mercoledì 5 marzo 2014
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«C’è un filo sottile che separa l’essere matto dall’essere scemo. Tu ci cammini proprio sopra…». Sono le parole che l’allenatore della Primavera del Genoa, Luca Chiappino, ripeteva a un giovanissimo ed esuberante Mattia Perin. Il 21enne portiere titolare del Grifone, quando l’abbiamo incontrato alla vigilia di Genoa-Catania (vinta 2-0 dalla sua squadra), ignorava che alla domenica sera sarebbe stato convocato come “terzo” comodo (dietro il suo «idolo» Buffon e il vice Sirigu) della Nazionale di Cesare Prandelli. Sorpresa? No perché Gigi Buffon in tempi non sospetti lo aveva già nominato sul campo suo «erede naturale», mentre la vecchia gloria Ricky Albertosi, per taglio di capelli e affinità elettiva sottoscrive: «Perin è l’unico dei giovani portieri che mi somiglia». Dinanzi al tiro incrociato degli elogi dei due illustri padrini, il frizzante e scanzonato Mattia soffia sul ciuffo e sospira fiero: «Dio vede e provvede...». Intanto, incassa il suo «secondo sogno» realizzato: «Il primo era giocare almeno una partita in Serie A, l’altro indossare la maglia azzurra della Nazionale».Realizzazione onirica precoce, senza grandi ostacoli nel cammino.«No, quelli agli inizi ci sono stati. Da ragazzino nella mia città, Latina, mi prendevano in giro, mi chiamavano il “piccoletto”. Ai giardini del mio quartiere, il Q4, mi arrampicavo sulla sbarra dalla mattina alla sera, sperando nel “miracolo”: allungarmi un po’... Ma fino a 13 anni ero un metro e 65 e ai provini l’Empoli e l’Inter mi bocciarono per via dell’altezza, anzi della bassezza» (sorride divertito).Come è riuscito, poi, ad entrare nel settore giovanile del Genoa?«Dopo quelle bocciature venni “promosso” dalla Pistoiese. Tutti a dirmi: “È un club importante ma di C, dove vai? Resta a casa”... Io, invece, dopo la terza media parto deciso per Pistoia e a 16 anni quando il Genoa mi ha selezionato tra altri nove portieri, ero cresciuto di venti centimetri. Un giorno mi misuro ed ero come adesso, 1 metro e 86. La sbarra dei giardini aveva funzionato».Grazia ricevuta o come tutti i portieri è vittima della scaramanzia?«No, ho la mia fede e per quello che posso cerco sempre di aiutare il prossimo. Quando la società e il nostro cappellano, don Fabrizio, chiama, io ci sono sempre assieme a tutta la squadra. Così come ogni Natale, a Latina, mi piace portare i giocattoli ai bambini della parrocchia di San Matteo dove ho cominciato a giocare sotto l’ala protettiva di don Giuseppe».Ricordi teneri, ma è vero che Mattia il “terribile” il giorno del debutto in A (Genoa-Cesena, 22 maggio 2011) non si svegliò in orario?«Avevo fatto tardi il venerdì sera e alla vigilia di quella partita l’allenatore, Ballardini, non mi risparmiò i suoi urlacci... Ho sbagliato, così come ho commesso degli errori comportamentali anche in Under 21 e li ho pagati. Ma ho capito che nella vita tutto serve, anche sbagliare. L’importante è sapersi correggere e io da questo punto di vista sto maturando».Rinviamo ai detrattori la diceria del portiere matto, immaturo e un po’ viziato?«Li smentiamo subito. I miei gestivano un bar e d’estate gli davo una mano per guadagnarmi la paghetta. Fin da piccolo mi hanno insegnato che nessuno ti regala niente, che solo se sudi e ti impegni ce la puoi fare. Da solo, non basta neppure il talento, perché pure quello va allenato, altrimenti non ti potrà servire per sempre».Il talento di Perin dicono sia già pronto per servire una “grande”.«Ringrazio quelli che lo pensano, ma io in una grande ci sto già. Il Genoa è grande in tutto, a cominciare dal pubblico. Se sei un portiere e non hai mai giocato con le spalle rivolte alla Gradinata Nord non puoi capire che energia che arriva da lì, sembrano in 90mila... Quella spinta dei nostri tifosi io non l’ho avvertita in nessuno degli stadi delle “grandi”».È quella spinta che le infonde coraggio in campo e l’incoscienza per “lanciarsi” da un ponte alto 200 metri?«Il bungee jumping dopo il calcio è la mia passione, mi aiuta ad alimentare l’adrenalina... Quest’estate vorrei percorrere la West Coast ed arrivare al Gran Canyon per lanciarmi dal bungee jumping più alto del mondo, 300 metri. Il Genoa che ne pensa? Non sono d’accordo, ma gli ho spiegato che non ci si può infortunare: male che va non torni più su» (sorride di gusto).Siamo di fronte a “Super Perin” il portiere che non teme nulla e che sull’avambraccio ha tatuato la scritta “Be strong” (“Sii forte”).«No, una cosa che mi spaventa c’è, ma è roba da non crederci... I calabroni. Un trauma infantile che risale a quando andavo a casa dei nonni in campagna. Se per disgrazia un calabrone mi volasse sopra la testa durante la partita potrei anche scappare. Speriamo non accada, segnerebbero a porta vuota».Sarebbe un gol clamoroso per il n.1 che quest’anno si gioca - con il veronese Rafael - il record di parate (108 interventi decisivi in 26 giornate). E pensare che la scorsa stagione a Pescara prese 6 gol in una partita contro la Juve.«Il mio primo anno da titolare al Padova - in B - ne ho subiti 39 in 25 partite, una cifra dignitosa. Sono i 66 gol di Pescara che mi hanno rovinato di brutto la media. Quest’anno al Genoa mi sto assestando, ma la bravura di un portiere dipende anche dal feeling che ha con la difesa e viceversa».Oltre a Buffon, c’è un collega a cui si ispira?«Con i miei preparatori, Spinelli e Scarpi, ogni settimana ci piazziamo davanti al video e li studiamo tutti. C’è sempre qualcosa da imparare, anche dal portiere del torneo più anonimo».Anche dagli altri sport prende spunto?«Dal basket, qui al campo di Pegli c’è un canestro per esercitarmi. Vado pazzo per l’Nba, quando vedo quei campioni americani rimango folgorato dalla loro velocità. Non gli invidio più l’altezza, ma la manualità sì, quella provo ad imitarla, è utile anche a chi gioca in porta».Che succede al suo ex compagno (nella Primavera scudettata del Genoa), Stephan El Shaarawy: solo problemi fisici o - come dicono - si è messo a fare il Balotelli?«Stephan è un amico vero con cui sono sempre in contatto. È quasi pronto per il rientro, stupirà ancora il “Faraone”. El Shaarawy e Mario Balotelli sono due fenomeni, tra i pochi in questo momento nel nostro calcio. Fuori sono due ragazzi normalissimi, il problema è che specie Mario ha sempre tutti gli occhi puntati e qualsiasi cosa faccia viene subito ingigantita dai media».Meglio vivere a riparo dalle luci della ribalta come fa Perin?«I miei amici più cari sono quelli d’infanzia. Ragazzi che hanno lavori normali. Qualcuno sta per laurearsi e vede il futuro come un grande punto interrogativo, un altro per questo motivo è emigrato da poco a New York e fa il cameriere: mi ha telefonato per dirmi che solo con le mance guadagna di più che se lavorasse 12 ore al giorno in Italia».In questo momento di crisi drammatica fanno bene dunque quei suoi coetanei che lasciano il nostro Paese ?«Se non hai una prospettiva, meglio tentare la carta dell’estero, per conoscere nuove culture, imparare altre lingue e fare esperienze che poi magari una volta tornati potranno essere utili per ricominciare nel nostro Paese. Io non mi muovo, sto troppo bene in Italia ed è qui che voglio realizzare tutti i miei progetti, compreso il terzo sogno calcistico... Prima di smettere, vorrei giocare con la mia squadra del cuore, il Latina. Naturalmente in Serie A».
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