sabato 29 novembre 2014
«Niente paura, niente paura, niente paura ci pensa la vita mi han detto così...», risuona dentro e fuori il borgo reggiano di Correggio la voce di Luciano Ligabue. E questo è diventato anche il “grido di battaglia” del suo giovane concittadino, il 16enne Francesco Messori. Francesco, è figlio di Stefano, musicista, ma per il “Frency”, come lo chiama mamma Francesca, il pianoforte non è stato mai il suo forte. Meglio con il pallone, del resto questo, oltre che del Liga e dello scrittore Pier Vitttorio Tondelli, è anche il borgo natale di Salvatore Bagni e Daniele Adani, gente che nel calcio è arrivata in Serie A, mica chiacchiere. Però, se è già difficile giocare senza un braccio (il paraguaiano Julio González amputato fu costretto a lasciare il Vicenza), senza una gamba la sfida apparentemente è impossibile. Ma Francesco ci ha spiazzati, come un rigore calciato da quel suo “piede sinistro”, artistico quanto quello che serviva a dipingere al pittore irlandese Christy Brown. «Quando è nato gli mancava un rene e presentava un’atresia esofagea (distacco dell’esofago dallo stomaco) per la quale è stato operato d’urgenza. Che Francesco fosse privo di un arto i medici si sono accorti quando ormai ero all’ottavo mese di gravidanza. La dottoressa mi disse: “Coraggio signora, sarà dura...”. Il mio “Credo” mi ha reso più forte e tutto quello che è accaduto dopo è stato talmente grande... Come il sorriso e la gioia contagiosa di vivere di nostro figlio».È il racconto di mamma Francesca Mazzei, la calciofila di casa Messori: da ragazza ha giocato anche lei, nella Correggese femminile. «Ero un tornante –, precisa –. Francesco invece dopo aver provato con sci, karate e nuoto, aveva iniziato in porta, ma non gli piaceva e a 9 anni mi disse: “Mamma comprami le stampelle che voglio fare gol anch’io”». Dalla solitudine del portiere alla condizione fantastica del n. 7, come Cristiano Ronaldo, ma non diteglielo: il suo idolo indiscusso è solo uno, Lionel Messi. «L’ho incontrato da poco andando in visita al Barcellona, la mia squadra del cuore. Da Messi mi sono fatto fare l’autografo sul braccio... Quella notte non ho dormito, otto ore immobile sul letto per non sbiadire l’inchiostro, così il giorno dopo sono riuscito a farmelo tatuare». La “Pulce” nella pelle e nell’anima, anche per affinità mancina, «sono sinistro come Lionel». I suoi compagni di squadra ormai abbreviano quel Messori in “Messi”. Sono i ragazzi della Virtus Correggio, una formazione di normodotati nella quale per la prima volta un amputato è potuto scendere in campo e giocare. Le vie del calcio d’oratorio sono infinite. Grazie alla deroga richiesta e ottenuta dal presidente del Centro Sportivo Italiano, Massimo Achini, Francesco ha fatto il suo storico debutto nel campionato Csi provinciale sul campo della parrocchiale di Pieve di Guastalla, contro il Saturno. Un match davvero di un altro pianeta: un ragazzo che con le stampelle, su una gamba sola, dribbla gli avversari e con il sinistro divino dispensa assist vincenti per i suoi compagni. Francesco non si gasa per i tanti complimenti di chi lo considera un “fenomeno”, anche se fuori e dentro il borgo tutti gli riconoscono il carisma del leader silenzioso. «Scendere in campo con i normodotati mi è servito per crescere e per lanciare un messaggio importante: niente paura davvero, tutti possiamo giocare a calcio». Il messaggio lanciato in rete (via Facebook) dall’allora quattordicenne dal ricciolo ribelle ad incorniciare quel bel viso michelangiolesco che aveva deciso di mettere in piedi la «nostra Nazionale», quella degli amputati. «La Nazionale di calcio amputati è nata l’8 dicembre 2012 e non poteva che farlo ad Assisi con la benedizione di San Francesco», ricorda mamma Francesca che si emoziona, specie quando pensa all’entusiasmo che gli manifestano anche i genitori degli altri ragazzi (si va dai 16 ai 45 anni) di questa speciale selezione azzurra, per la quale Francesco ha voluto che il ct fosse il suo primo allenatore, Renzo Vergnani.Il tecnico che assieme ai 13 calciatori selezionati è appena volato in Messico al Mondiale per amputati che prende il via domani. In uno stadio da 20mila spettatori sarà subito “sfida a 7” tra Messico e Italia. Un’avventura che sa di rinascita per la maggior parte dei ragazzi che prima della fondazione di questa squadra erano caduti in un “fuori gioco” esistenziale, chiusi nei loro spogliatoi di solitudine.«Due di loro sono senza un arto dalla nascita come Francesco, la maggior parte invece l’hanno perso per patologie tumorali... E allora fa bene al cuore leggere messaggi di genitori come quelli del portiere Daniel Priami che scrivono: “Grazie, ci avete ridato una nuova vita”», dice Francesca.Daniel, livornese, 25 anni, a diciassette era un portiere pronto per il debutto con il Cecina (serie D), quando si frattura il braccio destro. Un’ingessatura sbagliata, l’infezione e il braccio che non ha più scampo, va amputato. Senza la chiamata a raccolta di capitan Francesco («la fascia l’ho regalata a papa Bergoglio il 7 giugno per i 70 anni del Csi») Daniel e gli altri non sarebbero più tornati in campo. Il regolamento della Federcalcio lo vieta e nel panorama paralimpico nazionale non esiste un apposito torneo.«All’estero stanno messi molto meglio. In Turchia c’è un regolare campionato amputati a venti squadre, di serie A e B, e i calciatori vengono addirittura stipendiati», informano dal ritiro azzurro. La Turchia è vicecampione del mondo, l’ultimo titolo iridato lo ha vinto l’Uzbekistan, una delle 24 nazioni che partecipano a Messico 2014. «Sono rimaste 22, Sierra Leone e Liberia hanno dovuto rinunciare per via dell’ebola – dice Francesco –. Mi dispiace, sono già tanto sfortunati... Il primo gol che segno al Mondiale lo dedico a loro, con tutto il cuore».
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