La Luna e la Terra come non si erano mai viste: ecco le incredibili immagini di Artemis II
Sette ore nel deep space: il ritorno umano attorno al nostro satellite diventa un racconto in scatti tra scienza, rischi invisibili e paesaggi straordinari osservati per la prima volta attraverso i nostri occhi

La notte scorsa l'equipaggio di Artemis II ha completato il primo sorvolo lunare con esseri umani a bordo dai tempi dell'Apollo 17, nel 1972. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen non sono però semplici passeggeri di un viaggio storico: sono scienziati in missione. Molti gli esperimenti in atto. Tra questi, ad esempio, vi è un'indagine che ha utilizzato dispositivi “organ-on-a-chip” — piccolissime parti umane su silicio — per studiare gli effetti combinati di radiazioni e microgravità sui tessuti biologici. Gli astronauti hanno inoltre prelevato campioni di sangue e saliva che verranno studiati una volta a Terra, per capire come il deep space alteri il sistema immunitario. Questo progetto, chiamato Avatar, punta a comprendere come il corpo umano risponda ad un ambiente che nessun medico terrestre ha mai potuto studiare direttamente. A bordo del modulo di servizio viaggiavano anche quattro CubeSat (piccoli satelliti rilasciati in orbita terrestre) di agenzie spaziali di Germania, Corea del Sud, Arabia Saudita e Argentina, ognuno con obiettivi distinti. Il tedesco Tacheles misurava l'effetto dell'ambiente spaziale sui componenti elettronici dei futuri veicoli lunari; il coreano K-Rad Cube usava un dosimetro di tessuto umano artificiale per misurare la radiazione biologica nelle fasce di Van Allen; l'argentino Atenea testava metodi di schermatura e comunicazioni a lunga distanza.

La sfida scientifica più urgente era però quella delle radiazioni. Per la prima volta in decenni, quattro astronauti hanno abbandonato completamente la protezione del campo magnetico terrestre, esponendosi ad un cocktail di pericoli che l'Apollo aveva solo sfiorato. Ci sono le particelle energetiche solari, intense ma prevedibili, che possono causare malattie acute da radiazione. Poi c'è la radiazione cosmica galattica, costante, proveniente da ogni direzione, impossibile da schermare completamente — e potenzialmente più dannosa proprio per questo, perché tentare di bloccarla genera radiazione secondaria. Sembra un paradosso. Ma in realtà quando una di queste particelle ultraenergetiche colpisce un materiale spesso — metallo, plastica, qualsiasi cosa — non si ferma, ma si “frantuma” contro i nuclei del materiale e genera uno sciame di particelle secondarie: neutroni, raggi gamma, altri frammenti.

Per la prima volta in assoluto poi, la Nasa ha testato in volo modelli predittivi di tempeste solari basati su machine learning e fisica, sviluppati dall'Università del Michigan, capaci di lanciare allerte fino a 24 ore prima di un evento. Sei sensori di radiazione a bordo di Orion — il sistema Hera — misuravano i livelli in tempo reale in diverse zone della cabina, mentre ciascun astronauta indossava un dosimetro personale attivo. Al superamento di soglie prestabilite, un allarme visivo e sonoro avrebbe avvertito l'equipaggio, per fortuna non c’è stato bisogno. In caso di evento solare critico, il protocollo prevedeva di svuotare i vani di stivaggio centrali, ridistribuire i carichi lungo le pareti e creare così una zona a bassa esposizione attorno all'equipaggio — anche vicino al bagno, la zona più schermata della capsula. Perfino il rover Perseverance su Marte è stato utilizzato per monitorare macchie solari non visibili dalla Terra, dando ai team a terra un preavviso su possibili eruzioni in arrivo.

Durante le sette ore di sorvolo lunare poi, l'equipaggio ha fotografato e descritto crateri da impatto, antiche colate laviche e creste tettoniche, notando variazioni di colore e strutture che forniscono indizi sulla composizione e l'evoluzione della crosta lunare. Mentre i satelliti come il Lunar Reconnaissance Orbiter forniscono mappe dettagliate, solo occhi umani — in queste condizioni di illuminazione uniche — riescono a cogliere sfumature cromatiche che le camere non sanno tradurre. Durante l'eclissi solare della sera, con il Sole nascosto dietro la Luna, l'equipaggio ha anche analizzato la corona solare e cercato lampi di meteoroidi che impattavano la superficie.

Tutto questo serve a costruire il passo successivo. Nel febbraio 2026 la Nasa ha deciso che Artemis III, nel 2027, non sarà più un allunaggio ma una prova di attracco con i lander commerciali in orbita terrestre bassa — un Apollo 9 del XXI secolo. Il primo atterraggio vero è slittato ad Artemis IV, non prima del 2028. Ma i tempi restano incerti: lo Starship di SpaceX deve ancora dimostrare il rifornimento orbitale, operazione mai realizzata su scala operativa, senza la quale il lander lunare non ha abbastanza carburante per raggiungere la superficie. Stessa cosa vale per l’altro lander: il Blue Moon che richiede una medesima operazione in orbita lunare. E tutto questo dopo un periodo durante il quale sembrava che fosse la società privata di Elon Musk, la SpaceX, a dettare legge alla Nasa, in quanto c’era una forte spinta verso Marte, saltando la Luna. Ma poi sia la volontà di Trump (che ha voluto una vera base lunare come primo obiettivo, per non farsi scavalcare dai cinesi che continuano ad affermare di voler portare un uomo entro il 2030), sia il fatto che Musk abbia capito quanto sia difficile e complesso raggiungere Marte in pochi anni, hanno riportato la Nasa al centro delle attività umane spaziali con la Luna come obiettivo primario. La corsa è aperta e si capisce dunque, come ogni dato raccolto da Artemis II conti davvero tanto.

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