Antiche o moderne, anche la scienza
ha le sue mitologie

Un saggio di Vincenzo Crupi ricostruisce le radici storiche del sapere e invita a diffidare di alcune delle interpretazioni contemporanee
April 4, 2026
Antiche o moderne, anche la scienza
ha le sue mitologie
/ Unsplash
Nel suo delizioso volumetto Mythologies (edito nel 1957 e proposto in Italiano da Einaudi nel 1974), Ronald Barthes dedicava un capitolo al “cervello di Einstein”. Un’immagine mitologica, non meno della Citroën, della plastica o del catch. Nell’entusiasmo piccolo-borghese del dopoguerra («ed è, né cangia stile» potremmo aggiungere), l’immagine dello scienziato e della sua “ionica” formula E=mc2, evocava agli occhi di Barthes il mito gnostico del segreto del mondo finalmente svelato dalla più semplice delle formule. «La storica equazione E= mc2, con la sua semplicità inattesa, adempie quasi alla pura idea della chiave, nuda, lineare, di un solo metallo, per aprire con facilità prettamente magica una porta sulla quale ci si accaniva da secoli». Nient’affatto scomparso, il mito di Einstein si è nel frattempo esteso all’intelligenza artificiale. Formula ancor più semplice e maneggevole, quasi “idiota”, per risolvere magicamente ogni umano problema. Chiedilo a un Chatbot e otterrai la risposta! Come resistere a una simile mitologia, che come ogni altra non promette nulla di buono? Ad esempio leggendo l’ultimo lavoro di Vincenzo Crupi (Che cos’è la scienza?, Il Mulino pagine 168, euro 15,00). Nessuna critica della scienza, che spesso è solo il frutto d’una lacunosa informazione. Le scienze sono senz’altro uno straordinario fattore di progresso, col quale anche la filosofia – nolens volens – deve fare i conti. Ma il confronto va condotto dal punto di vista storico. Per lo meno, è quanto propone il volume di Crupi. Agile e ben scritto, a suo modo appassionante. In un centinaio di pagine mostra come la scienza contemporanea si radichi nella riflessione della Grecia classica. Non nel senso generico d’un logos che provvidenzialmente si sarebbe sostituito al mythos omerico. Periculum latet in generalibus. È bene diffidare di categorie generali come “logos” e “mythos”. Il punto è assai più preciso. In Grecia comparvero le teorie della scienza che avrebbero alimentato il dibattito filosofico-scientifico dei secoli successivi, compreso - buon ultimo - quello sull’intelligenza artificiale. In primo luogo la rappresentazione “epistemica” della scienza quale indagine dei principii primi e universali della realtà (non si può conoscere ciò che non è, sentenziava Aristotele). Ovvero l’idea della scienza quale indagine razionale basata su ipotesi scelte dal ricercatore, la cui unica validità consiste nell’efficacia pratica. Decisivo in questa prospettiva il metodo sperimentale, nel quale l’osservazione è svolta in condizioni controllate, tali da escludere «spiegazioni alternative del risultato che è stato osservato».
La spiegazione d’un fenomeno fisico non è scientifica se non è in grado di escludere le ipotesi concorrenti. Ed è ciò che garantisce il metodo sperimentale. Che pure non è esente da seri dubbi etici. Ad esempio nel caso dei medici del Museo istituito in Alessandria da Tolomeo I (circa 280 a. C.), che poterono condurre esperimenti anche crudeli non solo su cadaveri ma anche su persone ancora in vita. «Come si vede, anche questa [la questione morale] non è una scoperta recente», osserva Crupi. Naturalmente, non significa che la domanda intorno alla scienza si risolva tornando alla Grecia classica e al mondo ellenistico, com’è di moda da parte di filosofi nostalgici di Heidegger. Alla rivoluzione scientifica moderna Crupi assegna il giusto peso. Ad esempio, è d’estremo interesse comprendere in che modo nel XVII sec. si sia affermato il modello copernicano. Distruggere l’imponente unità dell’episteme aristotelica non fu semplice né privo di rischi, come sperimentarono Bruno e in minor misura (fortunatamente) Galilei. Per ricostruire la perduta unità della scienza bisognerà aspettare Newton. Il suo successo fu enorme, al punto da suggerire ad Alexander Pope versi fin troppo ispirati: «La natura e le sue leggi giacevano nascoste nella notte. / Ma Dio disse: sia Newton! E tutto fu luce». Ma anche questo trasporto religioso fu transitorio. Einstein, tra gli altri, non avrebbe tardato a demolire anche questa nuova mitologia, che pure aveva dato ottima prova di sé.
Dov’è allora la risposta alla domanda posta dal titolo del libro di Crupi? Nemmeno la netta ma un po’ dogmatica distinzione di Popper tra scienza e non scienza sembra sicura. Scientifiche, ci viene spiegato, sono solo le teorie aperte alla possibilità di confutazione. Non l’idealismo platonico o la psicoanalisi freudiana, tanto meno il marxismo - tutti e tre particolarmente invisi a Popper perché immuni dalla falsificazione. Eppure, non siamo d’accordo che il marxismo è stato confutato dalla storia? Non è questo che si dice? Ma se è stata confutata, la teoria marxista non era scientifica? Che cos’è, allora, la scienza? Coincide col metodo sperimentale, ossia con l’osservazione empirica svolta in condizioni controllate? È definita a posteriori dal suo successo predittivo o dalla sua “potenza”, come volevano Bacone e Hobbes e più recentemente Severino? Come spesso accade, di fronte alle domande complesse la tentazione è liquidatoria. In fondo, si dice, sappiamo tutti che cos’è la scienza. È ciò che ha prodotto la rete informatica, gli IPhone, l’intelligenza artificiale. Insomma, l’età della tecno-scienza, ben discussa in un recente volume a cura di Andrea Lavazza (L’età della tecnoscienza. Educazione, società, politica, Carocci, pagine 220, euro 24,00). Non di meno, spesso le risposte troppo intuitive rischiano di diventare dogmatiche, o più precisamente mitologiche. È il caso, certamente involontario, di Alexander Pope nei confronti di Newton, o del “cervello di Einstein” di Barthes. Oggi più che mai siamo inclini a mitologizzare la tecno-scienza ovunque trionfante. I rischi sono evidenti, soprattutto per le nuove generazioni che si affacciano al mondo col tablet nella culla. Non vi sono rimedi sicuri, tanto meno universali. Ma un approccio storico e una discussione filosofica della scienza sono senz’altro d’aiuto. Agile e al tempo stesso competente, il libro di Crupi sarà certamente d’aiuto.

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