Europa, la spesa bellica è già fuori controllo.
E cresce il rischio di nazionalismi armati

Presentato alla Camera il rapporto di Archivio disarmo commissionato dall’eurodeputato Tarquinio. Presenti anche Ciani, Boldrini e il capo delegazione del Pd a Bruxelles Zingaretti. Sul tavolo ci sono 85 miliardi di investimenti possibili in armi
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June 5, 2026
Europa, la spesa bellica è già fuori controllo.
E cresce il rischio di nazionalismi armati
Un momento della manifestazione del Movimento 5 Stelle (M5s) 'Basta soldi per le armi' per la pace contro il riarmo / Ansa
Un riarmo a trazione nazionale, se non addirittura nazionalista, porta dritto a un'Europa di superpotenze. Un'Europa dove chi spende di più conta di più e chi conta di più, specie quando il vento sovranista soffia forte, può decidere di archiviare definitivamente il sogno federalista. Non si tratta di sofismi, ma di una prospettiva concreta, basata sui numeri, come dimostra il rapporto di Archivio disarmo “Europa: quale difesa?”, presentato alla Camera e commissionato da Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e deputato europeo eletto come indipendente nel Pd.
L'assioma di partenza è che la spesa per la difesa, da sola, non garantisce sicurezza e che la sicurezza non coincide esclusivamente con la deterrenza militare. Del resto, come fa notare Fabrizio Battistelli, presidente di Archivio disarmo e coordinatore della ricerca, «l'Europa, intesa come agglomerato dei 27 Stati membri, è già oggi il secondo soggetto politico a livello internazionale per spesa militare, subito dopo gli Stati Uniti». È chiaro che qualcosa non quadra. Ma non è tutto: «Se dovesse essere confermata l'assurda e per molti versi impraticabile delibera dell'ultimo vertice Nato che porta al 5% del Pil l'intera somma dei costi della difesa – prosegue Battistelli – solo in Italia arriveremmo a 85 miliardi di euro per spese militari». Una cifra che inevitabilmente finirebbe per sottrarre risorse ad altri comparti, posto che Roma non può permettersi di spendere in deficit.
Nondimeno la corsa agli armamenti è una realtà. Il report rileva «un’impennata sincronizzata» dei bilanci militari della Ue post 2022, che «ha determinato uno spiazzamento degli investimenti civili» a fronte di «un preoccupante livello di accumulo del debito pubblico degli Stati membri». Al contempo si assottiglia la spesa per sanità in percentuale del pil. Insomma, «il trade-off “burro o cannoni” non è più una scelta - prosegue il rapporto -, ma un vincolo dettato da uno spazio fiscale sempre più ristretto».
C'è poi un altro punto, che riguarda invece il consenso dei cittadini rispetto a queste scelte. Archivio disarmo ha analizzato i dati di Eurobarometro secondo i quali, se si chiede agli italiani di esprimersi sulla necessità di aumentare la spesa per la difesa europea, il 54% si dichiara a favore. Peccato però che esista un altro dato, quello dell'European Council on Foreign Relations, basato sullo stesso quesito ma formulato in modo differente, ovvero senza omettere che quella spesa è divisa per Stati nazionali e soprattutto spiegando che le risorse per affrontarla devono essere reperite riallocando fondi da altri settori della spesa pubblica o ricorrendo a nuovo indebitamento. Ecco che la percentuale scende al 27%. «Si tratta della metà esatta – commenta Tarquinio –: è chiaro quindi che tutto dipende da come vengono poste le domande e dalle risposte che si desidera ottenere. Ma quando vengono presentati i costi reali e i sacrifici necessari in termini di welfare il consenso dei cittadini cambia radicalmente». In questo capitolo rientra anche la narrazione del pacifismo come istanza ingenua e scarsamente legata ai fatti. Una visione che la deputata dem Laura Boldrini definisce «caricaturale». La convinzione dell’ex presidente della Camera è che il concetto di difesa civile non sia solo un anelito utopistico, ma un modo concreto di «tenere fede al progetto di pace su cui si fonda l'Unione europea».
Una visione confermata da Paolo Ciani, vicecapogruppo dem alla Camera e segretario di Demos, per il quale «la sicurezza non coincide con la sola dimensione militare, ma significa anche lavoro, coesione sociale, diritti, lotta alle disuguaglianze, contrasto alla crisi climatica, capacità diplomatica, cooperazione con il Mediterraneo e con il Sud globale». Tutti elementi che il piano di riarmo, così come concepito, esclude, o peggio, potrebbe erodere a vantaggio delle spese militari.
«La corsa al riarmo nazionale – fa notare Nicola Zingaretti, capo delegazione del Pd a Bruxelles – non è solo inefficiente militarmente, ma rappresenta un tradimento del progetto politico europeo, nato originariamente proprio per smettere di fare la guerra tra nazioni». Un concetto semplice, eppure l’industria militare, peraltro sempre florida, non sta crescendo attraverso fusioni o cooperazioni reali (che Battistelli definisce «minoritarie» o «vicine allo zero»), ma tramite il rilancio delle grandi aziende nazionali (tra cui anche l’italiana Leonardo), che per lo più ricevono commesse dai loro governi di riferimento.
L’equazione non è difficile: per capire quale difesa vogliamo costruire in Europa occorre prima chiarire quale Europa vogliamo difendere. In gioco non c’è solo la capacità di deterrenza che il piano di riarmo della Commissione intende garantire, ma la possibilità che quello stesso piano diventi un grimaldello con cui scardinare il processo di integrazione.

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