venerdì 12 aprile 2013
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Umanizzare l’uomo. Sembra un gioco di parole; esprime invece il cammino della civiltà occidentale guidata dal "Principio persona", un portato del cristianesimo che filosofia, cultura e società hanno assorbito nei secoli e che oggi, spesso, rimettono in discussione. Per questo è più che mai attuale il tentativo di ridire l’idea di persona in un tempo in cui scienza, tecnica e naturalismo rischiano di eclissarla. Vittorio Possenti, tra i massimi filosofi personalisti contemporanei, già ordinario all’Università di Venezia, l’ha fatto nel suo recente libro Il nuovo principio persona (Armando, pp. 352, euro 24).Professor Possenti, una preventiva chiarificazione sui concetti (sebbene possano apparire intuitivi) pare doverosa: che cos’è persona e che cosa si intende con "Principio persona"?«Le persone vi sono state sin da quando sono esistiti esseri umani, ma per lungo tempo non le vedevamo come tali: occorreva che qualcosa orientasse il nostro sguardo e creasse il concetto di persona. Ciò è accaduto con l’avvento del cristianesimo e con i grandi dibattiti trinitari e cristologici del III-V secolo che hanno portato a formulare il concetto di persona. La tradizione filosofico-teologica (Boezio, Tommaso d’Aquino) ha compreso la persona come un individuo dotato di spirito o intelletto, che porta in sé l’immagine di Dio: la persona è dotata di dignità, ossia è qualcuno che vale in sé e non in vista d’altro. È dunque fine e mai mezzo. Alludendo al "Principio persona" si vuol dire che essa è originaria e primitiva, è un punto di partenza a cui ritornare per sempre nuove ispirazioni. Poiché ogni forma di azione proviene dalla persona, la politica, l’economia, il diritto, le relazioni sociali fanno sempre riferimento a essa».La questione dell’uomo pare oggi complicata dal pluralismo degli approcci con cui lo si può studiare e dalla pretesa della scienza di essere l’unico metodo valido. Che cosa resta fuori dalla descrizione scientifica dell’uomo?«Un pluralismo di metodi nell’accostare l’uomo ha una lunga storia. Letteratura, religione, filosofia, arte, osservazione psicologica e morale hanno nei millenni descritto l’uomo; da pochi secoli si sono aggiunte le scienze fisiche. Si tratta di uno schieramento imponente, che può diventare totalitario quando si pone come l’unico metodo valido e dotato di senso, proprio in quanto scientifico. Si ripresenta così la vecchia posizione neopositivistica. Essa incarna però un’enorme contraddizione poiché la tesi di base non è a sua volta empirica. Dalla descrizione scientifica dell’essere umano resta fuori quanto non è descrivibile in modo sperimentale: il sentimento di essere un io o una totalità, la capacità di effettuare un’autoriflessione completa, di porsi dei fini, di concepire le idee di verità, bene, bellezza, di pensare l’universale. Su questi aspetti la descrizione scientifica non raggiunge il suo oggetto se non dall’esterno».Il Principio persona diventa quindi una bussola per tutta la riflessione sull’essere umano. «Sì, e il libro esprime questo approccio. Si parte dallo studio della struttura della persona, la sua sostanzialità e l’essere in relazione, il nesso anima-mente-corpo. Si esplora poi l’idea di come edificare una democrazia fondata sui diritti e doveri della persona e la questione della pace. Ci si volge quindi ai dilemmi bioetici secondo il personalismo ontologico: si pensi alla cruciale questione dello statuto dell’embrione, che viene risolta affermando che esso è una persona. Delle questioni bioetiche fa parte la domanda se sia possibile cambiare la natura umana attraverso un intervento tecnico. La risposta è motivatamente negativa: ciò pone un limite intrinseco alla tecnica». Soggiace a questa concezione una forte posizione antiriduzionistica...«L’approccio naturalistico-deterministico non può essere l’unico regista. Questo avviene non soltanto per le note conseguenza pratiche che il determinismo eserciterebbe sulle realtà fondamentali del dominio dell’azione, dalla libertà alla responsabilità, per cui avremmo un diritto che impone obblighi e sanzioni a un soggetto non responsabile e non imputabile se non estrinsecamente. Ma soprattutto perché il materialismo può essere un ipotesi, non una tesi che possa giustificare razionalmente se stessa. Il postulato materialistico è comodo poiché semplifica il cammino della scienza, ma non è una verità provata, sebbene molti oggi lo diano per scontato». «Con coraggio intellettuale, lei riporta l’anima al centro del discorso. Se ne può trattare senza un chiaro riferimento religioso? «La questione dell’anima è spesso ritenuta un tema da lasciare ai soli credenti. Vi è un semplicismo in ciò, perché la nozione di anima è universale e sta in tutti: l’anima è il principio della vita, tiene insieme la persona, sino al momento della morte, quando abbandona il corpo. Con il dipartirsi dell’anima ogni organizzazione corporea viene meno, il corpo perde le sue funzioni e si decompone. Dobbiamo perciò riappropriarci dell’anima non solo come credenti, ma soprattutto come esseri umani, perché ne va di noi stessi». Vi è a questo proposito il tema dell’immortalità dell’anima?«Un modo per comprendere qualcosa dell’anima sta nel considerare il concetto di vita e di azione immanente rispetto all’azione transitiva. In altre parole, le scienze parlano di cause efficienti: un corpo ne colpisce un altro e lo mette in movimento. Ma l’azione immanente non passa all’esterno, rimane nel soggetto e, nel caso della vita dell’organismo, si fa "autopoiesi". L’essere vivente è autocostruzione guidata da un programma, da una "forma": la questione dell’immortalità dell’anima nasce quando si indaga se l’anima intellettiva (forma) possa persistere dopo la morte. È un problema complesso, forse più difficile di quello dell’esistenza di Dio». Le filosofie che si ispirano solo alla scienza sembrano andare in direzione contraria. «La filosofia naturalista, oggi prevalente, ritiene che quello dell’immortalità dell’anima sia un problema insolubile, poiché ritenere l’anima immortale violerebbe tutte le leggi della fisica. L’argomento ha il difetto di presupporre senza prove che le uniche conoscenze valide provengano dalla fisica: si trascura che il predicato "immortale" non fa parte di ciò di cui parla la scienza. In realtà, vi è nell’uomo un desiderio e una volontà di immortalità, presente in quasi tutte le culture. A questa speranza si aggiungono come fondamento prove o percorsi filosofici, delicati ma tutto sommato sufficienti, in favore dell’immortalità dell’anima. Altri si volgono verso una posizione agnostica (ignoramus et ignorabimus) che, in definitiva, appare più seria dell’aperta negazione naturalistica».
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