Rimpatri, no del Quirinale al «premio». La norma andrà riscritta (o salterà)
Il sottosegretario Mantovano da Mattarella: al centro del confronto i 615 euro offerti agli avvocati che convincono i migranti assistiti a tornare in patria. Possibile un riconoscimento del lavoro degli studi legali che si muovono nella direzione auspicata dall’esecutivo. E una delegazione di FdI va in Albania a visitare i centri

Il faro del Quirinale punta sul decreto Sicurezza e il Governo spedisce al Colle il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio dura poco più di un’ora ma l’esito è chiaro: la norma più controversa del provvedimento, il premio da 615 euro per gli avvocati che convincono i migranti assistiti a rimpatriare, dovrà essere riscritta. Le possibilità per salvare l’impianto della misura sono limitate. Si potrebbe pensare a un riconoscimento pubblico del lavoro degli studi legali che si muovono nella direzione indicata dal Governo. Ma è difficile capire cosa accadrà. L’unica certezza è che se il testo arrivasse al Colle così com’è, Sergio Mattarella sarebbe costretto (per la prima volta) a non firmarlo.
Un’eventualità che Giorgia Meloni non vuole neanche prendere in considerazione. E questo significa che se non verrà trovata la quadra la norma potrebbe semplicemente saltare. Del resto la misura, figlia di un emendamento di Fratelli d’Italia, è riuscita nell’impresa di compattare Anm, Consiglio forense e Camere penali. Non un dettaglio, con i postumi del referendum sulla giustizia ancora da smaltire.
Mantovano è arrivato al Quirinale poco dopo le 18:30, al termine di una giornata piuttosto movimentata. La «massima attenzione» del Colle sull’emendamento era filtrata nel pomeriggio. Ma la misura aveva già aperto una crepa in maggioranza. Noi Moderati l’ha avversata da subito: una «forzatura» che rischia di pregiudicare «la funzione costituzionale della difesa tecnica», l’ha definita il responsabile giustizia del partito di Maurizio Lupi, Gaetano Scalise. Ma il problema si è posto soprattutto in Forza Italia. Il nuovo corso impresso dalla famiglia Berlusconi dovrebbe portare una ventata liberale nel partito, che mal si concilia con le posizioni più securitarie di Lega e FdI.
Per questo l’interprete designato della svolta, il neoeletto capogruppo alla Camera Enrico Costa, si è affrettato a proporre una soluzione. Partendo dall’assunto che l’emendamento “incriminato” sarebbe entrato in funzione solo una volta stabilite le relative «regole attuative», l’idea di Costa è stata quella di un ordine del giorno che impegni il Governo a mettere attorno a un tavolo le parti che hanno sollevato perplessità. Strategia appoggiata anche dal partito della premier. Non a caso da Gjader, dove si trovava assieme a una delegazione del suo partito per una visita nei centri di rimpatrio in Albania, Sara Kelany ha difeso la misura, parlandone come di una norma «coerente», ma ha anche ammesso che «potrà essere modificata in base alle necessità tecniche».
Ora le cose cambiano. I tempi sono troppo stretti: il decreto scade il 25 aprile e, dopo l’approvazione in Senato, immaginare ulteriori modifiche alla Camera è dura. Gli emendamenti presentati dall’opposizione sono circa 1.200. Ma la fiducia è praticamente scontata. Ieri la riunione delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia è partita decisamente male. Le opposizioni hanno denunciato forzature sui tempi.
Il colloquio tra Mantovano e Mattarella, però, cambia tutto. Per il centrosinistra è una mezza vittoria, che diventerà intera se la norma contestata dovesse sparire del tutto. La capogruppo dem a Montecitorio, Chiara Braga, tira le somme: «Abbiamo chiesto e ottenuto la sospensione dell’esame dell’emendamento sull’avvocatura in attesa dell’esito dell’incontro in corso tra Governo e Quirinale. Il Parlamento non può lavorare alla cieca su una disposizione ancora oggetto di interlocuzioni istituzionali. Registriamo che la maggioranza è allo sbando».
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