sabato 4 luglio 2015
​Licenziata nel 1934 dall'istituto archeologico germanico di Roma a causa delle leggi razziali, la giovane Hermine divenne l'unica donna assunta all'epoca ai Musei Vaticani.
Strano destino quello di Hermine Speier: nata da una agiata famiglia ebrea di Francoforte nel 1898, nello stesso ambiente socio-culturale di Adorno, studiò dapprima storia e poi archeologia nelle migliori università tedesche e venne immediatamente prescelta per una carriera accademica, che interruppe per accettare nel 1928 la chiamata a Roma, al celebre “Istituto Archeologico Germanico” da parte del suo maestro Ludwig Curtius, che l’incaricò di organizzare un settore all’avanguardia per quel tempo: la fototeca.  L’incontro con Roma, con la Roma degli studiosi tedeschi, con la Roma dell’archeologia e della cultura classica, fu il suo destino. Per sempre a Roma, fino alla morte nel 1989. Ma non fu una vita quieta. E come poteva esserlo in quegli anni così drammatici per la Germania? Nel 1934 una legge del Terzo Reich estrometteva tutti i funzionari «non ariani». Fu il colpo mortale alla cultura tedesca, allora ancora universalmente egemonica. Hermine Speier si trovò licenziata per motivi razziali, ma qui avvenne il primo miracolo: venne assunta da Bartolomeo Nogara, direttore generale dei Musei Vaticani, con la stessa funzione: organizzare la fototeca di tutti i reperti archeologici di proprietà vaticana. L’altro miracolo fu che l’ebrea Hermine Speier fu la prima donna in assoluto assunta in Vaticano. Oggi tra i circa 4000 funzionari si contano 600 donne. La Speier fu la prima. Circolò perfino la voce che il suo contratto fosse a nome di Herminius Speier, una leggenda sfatata dalle pazienti ricerche della giornalista austriaca Gudrun Sailer, che ha dedicato una recentissima ed esauriente monografia all’archeologa: Monsignorina. Die deutsche Jüdin Hermine Speier im Vatikan  (“Monsignorina. L’ebrea tedesca Hermine Speier in Vaticano”, edizioni Aschendorff ). L’attività in Vaticano le dette la possibilità di collaborare con gli studiosi più illustri dell’archeologia come Filippo Maggi e in seguito con i giovani archeologi tedeschi tra i quali Bernard Andreae e Paul Zanker. Il suo lavoro archeologico fu apprezzato da tutti i pontefici con cui entrò in contatto nel suo lungo servizio alla scienza, che molto la stimarono come conferma l’alta onorificenza “Pro Ecclesia et Pontefice”. Nei sotterranei vaticani trovò un fregio del Partenone attribuito a Fidia: un colpo di fortuna, ma anche il risultato di una immensa cultura archeologica e classicistica. Accanto alla sua strepitosa attività scientifica, Hermine Speier era una donna elegante e coltissima: abitò per 45 anni un appartamento, messole a disposizione dall’imprenditore, poeta e mecenate Robert Boehringer, all’ultimo piano di un edificio della Salita di Sant’Onofrio al Gianicolo con una meravigliosa terrazza su Roma. Il suo salotto, “Salon Salita”, era un immancabile punto d’incontro dell’ intellighenzia tedesca e italiana con letture dantesche accanto a letture dell’opera di Winckelmann, il fondatore del classicismo settecentesco, anche lui “tedesco di Roma”, che costituì per la Speier un grandioso riferimento sia culturale sia esistenziale. Anche lei – proprio negli anni oscuri e tragici delle persecuzioni naziste – si avvicinò al cattolicesimo e si convertì. Quando Roma, nel ’43, fu in mano alle truppe germaniche, con la razzia antiebraica del 16 ottobre, Hermine si rifugiò presso il convento di Santa Priscilla, rischiando, come in un romanzo, la vita pur di tornare ogni tanto a casa. Hermine poté contare sempre sul sostegno dell’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsäcker, il padre di Richard, il futuro presidente della Repubblica tedesca.  Accanto alla studiosa vi è anche la donna: a Hermine – per gli amici italiani Erminia – piaceva vivere e vivere anche comodamente e appassionatamente. Tra i suoi amori, il più imprevedibile fu quello con il generale Umberto Nobile, aviatore ed esploratore polare. La loro storia d’amore non conobbe un happy end ma la vita di Hermine era fin troppo ricca di studi,  ricerche, contatti. A Roma si legò in stretta amicizia con la poetessa Marie Louise Kaschnitz, che le dedicò una poesia, nonché con il padre benedettino Paul Mayer, che Giovanni Paolo II elevò alla carica cardinalizia, con il gesuita Engelbert Kirschbaum, il celebre professore di archeologia alla Gregoriana, e con Oriol Schädel, che per decenni diresse la famosa Libreria Herder di Piazza Montecitorio e che rappresenta la memoria dei tedeschi di Roma. Certo, questa piccola e sceltissima comunità non sarà più così illustre come ai tempi in cui Goethe abitava a via del Corso, 18, ma resta probabilmente la cerchia intellettuale più vivace e più amante della città, verso cui provava ‹‹una nostalgia propria solo a noi tedeschi››. E non a caso sulla tomba di Hermine è scritto un verso stupendo di Goethe: «Leben ist Liebe» (“La vita è amore”). Il sepolcro è ben visibile al Campo Santo Teutonico in Vaticano. Da tempo accanto ai fiori si possono vedere dei sassolini: segni affettuosi e discreti, lasciati da visitatori ebrei sulla tomba di una grande donna, ebrea, tedesca, romana. 
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