lunedì 2 novembre 2020
L'attore e regista è scomparso nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Una carriera lunghissima, i successi in teatro, al cinema e in tv
È morto Gigi Proietti nel giorno del suo 80esimo compleanno

Ansa

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Ricoverato da giorni in una clinica romana per accertamenti, Gigi Proietti era stato colpito domenica 1 novembre da un grave scompenso cardiaco. Da subito le sue condizioni erano apparse molto serie. Proprio oggi Proietti avrebbe compiuto 80 anni.

"È con grande dolore che ho appreso la notizia della scomparsa, nel giorno dell'ottantesimo compleanno, di Gigi Proietti" dichiara il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. "Attore poliedrico e versatile, regista, organizzatore, doppiatore, maestro di generazioni di attori, erede naturale di Ettore Petrolini, era l'espressione genuina dello spirito romanesco. Alla grande cultura, alla capacità espressiva eccezionale, frutto di un intenso lavoro su se stesso, univa una simpatia travolgente e una bonomìa naturale, che ne avevano fatto il beniamino del pubblico di ogni età".

Per Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film Cei, e Sergio Perugini, segretario della Commissione film Cei, Proietti "era un artista totale, capace di calcare qualsiasi palcoscenico, dal teatro al cinema, ai grandi show targati Rai Uno. Un artista, un uomo, sempre con il sorriso".

I funerali si terranno giovedì nella chiesa degli artisti in piazza del Popolo a Roma. Sarà proclamata una giornata di lutto cittadino.


Doveva essere il giorno degli auguri. Già, ma senza lui che parla come se fa a raccontarlo? Perché questa è una storia artistica infinita, iniziata nel 1963, con Can can degli italiani. Come se fa? Se fa, «grossomodo» come fa lui nel Casotto di Sergio Citti, quando si inventa figlio di Toto Angeletti per sedersi a tavola con Paolo Stoppa e magnà a scrocco davanti alla nipotina “compromessa”, Jodie Foster. Scusate il prologo in romanesco stracco, ma è l’unico modo per improvvisarsi biografi di giornata e rileggere in cinque colonne questa lunga storia d’amore tra il Gigi nazionale e il teatro, ma anche con il cinema, la radio, la tv, la musica pop, la lirica e il piano bar. Pischello prodigio, iscritto al corso di mimica del maestro Giancarlo Cobelli per diventare faccia e corpo al servizio dell’arte varia. In primis teatrante.


Da Tarquinio omaggio a Gigi
Puntata speciale quella di questa sera (2 novembre) in onda su Rai Storia (alle 00.10) de Il giorno e la storia dedicata anche a Gigi Proietti. A ripercorrerne la carriera sarà il direttore di Marco Tarquinio che fino all’8 novembre affronterà, oltre agli 80 anni di Proietti, eventi come l’alluvione del Biellese nel 1968, l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, la morte di Giorgio La Pira nel 1977, la condanna dell’apartheid in Sudafrica da parte dell’Onu nel 1962, il ritiro dal basket di Magic Johnson, positivo all’Hiv, nel 1991 e la vittoria di John Kennedy su Richard Nixon alle presidenziali Usa, nel 1960.

«Il nostro è il mestiere più intimo del mondo, nonostante si svolga di fronte a migliaia di persone», ha detto più volte rivolgendosi ai suoi tanti fedelissimi che lo seguono da sempre. Sicuramente Gigi è il più longevo dei Comici. L’apoteosi per questo principino della risata arriva già nel 1976: Teatro Tenda – di mamma Roma, città che per pigrizia e per amore abbandona di rado – con A me gli occhi, please. Un esperimento, roba d’avanguardia con un sacco di risate dentro a un “one man show” («ma che vordì?, parla come magni no!») di tre ore filate. Doveva restare in scena sei giorni, ci rimase, istrionico e sudato di gioia ispirata, per quattro anni. Seduto in prima fila fu avvistato, sbellicarsi per nove repliche, Federico Fellini. Eduardo De Filippo alla fine dello spettacolo baciò pubblicamente le mani alla giovane stella e andò in camerino a congratularsi con il suo Gigi. Sussulti e grida interiori anche per l’avanguardista Carmelo Bene che con sguardo rapace l’aveva studiato a fondo in scena per poi congratularsi enfatico: «Bravo Proietti!». Era la promozione per l’ultimo epigono dell’avanguardia sperimentale.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Gigi Proietti al  concerto per il 150'o anniversario di Roma Capitale

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Gigi Proietti al  concerto per il 150/o anniversario di Roma Capitale - Ansa

Con una risata a getto continuo, alla metà dei plumbei anni ’70 Proietti aveva seppellito diversi decenni di commediole brillanti e creato un genere nuovo, il “teatro-grafia”. Anche il cinema, oltre al doppiaggio del Casanovafelliniano, inizia a comprendere l’importanza della sua “maschera”. Ma mentre sul palcoscenico Gigi è mattatore quanto il suo fraterno sodale Vittorio Gassman («il più colto e sensibile dei miei amici»), sul grande schermo quel nipote maldestro e scanzonato di Meo Patacca offre il meglio di sé quando gioca di squadra in film corali come Casottoappunto, o quando fa il Mandrake in Febbre da cavallo di Steno. La «mandrakata» è in fondo la stessa furbesca magia affabulatoria con cui Proietti continua ancora a stregare gli occhi del pubblico, vecchio e nuovo, ammaliato dai suoi Cavalli di battaglia, ipnotizzato davanti alla tv quando va di fiction con il Maresciallo Rocca o veste i panni di Bruno Palmieri di Una pallottola nel cuore. Core de Roma.

Con narcisistica umiltà – «Me chiamano Narciso Vanesi» – l’attore, regista, autore, scrittore («Fuori i titoli», direbbe il Principe della risata, Totò) è consapevole che basta una smorfia, una barzelletta raccontata al telefono all’amica Raffaella Carrà («ce se strozza dalle risate») per conquistare il popolo, e farlo ridere fino alle lacrime. Quel popolo che adesso nella tragedia pandemica, più che mai avrebbe bisogno di un Proietti ilare domestico, che gli reciti il professore ubriaco della lezione di educazione sessuale o l’amico di quel Persichetti nella sauna («ma faranno bene sti’ bagni turchi?»).

Oppure, cambiando registro, arte in cui Gigi è maestro assoluto, chiede che gli riproponga ad oltranza il dramma poetico esistenziale di Edmund Kean e perfino la lettura seria e poco nota – oltre lo sperimentalismo – del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi, che gli commissionò il grande compositore Goffredo Petrassi. «E non gli potei dire di no», ricorda divertito della parentesi con Petrassi, salvo poi beccarsi i rimbrotti di due fedelissimi che nell’oscurità dell’abbazia di Fossanova gli si avvicinarono intimandogli: «Giggi, mai più eh? Lasciali perdere ’sti fiji (bip)... questi te rovinano!». Non si è mai rovinato il gusto e la forza scenica di Proietti, che come tutti i grandi comici (veri) ha innata l’arte di ridere di se stesso, a differenza di tanti colleghi che «non fanno un sorriso neanche se gli spari».

Gigi Proietti , nel ruolo del maresciallo Rocca

Gigi Proietti , nel ruolo del maresciallo Rocca - Ansa

La sua scrittura si alimenta dei classici, ma poi sa addolcirla per la platea popolare da pasticciere del pastiche, così che il Decamerone di Boccaccio lo rende Decamerino, con le sue Novelle dietro le quinte. Osservatore romano di tutti i tic universali, si affida a Pietro Ammicca «affarologo, tuttologo appaltologo». Lezione appresa dalla grande anima di Ettore Petrolini, del quale ha ereditato l’eleganza sorniona di Gastone e l’anima popolana dell’attore che è sovrano assoluto una volta che sale sul palcoscenico. Inebriato dal Petrolini che durante uno spettacolo interruppe la recita per rispondere allo spettatore che lo contestava dalla galleria: «Io mica me la pijo co’ te, me la pijo con quello che te sta seduto vicino che non te butta de sotto».

Ma l’eredità naturale dell’Artista è quella concessagli dal “satiro dei satiri”, Ennio Flaiano che il Gigi ventenne omaggiò musicandone l’aforisma Oh come è bello sentirsi..... «Oh come è bello sentirsi profondamente intelligenti», canta il Proietti flaianeo, al quale mastro Ennio riconobbe all’istante il crisma dell’attore puro, con tanto di encomio per la bella dizione, lui che cinico e sconfortato ammoniva già negli anni ’60: «L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori». Lirico Proietti, an- che nella regia, dalla Tosca, passando per il Benvenuto Cellini fino all’ultimo atto della Carmen. Come tutti i veri maestri Proietti ha creato una scuola sua, spinto dalla missione didattica. Perché per fare l’attore, ricorda spesso, «prima di tutto ci vuole la salute, diceva Anna Proclemer», ma il talento da solo non basta e così per apprendere il mestiere dell’attore, come tutti i mestieri, serve andare a bottega. Non a caso Vittorio Gassman chiamò la sua scuola fiorentina “La Bottega Teatrale” mentre a Roma Proietti apriva le porte del “Laboratorio”, da cui sono usciti tra i tanti Giorgio Tirabassi, Enrico Brignano, Flavio Insinna, Chiara Noschese... «Gigi è stato un padre » dicono in coro i suoi ex allievi, ma a parte le due figlie Susanna e Carlotta (avute dalla moglie svedese Sagitta, sposata nel 1967), altri eredi Proietti non ne ha.

Così come non sono ancora stati avvistati emuli di siffatta grandezza neppure sulle tavole di legno del Silvano Toti Globe Theatre, versione romana del totem shakespeariano londinese, da lui ideato e diretto artisticamente. Ottant’anni certo, eppure fino a ieri saltava arzillo da un palco all’altro, e il titolo del suo prossimo libro ‘Ndo cojo cojo , fuori da ogni regola, sintetizza la poliedrica e inesauribile verve. Con Marco Giallini ha fatto coppia nel film Io sono Babbo Natale (di Edoardo Falcone), Covid permettendo uscirà a dicembre, altrimenti «per noi, comunque, dovunque, in qualsiasi situazione, esercitare il nostro agonizzante artigianato è inevitabilmente un atto d’amore ». Parola di Gigi. Buon viaggio, Maestro!

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