sabato 21 maggio 2022
Quarantadue anni dopo la sua morte, cosa ci può dire ancora Óscar Romero? È iniziato con questa domanda l’incontro che si è tenuto ieri al Salone del Libro, con Domenico Agasso e Vincenzo Paglia
Óscar Romero

Óscar Romero - archivio

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Quarantadue anni dopo la sua morte, cosa ci può dire ancora Óscar Romero? È iniziato con questa domanda l’incontro che si è tenuto ieri al Salone del Libro, con Domenico Agasso e Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la Vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. «Romero – ha spiegato Paglia nel suo intervento – per me è il martire del Concilio Vaticano II. Io ero un giovane prete quel 24 marzo del 1980, quando apprendemmo a Roma l’uccisione di un vescovo. Con gli amici di Sant’Egidio ci sentimmo molto colpiti. A Roma era considerato un distruttore della Chiesa. Alcuni cardinali lo accusavano apertamente di aver tradito il Vangelo per una scelta politica. Non era mai accaduto nella storia della chiesa, salvo due volte ( Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, ucciso nella cattedrale il 1170 e Stanislao, vescovo di Cracovia, ucciso nel 1079), che un vescovo venisse ucciso durante la messa». L’incontro, organizzato da arcidiocesi di Torino e Uelci come parte di un ciclo di incontri nati con la volontà di raccontare alcune delle grandi figure del cristianesimo del Novecento, ha messo in luce la figura di Romero vescovo per il popolo del Salvador, attanagliato da una feroce guerra civile compiuta da una dittatura che disprezzava i diritti umani e lo fece diventare punto di riferimento per credenti e non credenti. Perché fu ucciso? «Perché decise di essere il difensore del suo popolo – ha continuato Paglia –. Era la voce di un pastore, un difensore dei poveri. E la sua decisione di essere tutto questo nasceva dall’uccisione di un gesuita, padre Rutilio Grande». Paglia prosegue il suo intervento parlando di quanto Romero fosse soprattutto una voce, grande per la profezia e non per la dottrina o i trattati teologici: «Lui parlava, predicava, preparava l’omelia tutto il sabato fino a notte inoltrata, facendosi raccontare dalla curia ciò che era accaduto. Si ritirava in preghiera e scriveva, legando il Vangelo alle situazioni concrete del Paese. Più volte arrivarono minacce e denunce. Gli consigliarono anche di tornare a Roma e rispose che un pastore non abbandona le sue pecore, soprattutto quando sono in pericolo». Un altro passaggio dell’intervento di Paglia ha toccato l’individualismo contemporaneo: «In un mondo dove ognuno di noi è costretto a pensare solo a sé stesso, singoli, gruppi etnici, nazioni che pensano solo a sé stesse, la testimonianza di Romero ha dimostrato la sua comprensione profonda del Concilio Vaticano II, così come la concezione di una Chiesa che chiede uomini e donne martiri, che pensino agli altri in maniera gratuita e radicale. Per questo sono dispiaciuto dall’affievolirsi della sua memoria e porto la sua croce, perché mi ricorda che essere cristiani oggi vuol dire dare la vita a un mondo che pensa solo a conservare sé stesso». Paglia ha toccato poi il tema della violenza: «Quando si ammazza una persona si ammazza un fratello. C’è bisogno della violenza per fare la pace? Ritengo ci possa essere una violenza pacifica, tesa a far cambiare, non ad eliminare, a difendere principi anche a costo della propria stessa vita, ma sono un cristiano che bandisce la violenza che uccide». L’ultimo tema affrontato è stato quello dell’amore per i poveri. Ha detto Paglia: «È una scelta morale, non teologica. Per i cristiani i poveri sono Gesù, quando dice “avevo fame e mi avete dato da mangiare”. Quello che discrimina la fede, si riconosce nel rapporto con i poveri».

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