venerdì 20 gennaio 2012
Dio voleva per lei una grande solitudine. Lei gli aveva chiesto un grande amore per gli altri. Tutt’al più – ritenendo che, da sola, capire il volere divino le sarebbe stato difficile – cercò presto direttori spirituali, e li ebbe dall’adolescenza in poi capaci di starle accanto negli ambienti pieni di fede della sua vita: la famiglia e il convento. §Sì, perché, a 22 anni, fresca di laurea in Lettere, alla vigilia dell’Immacolata del 1947 lei si chiuse nella casa romana delle religiose dell’Assunzione – un carisma misto di apostolato e di preghiera – dopo aver comunicato in famiglia il suo progetto «tra Dio e il mondo». Si chiamava Lucia, detta Lucìola, ed era la secondogenita di Alcide De Gasperi e Francesca Romani. A ricordare la sua vicenda, negli intrecci con quella della sua famiglia <+corsivo_bandiera>secundum sanguinem<+tondo_bandiera> o di «filiazione spirituale», e a ripercorrerne la parabola umana e spirituale oltre che il legame col padre, con le sorelle Maria Romana, Cecilia e Paola – fra sequenze familiari allargate e squarci di grande storia, anche politica ed ecclesiale – arriva ora in libreria Suor Lucia De Gasperi. Disarmata di sé di Francesco Giovannini (San Paolo, pp. 322, euro 19,90). Il volume, che viene presentato oggi alle 17,30 a Roma presso le Suore di Maria Bambina (via Paolo VI, 21; intervengono Maria Romana De Gasperi, il cardinale Giovanni Battista Re, suor Patrizia Maria Puricelli ed Elio Guerriero), ha il merito di sottolineare l’intensità di un rapporto singolare dove padre e figlia si illuminano spiritualmente a vicenda nelle diverse tappe delle loro vite.
Consentendo al lettore di vedere prima le conseguenze di un’educazione timbrata da una robusta religiosità laicale, con il suo credo in un cristianesimo via di perfezione da realizzare nella giustizia e nell’amore fraterno, e in una Chiesa-sacramento «fattura dell’arte divina» dove trasferire l’ispirazione religiosa nella vita quotidiana, poi di prendere atto – saremmo tentati di scrivere in un capovolgimento dei ruoli, ma non è così – dell’influenza di un’affettuosa guida spirituale a distanza, che si materializza in quei «foglietti per papà» densi di meditazioni che – diceva De Gasperi alla figlia – «hanno il profumo del timo degli antichi chiostri». Telegrammi spirituali che, insieme a lettere più distese, sono specchio di una simbiosi spirituale durata 7 anni, forse non sufficientemente valutata dagli storici alla loro prima apparizione nel 1968 (per la Morcelliana con il titolo Appunti spirituali e lettere al padre).
Attingendo anche a testi inediti l’autore di queste pagine parte dalla nascita di Lucia nel 1925, raggio di luce in un momento complicato per il futuro statista costretto a vivere di traduzioni e di lì a poco, nel 1927, arrestato dai fascisti, scarcerato l’anno dopo e solo nel 1929 assunto alla Biblioteca Vaticana. Il racconto prosegue con gli anni della seconda guerra mondiale (quando Alcide abbozza le idee alla base della futura Democrazia Cristiana), visti da una famiglia sensibile, genitori e figlie consapevoli di una «diversità». Tra piccoli episodi e sottolineature rilevanti – doni come La vita di Cristo del Ricciotti da parte del padre («Durante questo 1941 accetta, mia diletta Lucia, questo libro: alimenti esso ogni giorno nel tuo spirito la fonte sempre viva delle nostre speranze») o la presenza discreta di don Luigi Moresco, accanto a Lucia sino al 1947 (data della morte del sacerdote paolino che a mamma Francesca diceva: «Questa sua Lucia è una creatura particolare, lo ricordi!») – sullo sfondo dell’Italia in guerra e che dopo l’8 settembre 1943 vede scatenarsi la caccia agli oppositori politici tenuti sotto controllo (con De Gasperi prima nascosto in Laterano, poi presso monsignor Celso Costantini a Propaganda Fide, sino all’arrivo degli Alleati), il volume sfoglia l’album dei ricordi: il rientro del padre e il nuovo corso democratico, ma pure l’impegno di Lucia nella Fuci e gli incontri con monsignor Giovanni Battista Montini o con don Franco Costa; la ripresa dell’attività politica di Alcide («Come se più di vent’anni di interruzione avessero solo giovato alla sua stima», scrive qui Giovannini) e con i «voti» che contano: quelli in convento di Lucia, dopo il postulantato, il noviziato, la vestizione...
Nel libro si parla di Pio XII, che Lucia vede in udienza privata con la sua superiora al culmine della contrapposizione politica seguita all’entrata in vigore della Costituzione, ma nulla la figlia ci dice delle tensioni tra papa Pacelli e il padre, contrario ad un’alleanza anticomunista che dai Comitati Civici di Gedda arrivasse fino ai monarchici e ai missini (forse pagata con il no alla richiesta di De Gasperi di un’udienza papale per i suoi trent’anni di matrimonio e i voti definitivi di Lucia). E si arriva dunque – dopo l’uscita di De Gasperi dalla scena politica, la sua diffamazione e la sua morte confortato dalle figlie – al trasferimento di suor Lucia a Genova, città che al suo arrivo mostra ancora le tracce dei bombardamenti. E qui, nella diocesi guidata da Siri, con le premure ricorrenti nei racconti delle ultime testimoni, Lucia lavora, poi guarda con speranza a Giovanni XXIII e a John Kennedy, e – soprattutto – riflette su quel Vaticano II che l’amico di un tempo, con altro vello, Paolo VI (che riesce a rivedere) porta avanti, mentre anche la sua congregazione sceglie di attuare le costituzioni conciliari cominciando a cambiare le proprie. Lucia ora è una madre superiora pronta a guidare la sua comunità secondo i segni dei tempi. Ma per poco. «Bisogna essere contenti, riconoscere che non si è necessari a nessuno e lasciar fare ai medici, anche se secondo me sono un po’ esagerati», così alla sorella Romana, accettando – per motivi di salute – il rientro nella capitale. Lì  muore nel 1966, a soli 41 anni. Le sue esposizioni alle riunioni capitolari del 1965-’66, unico anno del suo superiorato chiudono questo libro, offrendo ancora motivi di riflessione: permeate da uno spirito di disponibilità, senso di gioia cristiana e apertura al futuro, che arrivano da lontano.
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