Dire (e portare) amore: così a scuola si lascia il segno

L’insegnamento della religione non chiede solo di sapere: chiede di accogliere e di stare. Domande che non si spiegano alla lavagna: si vivono e si esplorano insieme. Il 25 aprile i docenti di religione cattolica dal Papa
April 24, 2026
Dire (e portare) amore: così a scuola si lascia il segno
Un momento del III Meeting nazionale degli insegnanti di religione cattolica
C’è una parola che a scuola non si pronuncia quasi mai, come se facesse paura o fosse fuori posto tra i registri elettronici, i programmi, i voti, il tempo che non basta (o non passa) mai. Scrive Daniel Pennac che «se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano». Questa parola è amore. Parola scandalosa, poco professionale a certe orecchie.
Eppure, insegnare è un atto d’amore, tutt’altro che un gesto neutro o tecnico. E anche studiare lo è. In latino, “studium” vuol dire amore. Non si spiega, altrimenti, perché l’insegnante si ferma anche dopo il suono della campanella, parla sempre dei “suoi” alunni, non si arrende davanti a un ragazzo particolarmente difficile. Un ragazzo con cui hai lottato per mesi e che un giorno, molti anni dopo, ti sorprende con un messaggio di ringraziamento.
C’è una categoria di insegnanti che quella parola non ha paura di pronunciarla. Sono gli insegnanti di religione. Sabato 25 aprile, con l’udienza di Leone XIV in Aula Paolo VI, si concluderà il loro terzo Meeting nazionale. Anche il precedente appuntamento, il 25 aprile di diciassette anni fa, ebbe il suo culmine nell’incontro con il Papa. Allora Benedetto XVI consegnò ai docenti parole memorabili, definendo l’insegnamento della religione come un laboratorio di cultura e di umanità, che contribuisce a «dare un’anima alla scuola» e forma all’analisi critica, al dialogo, alla responsabilità delle scelte.
Papa Leone XIV si presenta con un valido biglietto da visita. «Da ex professore di matematica e fisica, permettetemi di fare con voi qualche calcolo»: così si è rivolto a un’ampia platea di studenti, nell’ottobre scorso, in occasione del loro Giubileo, per invitarli poi a guardare in alto, verso il Cielo, senza rimanere curvi sullo smartphone e i suoi velocissimi frammenti d’immagini. «Non basta avere grande scienza, se poi non sappiamo chi siamo e qual è il senso della vita», aveva spiegato ai ragazzi. «Possiamo conoscere molto del mondo e ignorare il nostro cuore».
E il cuore è proprio il tema del Meeting nazionale degli insegnanti di religione in corso a Roma in questi giorni, o meglio: «Il cuore parla al cuore», versione italiana del motto del santo cardinale Newman, proclamato dottore della Chiesa e copatrono del mondo educativo proprio da Leone XIV. Per lui, la scuola è una strada su cui insegnanti e alunni camminano insieme, consapevoli di non cercare invano e, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso può portare giovani e adulti ad avvicinarsi alla verità. L’insegnamento – e l’apprendimento – è sempre un incontro.
I nostri ragazzi non vengono a scuola vuoti. Arrivano già accesi: di curiosità, di energie che non sanno ancora dove indirizzare, di esperienze che li hanno segnati, nel bene e nel male, di domande che spesso non osano nemmeno formulare. Chi insegna religione cattolica lo sa forse meglio di chiunque altro, perché questa materia non chiede solo di sapere, chiede di accogliere e di stare. Quelle domande non si spiegano alla lavagna. Si vivono. Si esplorano insieme, con rispetto e con coraggio, sapendo che la tradizione cristiana non è un archivio di risposte già confezionate, ma una storia viva di uomini e donne che hanno cercato e trovato una «luce gentile» – parole ancora di Newman – e l’hanno trasmessa attraverso i secoli.
Ho letto tempo fa che un insegnante è qualcuno che ti convince di essere migliore di quello che sei. E in questo modo lo diventi davvero. Tutti abbiamo una luce dentro, il segreto è trovare l’interruttore. E qualcuno che ci aiuti ad accenderla, magari può essere proprio l’insegnante di religione.

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