giovedì 4 novembre 2021
È nata negli Stati Uniti e vive in Nuova Zelanda ma per i suoi romanzi Heddi Goodrich si serve della nostra lingua: «In questo modo riesco a esprimere meglio emozioni e sentimenti»
La scrittrice statunitense Heddi Goodrich, ospite in questi giorni del festival Incroci di Civiltà

La scrittrice statunitense Heddi Goodrich, ospite in questi giorni del festival Incroci di Civiltà - Tatsuya Sasaki

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Dunque, ricapitolando: una statunitense che oggi vive in Nuova Zelanda e che ha imparato l’italiano a Napoli, dove era arrivata per studiare il bulgaro. «E il russo», aggiunge sorridendo Heddi Goodrich, autrice di due romanzi ( Perduti nei Quartieri Spagnoli del 2019 e il recentissimo L’Americana, pagine 348, euro 18,00) editi entrambi da Giunti ed entrambi composti direttamente in italiano. Nata a Washington nel 1971, Goodrich è una delle figure che meglio rappresentano lo spirito di Incroci di Civiltà, il festival di cui è ospite in questi giorni a Venezia. «Le lingue mi hanno sempre affascinata – ammette la scrittrice –, ma con il tempo mi sono resa conto che a interessarmi veramente è quello che viene prima delle lingue stesse».

A che cosa si riferisce?

Al senso, al modo in cui gli esseri umani lo ricercano, stabiliscono e condividono. Le parole ci permettono di costruire il mondo, di disegnare il futuro e di tessere il passato. Come ha detto una volta uno dei miei figli, le parole sono la cosa più famosa che ci sia, perché tutti le conoscono e tutti se ne servono. In definitiva, è quello che più ci accomuna, al di là delle differenze tra una lingua e l’altra.

Lei però ha scelto di esprimersi in italiano: come mai?

Credo che fosse il mio destino, né più né meno. Sono stata adolescente quando Internet non esisteva ancora e di quello che c’era fuori dagli Stati Uniti avevo una nozione molto vaga. Verso i sedici anni, al momento di scegliere il Paese in cui trascorrere un periodo di scambio culturale, ho indicato d’istinto l’Italia e mi sono ritrovata in una famiglia di Castellammare di Stabia. Io ero convinta di imparare l’italiano, in realtà mi impratichivo di un impasto tra lingua e dialetto. Più tardi, tornata a Napoli per studiare lingue all’Orientale, ho dovuto adattarmi a un registro molto formale, che mi permettesse di sostenere gli esami in un italiano accettabile in sede accademica. Dopo di che, per almeno cinque anni, ho smesso di parlare italiano. Ancora un po’ e me ne sarei dimenticata.

Poi è tornata in Italia?

No, mi sono trasferita in Nuova Zelanda.

Mi scusi, ma non la seguo.

La svolta è arrivata con la nascita del mio primo figlio. Insieme con mio marito, abbiamo deciso di educarlo al bilinguismo ed è stato allora che l’italiano è riemerso, come se fosse la mia lingua madre. Meglio ancora, come se fosse la lingua che mi consentiva di dare voce ai sentimenti, alle emozioni, all’esperienza della maternità. In italiano mi sentivo e continuo a sentirmi più libera, più affettuosa e spontanea. A volte perfino esagerata, almeno in base ai criteri anglosassoni.

Questo significa che quando parla in inglese è una persona diversa?

Di sicuro sono più preoccupata della correttezza grammaticale, e non solo perché di professione sono appunto un’insegnante di inglese. Scrivere in italiano mi dà l’occasione di giocare con le parole, di forzare le regole, di assecondare i miei pensieri. È una pratica che comporta un distacco e nello stesso tempo conduce a un livello ulteriore di intimità.

Leggendo i suoi romanzi, si ha l’impressione che l’italiano sia anche la lingua della ricerca spirituale.

Mi piace credere che la scrittura lo sia di per sé. Lo è per me, se non altro. Non nel senso di introspezione psicologica, ma di esplorazione di qualcosa che non conosciamo, eppure ci riguarda. In Perduti nei Quartieri Spagnoli l’indagine si incentrava sul rapporto di appartenenza alla terra, nell’Americana l’attenzione si sposta sul mistero della psiche, in particolare di quella femminile. Uno dei personaggi principali, Anita, è una donna come molte se ne incontrano nell’Italia meridionale: cresciuta nel cattolicesimo, intrattiene un rapporto molto amichevole e schietto con la Madonna, che per lei è quasi una sorella maggiore. Magari non va volentieri in chiesa, ma nutre una fede incrollabile nel valore della maternità e, prima ancora, della solidarietà femminile.

Qual è il suo primo ricordo di Napoli?

Ha presente quando parlavo del destino? Bene: il mio primo ricordo di Napoli precede il mio arrivo in Italia. All’età di quindici anni ho fatto un sogno molto vivido, ambientato in quello che mi sembrava un tempio immerso in un lago, con le colonne che sorgevano dall’acqua. Un paesaggio stranissimo, che non sarei stata capace di immaginare. Senza saperlo, avevo sognato il Macellum di Pozzuoli, che viene ciclicamente inondato dal mare per effetto del bradisismo. Per me questo resta l’emblema di un mondo rovesciato rispetto a quello in cui sono cresciuta. Un sistema di valori differente e vitale, che fa di Napoli una città sempre pronta ad assorbire la novità e a reinventarsi in maniera generosa e creativa. In città si respira un clima unico, che non ho mai ritrovato altrove. Anche per questo sono grata del fatto che Napoli mi abbia accolta, permettendomi di far parte della sua continua rinascita.

Non si pente mai di aver adottato l’italiano come lingua della sua scrittura?

No, nel modo più assoluto. Sono consapevole del pregiudizio per cui l’italiano sarebbe una lingua inutile o, se non altro, molto meno utile dell’inglese. Nonostante questo, in ogni parte del mondo ci si imbatte con persone che vogliono studiare l’italiano.

Che spiegazione si è data?

Per me è una questione di bellezza. In Nuova Zelanda, quando parlo in italiano per strada con i miei figli, c’è sempre qualcuno che si ferma ammirato e che si complimenta per l’armonia di quei suoni. Del resto, è esattamente questo che io stessa cercavo da ragazza, è questo che aveva attirato me e i miei compagni all’Orientale: la propensione alla bellezza è il tratto irrinunciabile della nostra umanità. Un elemento molto concreto e, proprio per questo, profondamente spirituale.

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