giovedì 4 maggio 2017
Nelle sue tele ha recuperato la forza del graffito primordiale. Insieme a Baselitz, Kiefer e Polke è stato uno dei maggiori pittori tedeschi del dopoguerra, ma si è anche dedicato al jazz e al cinema
A. R. Penck, “Polnischer Reiter 1”, 1983. Norimberga, Neuen Museum für Kunst und Design

A. R. Penck, “Polnischer Reiter 1”, 1983. Norimberga, Neuen Museum für Kunst und Design

È morto martedì scorso a Zurigo A.R. Penck, insieme a Baselitz, Kiefer e Polke uno degli emblemi del Neoespressionismo che ha contraddistinto in Germania quel ritorno alla pittura, se non rivincita, comune a partire dagli anni Settanta all'arte delle due sponde dell'Atlantico. È stato pittore, scultore ma anche film maker, scrittore e musicista jazz. Una personalità complessa che si rivela nella sua opera, a un tempo sofisticata e spontanea ma fondata su una forte coerenza degli assunti, che lo stacca anche dai compagni di percorso più stretti come Immendorff e Lüpertz. Le sue tele sono caratterizzate da segni, evocatori di una dimensione primordiale e allo stesso tempo strutturati secondo principi razionali del linguaggio.

Pseudonimo di Ralf Winkler (scelto dopo la lettura dei libri del geologo Albrecht Penck, specialista dell'Era glaciale), era nato a Dresda il 5 ottobre 1939. Sconvolto – come molti suoi futuri colleghi – dalle devastazioni dei bombardamenti alleati si ritrovò sempre sul fronte della contestazione. Il mancato allineamento con le richieste estetiche del regime socialista gli impedirono di accedere alle accademie della città natale e di Berlino Est. Autodidatta sul fronte dell’arte, ha invece studiato filosofia, scienze e storia delle religioni. Più volte finito nel mirino della Stasi, nel 1980 venne espulso dalla Ddr.

L’arte di A.R. Penck, fin dagli anni 70, riprende dal primo espressionismo il tratto spesso, xilografico, per muovere verso una sinteticità primitivista che scende fino al graffito tribale e preistorico (valorizzando l’elemento totemico) e verso la composizione, negli esiti più astratti, di una sorta di alfabeto segnico. Dal punto di vista cromatico, invece, si assiste a un pendolarismo tra un colorismo acceso e violento e una bicromia bianco/nero assoluta. Molti di questi elementi appaiono anticipatori di quanto avrebbe fatto, in ambiente e in chiave metropolitana, Keith Haring. Si è anche dedicato alla scultura, prima con lavori ottenuti da objets trouvés come scatole di cartone, bottiglie vuote e altri materiali di scarto e quindi, a partire dal 1980 realizzando in legno opere divenute spesso maquette per fusioni in bronzo.

Nel corso della carriera internazionale ha esposto due volte a Documenta di Kassel (1972 e 1992) e alla Biennale di Venezia del 1984. Nel 2007 aveva smesso di dipingere a causa della malattia. Attualmente è in corso una mostra alla Fondation Maeght di Saint Paul de Vence che indaga i rapporti di A.R. Penck con l’arte di Miró e Giacometti.

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