martedì 22 settembre 2015
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Viviamo nell’epoca delle nuove tecnologie, che si manifestano e incidono soprattutto nell’ambito comunicativo. Pochi oggi, specialmente tra i più giovani, non navigano su Internet, non sono su Facebook, non si collegano fra loro tramite WhatsApp, non mandano un tweet. Tutto ciò cambia i modi in cui ci esprimiamo, le nostre esperienze, le nostre relazioni. Di fronte a questi cambiamenti l’indagine filosofica non può restare indifferente. Non solo perché deve riflettere sulla loro portata, ma anche perché le nuove forme comunicative rappresentano una sfida per lo stesso modo in cui essa può esprimersi. Oggi, infatti, la filosofia non può continuare a usare solamente le modalità del passato, verbali o scritte: il colloquio e la lezione, il trattato e l’aforisma. Ma se cambia registro, deve farlo consapevole di come le nuove forme agiscono sul contenuto, anche modificandolo in profondità. Se Platone, nel Fedro, rifletteva sulle conseguenze della scrittura per la trasmissione del sapere, anche noi dobbiamo fare lo stesso con le varie forme di comunicazione oggi disponibili: per aprire nuove possibilità alla ricerca o anche, soltanto, per evitare specifici rischi. Io ho cercato di farlo con riferimento a un particolare social network: Twitter. Ho tentato un esperimento. Per un mese ho postato tweet filosofici. Un esempio? Il tweet del 2 dicembre 2014, anche sollecitato da un fatto di cronaca: «In un mondo di violenza contro il debole e il diverso la filosofia pare non avere spazio. Ce l’ha, invece: perché un altro mondo è possibile». Certo: rispetto al panorama generale dell’utilizzo di questo social network si è trattato di un approccio inusuale. Di solito Twitter serve infatti per dire che cosa si sta facendo, per fare pubblicità alle proprie iniziative, per fornire notizie più o meno effimere. La sfida, nel mio caso, era invece quella di sperimentare una forma diversa per far filosofia. Lo scopo era quello non semplicemente di subire una forma già predeterminata – quella del tweet di 140 caratteri –, ma piuttosto di piegarla all’espressione di qualcosa di essenziale, di scarno, di ridotto all’osso. E di coinvolgere altri a un’analoga espressione. Certo: ci sono altre esperienze, in Italia e all’estero, di filosofia per tweet. Ma si tratta di comunicazioni finalizzate soprattutto o all’annuncio e alla promozione di qualche iniziativa, o alla diffusione di pensieri più o meno popolari, o alla mera citazione, estrapolata rispetto al contesto, di quanto asserito da un qualche filosofo famoso. Tutto questo è ancora troppo poco. Non è sfruttare fino in fondo le potenzialità di una filosofia per tweet. Perché il tweet certamente rende possibile l’essenzializzazione, la scarnificazione dei pensieri. Ma insieme offre la possibilità della costruzione di un flusso, e quindi di un testo: di un testo alternativo a quelli elaborati attraverso altre forme comunicative. C’è infatti una duplice possibilità. O il testo è quello costruito da chi twitta, cioè s’intreccia con la sua vita e i suoi pensieri, ed è possibile in tal modo seguirne il filo, come si potrebbe seguire un microblog. Oppure il testo è qualcosa di condiviso, rientra cioè in un flusso più ampio, del quale fanno parte anche i followers. In questo caso sono importanti le interazioni, i retweet, la segnalazione fra i preferiti: sebbene la responsabilità iniziale della costruzione di questo testo resti pur sempre di colui che ha l’iniziativa, che è riconosciuto un soggetto interessante e che per questo viene seguito. Ecco il modo in cui l’autorialità viene salvaguardata, a differenza di quanto accade in altri esperimenti di scrittura collettiva. La sfida era dunque questa. Ma non l’ho vinta. Almeno per ora. Ha prevalso nei followers una fruizione passiva di ciò che, attraverso Twitter, veniva proposto. I tweet filosofici sono stati considerati nell’ottica della società dello spettacolo, sono stati riuamvis portati cioè a quel mito di Narciso che è il mito fondatore, per molti aspetti, della mentalità contemporanea: quasi fossero solo qualcosa di mio e non uno spunto di riflessione condivisa. Qualcuno, certo, li ha apprezzati, qualcuno li ha rilanciati, qualcun altro, anche a distanza di tempo, li ha messi fra i preferiti: com’è accaduto per il tweet che ho riportato, fra quelli più segnalati. Ma i pensieri proposti non sono stati, ripeto, un’occasione vera di compartecipazione, di costruzione comune di un discorso. Il social network è risultato, a dispetto delle sue intenzioni e della sua struttura, ben poco “sociale”. In parte si è trattato dunque di un’occasione persa. Poco male, forse. Magari, come qualcuno ha detto, Twitter non è adatto a questo tipo di operazione. Io non lo credo. Credo invece che non ci sia ancora l’abitudine a costruire un discorso comune. Si ritiene ancora che la ricerca filosofica debba svolgersi nella propria “cameretta ben riscaldata”, come diceva Cartesio. E invece la ricerca filosofica può essere riproposta e rilanciata. Insieme. Senza di ciò il pensiero resta solamente un messaggio messo in bottiglia e lasciato a galleggiare. Senza di ciò la civetta – il suo simbolo – non solo non sarà in grado di cinguettare – cioè di fare “tweet” –, ma nemmeno di comunicare in maniera credibile e incisiva.
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