La "remigrazione" nel decreto: scontro sul premio ai rimpatri
Il centrosinsitra si ribella al compenso per quegli avvocati che fanno tornare in patria i loro assistiti. Magi (+Europa): «A un passo dall'Ice di Trump»

Seicentoquindici euro: è questo il prezzo che il Consiglio nazionale forense (Cnf) sarebbe costretto a pagare agli avvocati che riescono a concludere con successo il rimpatrio dei loro clienti migranti. Un incentivo economico, un premio, «una taglia tipo selvaggio West», per usare le parole di Riccardo Magi, segretario di +Europa. Si tratta di un emendamento voluto dalla maggioranza al “decreto Sicurezza”, appena approvato dal Senato e in attesa di ok finale la settimana prossima alla Camera. L’articolo 31 bis prevede infatti «un compenso, ad esito della partenza dello straniero», per il rappresentante legale che ha fornito assistenza al cittadino migrante nella fase di presentazione della richiesta di rimpatrio volontario assistito; e sarebbe proprio il Cnf a dover pagare questo compenso. Non solo: nel caso in cui il migrante decidesse di presentare ricorso contro l’espulsione, dovrebbe pagare la difesa di tasca propria e l’avvocato perderebbe così il patrocinio a spese dello Stato. «Una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti», ha commentato Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd. «Siamo a un passo dall’Ice di Trump - ha rimarcato Magi -. Chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo. Totalmente incostituzionale, contrario al principio del giusto processo e persino al codice penale».
L'organismo congressuale forense (che funge da rappresentanza sindacale dell'avvocatura italiana), dopo aver ribadito la propria contrarietà al “dl Sicurezza”, ha reagito lanciando lo stato di agitazione in segno di protesta contro l’emendamento. Lo stesso ha fatto il Cnf, che ha precisato di non essere mai stato informato dell’emendamento e ha chiesto alla Camera di intervenire per eliminarne ogni coinvolgimento, perché le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali. «Ci pare la mortificazione della funzione dell'avvocatura, che è la prima sentinella del diritto e certo non un facilitatore delle politiche governative di remigrazione», hanno sottolineato i magistrati progressisti di Ad.
«È una remigrazione mascherata», hanno tuonato le opposizioni, promettendo di presentare un emendamento soppressivo al 31 bis. «Siamo di fronte a una classe politica del tutto priva di una coscienza costituzionale, che intende strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte sull’immigrazione - ha commentato dal M5s Valentina D’Orso, capogruppo in commissione Giustizia alla Camera. - Dietro questa norma si nasconde la concezione del mondo delle destre al governo: tutto si può comprare, persino la dignità degli avvocati».
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