sabato 12 novembre 2016
Il maestro dirige oggi, con Marco Frisina, in Aula Paolo VI il “Concerto con i poveri e per i poveri”: «Non solo il corpo, anche nutrire l’anima è opera di misericordia»
Morricone sul podio per i poveri: «La bellezza è carità»
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A chi non ha un lavoro, a chi non ha cibo o vestiti è necessario e imprescindibile dare un aiuto concreto. La Chiesa da sempre è in prima linea in questo. Ma decidere di chiudere il Giubileo della Misericordia con un concerto è un gesto di coraggio, significa dire che anche il nutrimento dell’anima non deve essere trascurato». Ennio Morricone stasera alle 18.30 sarà in Vaticano, sul podio dell’Orchestra Roma Sinfonietta e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia per il “Concerto con i poveri e per i poveri”. In Aula Paolo VI, dove i posti in prima fila saranno per le persone più bisognose, risuoneranno le note del premio Oscar, quelle tratte dalle sue celeberrime colonne sonore che in sessant’anni di carriera sono state più di cinquecento. «Sarà un concerto con due compositori che dirigono le loro opere – spiega il musicista romano che mercoledì ha compiuto 88 anni – perché dividerò il podio con monsignor Marco Frisina che avrà sul leggio tre sue partiture, la colonna sonora per il film Apocalisse, lo Iubilate Deo e il Te Deum». Dopo il concerto – durante il quale saranno raccolte offerte che andranno a sostenere la costruzione della nuova cattedrale a Moroto in Uganda e di una scuola di agraria in Burkina Faso, segni di carità voluti da papa Francesco per il Giubileo – i giovani del Coro della diocesi di Roma serviranno ad alcuni poveri un pasto. «Ma prima la musica – sottolinea Morricone – perché non dobbiamo mai dimenticarci di nutrire l’anima di bellezza, specie quella che offre la musica, l’espressione artistica che più aiuta l’uomo ad avvicinarsi a Dio».

Una lezione che le viene dalla sua storia, maestro Morricone, a iniziare dagli studi con Goffredo Petrassi?

«Certo perché con lui parlavamo molto di musica, anche se la componente spirituale restava intrinseca, non era necessario esplicitarla perché era un sottofondo presente in tutti i nostri discorsi. Ma se devo guardare alla mia storia la necessità di dire, in musica, il sacro, affonda le radici ancor più lontano. Sono profondamente credente, cresciuto in una famiglia cattolica che mi ha trasmesso questa impronta. In casa mia si pregava molto, ogni sera e i valori della vita, quelli del rispetto degli altri, del fare del bene, della generosità e del sacrificio, valori insiti nel messaggio cristiano, li ho appresi in famiglia e ho cercato di trasmetterli ai miei figli. E quando scrivo musica tutto questo entra in modo molto naturale nel lavoro, nelle pagine sacre, certo, ma anche nelle colonne sonore».

Pensando a Mission è abbastanza evidente. Ma vale anche per i western di Sergio Leone?

«Certo, perché nelle sue pellicole, oltre alla violenza, c’è sempre una speranza. Luciano Salce, per il quale feci la colonna sonora de Il federale, terminate le riprese mi disse: “Nella tua musica c’è qualcosa di sacrale, non può andare bene per le mie commedie”. E finì la nostra collaborazione Ma restammo amici e quella frase mi aiutò a riflettere proprio sulla mia musica. Nel 1966 ho scritto un Requiem, nel 1995 un’Ave regina caelorum, nel 2008 Vuoto d’anima piena, nel 2012 all’Arena di Verona ho diretto La Bibbia, una suite in due movimenti, La creazione e La torre di Babele, che avevo scritto nel 1964 come provino per un film sull’Antico Testamento, che però non si fece mai. Poi nel 2013 la Missa Papae Francisci: ho consegnato personalmente, insieme a mia moglie Maria con la quale siamo sposati da 58 anni, la partitura al Pontefice».

Per il concerto di questa sera che pagine ha scelto?

«Innanzitutto Dio uno di noi su una poesia di Alberto Bevilacqua. Poi Tre adagi: il Tema di Deborah da C’era una volta in America, l’Addio monti da I promessi sposi e Vatel, dall’omonimo film. Ci sarà poi Tra cielo e terra che ho scritto per il film su Padre Pio. E, naturalmente, Mission, pagina che non può mai mancare nei miei concerti e che mi emoziona sempre, soprattutto quando la ascolto diretta da qualcun altro: risentendo a trent’anni di distanza la colonna sonora scritta per la pellicola di Roland Joffé penso a quei tre temi che si intrecciano e si fondono in un’unica voce e alla mente mi si affaccia l’immagine della Trinità».

Ottantotto anni appena compiuti, sessant’anni di carriera. Fa mai bilanci?

«Penso alla mia vita. Ho avuto la grazia di avere avuto il dono del talento musicale e la possibilità di poter studiare musica per coltivarlo. Faccio un lavoro esaltante perché quando si scrive si compie un atto creativo potentissimo, si trae qualcosa dal nulla, si dà forma a suoni che poi arriveranno al cuore delle persone. Ho sempre lavorato guardando avanti. Certo, ho avuto anche momenti di crisi, superati, però, grazie alla fiducia nei miei mezzi. Ho scritto per tutte le espressioni di musica contemporanea: commerciale, sinfonica, da camera, colonne sonore, arrangiamenti e canzoni. E pensando alle mie partiture mi accorgo di essere affezionato a tutte perché tutte mi hanno fatto soffrire, come capita con i figli, ma mi hanno dato anche tante soddisfazioni».

Cosa c’è ora sul suo tavolo?

«Sul tavolo nulla. Sto pensando a qualcosa, ma non so ancora quali forme prenderà. Mi devo mettere in ascolto dell’ispirazione e assecondarla perché la musica arriva sempre da un altrove misterioso».

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