domenica 15 settembre 2019
Lo straniero è la figura paradigmatica dell’altro e l’amore chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu. Moni Ovadia ai Dialoghi di Trani sulla "Responsabilità"
Moni Ovadia (Ansa/Angelo Carconi)

Moni Ovadia (Ansa/Angelo Carconi)

COMMENTA E CONDIVIDI

Nel testo che proponiamo in queste colonne Moni Ovadia, scrittore e uomo di teatro celebre per il suo lavoro sulla tradizione ebraica, sintetizza i temi che saranno al centro del suo intervento al prossimo Festival dei Dialoghi di Trani, giunto quest’anno alla XVIII edizione e che affronterà il tema della “Responsabilità”. Dal 17 al 22 settembre scrittori, filosofi, religiosi, magistrati, scienziati e giornalisti si incontreranno a Trani per riflettere sul significato dell’“essere responsabili”. Verso l’attesa conferenza di Assisi “The economy of Francesco”, anche la Pro Civitate Christiana propone ai Dialoghi un incontro sul valore della responsabilità in economia ed ecologia. Ai Dialoghi, a confrontarsi sul tema “Responsabilità”, ci saranno, tra gli altri, anche Salvatore Veca, Vito Mancuso, Stefano Zamagni, Sabino Cassese, Gustavo Zagrebelsky, Massimo Bray, Marta Cartabia, Giovanni Grasso, Aldo Schiavone, Valeriu Nicolae, Ramin Bahrami, Serena Dandini, e molti altri; tra i media partner anche Tv2000 e Radio inBlu.

Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa'Ap'Renata Brito)

Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa/Ap/Renata Brito)


Il mancato riconoscimento dell’alterità nel suo valore fondativo della relazione umana è la madre delle questioni che si frappongono all’edificazione di una società di giustizia. Il dramma del mancato accoglimento dell’altro ci viene presentato nel Genesi all’inizio dell’avventura dell’uomo sulla terra. Caino, primogenito di Eva e Adamo, è il primo essere umano nato da grembo materno come tutti noi. Abele suo fratello, il secondogenito, è l’altro, pone il problema della relazione a Caino il quale non capisce il senso dell’evento, si ritiene usurpato, percepisce la presenza di Abele come insidia intollerabile, come minaccia e reagisce con violenza finendo con uccidere il fratello. Il Santo benedetto non accusa Caino, non punta il dito contro di lui ma lo insegue con una domanda: «Dove è tuo fratello Abele?». Sollecita il suo senso di responsabilità nei confronti dell’altro, suo fratello. Caino, dopo avere tentato invano di sottrarsi alla chiamata celandosi, risponde ponendo a sua volta una domanda: «Sono forse il custode di mio fratello?». Mirabile faccia di bronzo! Ma in questa provocazione è espressa, per il tramite di una narrazione anticipatrice, la grande tragedia umana con la quale ancora oggi ci confrontiamo senza riuscire ad uscirne.

Non è necessario essere credenti, né assumere la Torah come libro sacro per capire che il biblista con il suo racconto ci segnala che peggio di così l’avventura dell’uomo nel creato non poteva cominciare. Disconoscimento del simile, mancato accoglimento del suo valore, rifiuto della relazione, ebbrezza narcisistica di unicità tipica di colui che è arrivato prima. Possiamo assumere la parabola anche come metafora socio-politica dello scontro fra il contadino che vuole sua la terra e il pastore che la vuole aperta. La vulgata di questa parte della Scrittura ha cercato di risolvere l’angoscia suscitata dal fratricidio con la criminalizzazione di Caino fondando in lui la pseudo-categoria del cattivo per chiudere la questione. Quante volte da piccini abbiamo sentito questa banalità. Ma il prosieguo della storia ci racconta tutt’altro. Il Santo Benedetto non tratta certo Caino come un “cattivo” a cui comminare una punizione esemplare, forse nella sua provocazione ha riconosciuto che non è attrezzato per edificare relazioni e quindi società, forse non voleva neppure uccidere Abele, gli è scappata la mano, dunque lo manda libero, ammonisce chi lo incontrerà a non alzare la mano su di lui, perché possa entrare nella Storia sperando che impari, perché le cose, di generazione in generazione vadano se non meglio, almeno un po’ meno peggio.

Sono passati millenni dal tempo di questa “leggenda”, a quanto pare l’auspicio non si è compiuto. Non che non esistano uomini giusti che hanno interiorizzato e fatto proprio il senso dell’alterità e della responsabilità capendo che i due concetti non possono essere disgiunti, ma la leadership di fatto dell’umanità, la sua brama di potere ha imposto un modello basato su un economia che uccide, per dirla con le parole di papa Francesco, un economia che ha reificato l’alterità per farne profitto a vantaggio del delirio di onnipotenza di un pugno di uomini. E questi potenti non hanno capito che l’altro è il senso primo della relazione, che l’etica è la filosofia prima come mirabilmente propone il filosofo Emmanuel Lévinas nella sua lettura esplosiva del comandamento dell’amore (Levitico 18,19). Ve ahavtà leereakha kamokha, amerai per il prossimo tuo come te stesso. Il filosofo di Kaunas osserva che nel leshon hakodesh, la lingua santa della Torah, il verbo essere al presente indicativo non compare, è sottinteso. Lévinas legge dunque il comandamento dell’amore con questa esposizione: «Amerai per il prossimo tuo è come te stesso».

In questa breve ma rivoluzionaria espressione possiamo trovare indicazioni decisive per una sua lettura dirompente. La prima parte della proposizione è: «Amerai per il prossimo tuo». La Torah non lascia nulla al caso, se dichiara una priorità essa riveste un preciso significato, ovvero la scelta di amare il prossimo è la condizione per accedere alla seconda parte: «È come te stesso» ovvero la tua identità di persona, in una società di giustizia, la conquisti amando il prossimo. Il prossimo peraltro è presentato senza alcuna connotazione, non è il prossimo buono o cattivo, ebreo o goy, uomo o donna, eterosessuale o omosessuale, bianco o nero o giallo o rosso. Non è collocato in una nazione o in un territorio, non è autoctono o migrante, non è vicino né lontano. È solo denotato. È semplicemente l’altro. Del resto dopo questo versetto pochi versi oltre il Levitico dichiara: «Lo straniero che abita presso di te è come il tuo compaesano. Amerai lo straniero è come te stesso, ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto, Io sono il Signore». Anche l’Eterno si dichiara straniero, è lo Straniero assoluto. Lo straniero è la figura paradigmatica del-l’altro, e l’amore non è quella insopportabile melassa dei romanzi d’appendice o dei Baci Perugina, non è neppure il travolgente sentimento romantico e passionale di Giulietta e Romeo.

L’amore è sentimento/ comportamento impegnativo che chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu e il tu è il simile, l’animale, la pianta, la zolla, l’acqua l’aria, la terra, il sottosuolo e persino le viscere della terra. Il Tu incarna l’intimità della condizione esistenziale tanto più se umile e spossessato perché porta in se la fragilità che è specificità ontologica dell’animale umano ma anche degli ecosistemi. Ecco perché la Laudato si’ è un punto di partenza per affrontare il cammino verso l’altro, cammino breve per un aspetto ma anche impervio perché tracciato come ponte precario sopra uno iato abissale e vertiginoso. Per compiere la traversata è irrinunciabile essere preparati. Bisogna assumere la piena responsabilità del volto altrui, bisogna farsi stranieri a se stessi, bisogna considerare anche il più piccolo dei privilegi illegittimo.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: