomo, la neotenia, vale a dire il mantenimento di caratteristiche neonatali per un periodo molto più lungo rispetto degli altri animali. Per queste ragioni l'allevamento dei figli della specie umana è un’impresa che richiede tempo ed energie da parte dei genitori che rischiano di metterne in pericolo il successo evolutivo. Problemi che emergerebbero già dalla nascita, di cui Morris mette in luce le difficoltà legate alla posizione eretta che richiedono l'assistenza di altri simili fin dai tempi antichi. Da esigenze biologiche, quindi, deriverebbe la socialità così come molti comportamenti materni e pure l’aggressività umana. Ignorare queste limitazioni potrebbe avere conseguenze negative minacciando il successo evolutivo della specie. Se all’inizio, nel clima ideologico degli anni Sessanta queste posizioni andavano a braccetto con l’atteggiamento ideologico allora dominante, oggi, possiamo dire che letti insieme ai contributi di Jakob Johann von Uexküll, Lorenz e Eibl-Eibesfeldt hanno contribuito a superare l’asfittico dualismo tra natura e cultura.
Non è, a questo punto un caso, che accanto al divulgatore scientifico in Desmond Morris abbia convissuto l’artista. Poco noto è infatti che Morris già da giovane abbia esposto in personali e che nel dopoguerra prese parte alle attività dell’ambiente surrealista inglese. Addirittura, nel 1950 condivise anche una mostra londinese con il grande pittore catalano Joan Miró, nel 1963 pubblicò La biologia dell'arte e, nel 1967, l’anno di La scimmia nuda, venne nominato per un periodo direttore dell’Institute of Contemporary Arts di Londra. L’attività artistica e i sui lavori pittorici, caratterizzati, in linea con lo stile surrealista, da forme biomorfiche e immagini oniriche, accompagnò la sua ricerca non alla stregua di un orpello ma quasi a testimoniare quel legame tra cultura e natura che i suoi libri hanno cercato di diffondere, non così dissimile in questo dal premio Oscar e divulgatore etologico Robert Ardrey.
Con Desmond Morris scompare un autore che ha segnato un’epoca della divulgazione scientifica novecentesca segnata da tesi talvolta riduzioniste, discutibili o deterministe ma che ha obbligato a misurarsi con una domanda scomoda ma senza la quale non potrebbe proseguire il cammino dell’uomo. Quanto di ciò che chiamiamo civiltà, costume, linguaggio continua a recare in sé una storia biologica più antica delle più antiche vestigia?

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