mercoledì 9 dicembre 2015
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Luci fioche in una notte di scighera (di nebbia meneghina) dedicata alla canzone a Milano. Le note dei Gufi, dei Dik Dik, i capolavori di Jannacci e Gaber mandano in visibilio un Teatro Litta stracolmo di nostalgici e non. Ma l’applausometro si impenna per i venti minuti abbondanti dello one man show improvvisato, tra siparietti in milanese, gag esilaranti, ma soprattutto per la musica e parole di Memo Remigi. « Memo l’è mej del Fiorello », dice convinta la sciura di fianco. Attacca al piano: «Sapessi com’è strano / sentirsi innamorati a Milano / senza fiori senza verde /senza cielo, senza niente / fra le gente...». Sono i versi di Innamorati a Milano, brano che festeggia le nozze d’oro con il suo splendido autore: lo chansonnier classe 1938, comasco di Erba, cittadinanza varesina, ma milanese per vissuto e appartenenza canora. « Innamorati a Milano l’ho incisa nel 1965 ed è stata la mia fortuna, ma anche l’etichetta appiccicosa di un’intera carriera che per tanti [specie per quei critici tronfi e distratti, aggiungiamo noi], pensano che abbia scritto solo quella canzone». Parla con tono scanzonato l’autore di decine di brani, l’ex ragazzo prodigio del calcio ancor prima che del cantar leggero. «Se non avessi avuto un fisico gracile, alla “Muccinelli”, magari avrei seguito le orme del mio compagno di squadra delle giovanili del Como, il grande Gigi Meroni». Lo spirito sportivo è proseguito: dai campi di calcio ai green del golf, in cui ebbe l’onore di sfidare il crooner americano Bing Crosby. «Un grandissimo che amava lo sport come me, che a 78 anni sul palco continuo a fare i salti mortali. Riescono ancora? Certo, anche perché vista l’età se sbaglio diventano davvero mortali...». È uno spasso, il Memo dalla battuta e dalla barzelletta più pronta di un Bramieri, che confessa: «Faccio musica da oltre mezzo secolo e non ho mai imparato a leggerla. La maestra Ferloni lo disse subito ai miei: “Vostro figlio ha orecchio e memoria, ma di leggere la musica non ne vuole sapere”. Infatti ancora oggi per me lo spartito è arabo». Non saperla leggere, eppure riuscire a scrivere tanta e bella musica. E l’incontro con il maestro Giovanni D’Anzi davanti al mare di Santa Margherita Ligure gli aprì le porte della discografia. «D’Anzi per me è stato un secondo padre oltre che un genio assoluto. Mi vide mentre improvvisavo pezzi che diventavano “Anna” o “Teresa” a seconda della ragazza che si avvicinava al mio pianoforte». Trent’anni dopo la sua Oh mia bela Madunina (pubblicata nel 1935), D’Anzi lanciò convintissimo quel ragazzo dalla faccia da poster che piaceva a mamme e figlie e soprattutto alle coppiette che sognavano e flirtavano sulle note di Innamorati a Milano. «Chissà di quanti amori e di quanti figli sono stato responsabile?», dice Remigi, che dopo quello straordinario successo si ritrovò sotto i riflettori del Festival di Sanremo, edizione 1966. «Ci andai come autore di due brani. Io ti darò di più la scrissi per Ornella Vanoni che la cantò, ma divenne il cavallo di battaglia di Orietta Berti; La notte dell’addio, destinata a Mina, poi passò a Iva Zanicchi». L’anno dopo tornò sul palco sanremese, questa volta per cantare in “coppia” con Sergio Endrigo: «Portammo Dove credi di andare e infatti non andammo da nessuno parte... Peccato, perché c’erano grandi affinità con Endrigo, un poeta tutto da rileggere che come me veniva dalla gavetta e girava l’Italia con il pulmino a far serate ». Come Endrigo anche Remigi ha scritto canzoni memorabili per l’infanzia. «Con Un bambinovinsi lo Zecchino d’oro del 1979, ma prima, sulla scia di Piange il telefonodi Domenico Modugno (con Vito Pallavicini la “riportammo” dalla Francia) tirai fuori Torna a casa mamma. La mia casa discografica, la Curci, non ci credeva, ma il giorno dopo averla eseguita alla Mostra internazionale della musica leggera di Roma, assieme a mio figlio Stefano che allora aveva otto anni, fu costretta a stamparne duecentomila copie che andarono a ruba. Era u- na canzone triste, la storia di un papà e di un bambino che ha perso la madre, ma con Stefano ci divertivamo a parodiarla. In quel periodo mia moglie Lucia Russo lavorava all’estero come giornalista e allora io e mio figlio cambiavamo il testo in: “Non tornare mamma resta pure là / stiamo tanto bene io e il mio papà”». La simpatia contagiosa, mista a un eclettismo invidiabile – «Ho fatto di tutto, presentatore di sfilate di moda, radio, teatro e tv» – fecero di Remigi l’amico della domenica, dando voce al topo più amato dai bambini, Topo Gigio. «La trasmissione L’inquilino del piano di sotto fu un successo nazionapopolare e Tu tu che tipo di topo sei? la cantano ancora quei bambini di ieri diventati papà, che quando mi fermano per strada mi chiedono di intonarla e di far sentire ai loro figli la voce di Topo Gigio: “Ma cosa mi dici mai!”». Strapazzato dalle coccole del grande pubblico divenne protagonista del sabato sera a Fantastico: «Un cast eccezionale: l’eleganza dell’étoile classica Oriella Dorella e del ballerino Raffaele Paganini, la giovanissima Heather Parisi che “spaccava” cantando Cicale, le imitazioni di Gigi Sabani e quel mostro di bravura di Walter Chiari, che un minuto prima di andare in onda mi diceva: “Memo, raccontami una barzelletta. Lui ascoltava, poi entrava in scena e di una mia storiella da un minuto creava un monologo di un quarto d’ora». Quel Fantastico si chiudeva sulle note romantiche di Gocce di luna, con Memo Remigi che mandava placidamente a dormire venti milioni di italiani. Popolarità ai massimi livelli, ma già con l’avvento del cantautorato si era manifestata una certa esclusione – pregiudiziale – nei suoi confronti, specie dal salotto intellettuale milanese che guardava con deferenza ai vari Gaber e Jannacci e al limite al Vecchioni di Luci a San Siro.  «Non appartenevo al loro giro, io ero quello “troppo per bene”, ma credo di aver incarnato la milanesità: quella delle canzoni immortali di D’Anzi e Gorni Kramer che eseguo ancora, e l’arte dialettale di Walter Valdi. Al Derby mi chiamarono una sola volta con Enrico Intra e Franco Cerri, che abitava tre piani sotto di me e solo questo mi rendeva felice... Cerri è il più grande uomo di jazz che ho conosciuto, eppure tempo fa mi diceva tra il divertito e lo sconsolato: “Per quello spot del detersivo verrò ricordato per sempre come l’uomo in ammollo». Invece sono i Cerri e i Remigi che hanno fatto la storia della musica a Milano. E Memo ha creato l’unico concept album interamente dedicato alla Grand Milan. « Emme come Milanoè un lavoro del 1974 ma straordinariamente attuale per confrontare la città di ieri con la metropoli di oggi. Dei dieci brani, Tra i gerani e l’edera è la mia preferita: una poesia messa in musica che descrive quei cortili delle case di ringhiera, con i bambini che dopo aver giocato si abbeveravano alle fontanelle, i vasi di basilico al balcone e la toilette fuori da quelle che erano le case dei poveri e oggi invece le vendono a diecimila euro al metro quadro... Come gli appartamenti dei “grattacieli storti” venuti su come funghi in una Milano dove non ci si innamora più come una volta», dice con riso amaro Remigi, che però questa città e la sua musica vuole portarla presto in teatro e, se fosse possibile magari anche in tv. «La tv di oggi non si può guardare. Hanno assassinato il varietà e reso tutto un talk show in cui i politici fanno i cabarettisti e i comici invece diventano leader di partito. La musica passa solo attraverso i talent e io ascolto giovani anche con belle voci, ma non fanno che scimmiottare gli artisti inglesi e americani ». Meglio difendere e tenere alta la musica di Milano: «Quella che canto e suono anche questa sera. Il mio pubblico è cresciuto e sta invecchiando con le mie canzoni, infatti io mi considero il Vasco Rossi della terza età». La sciura è in piedi, standing ovation per Memo: « Remigi l’è mej del Fiorello ».
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