venerdì 24 ottobre 2014
Nella storia del nostro calcio ci sono stati i presidentissimi dei club metropolitani (i Moratti senior, i Rizzoli, gli Agnelli) quelli “pane e salame” delle società di provincia (Rozzi, Anconetani, Massimino), i discutibili padri-patron odierni (Cellino, Zamparini e Lotito) e poi la categoria, quasi in estinzione, del “presidente gentiluomo”.E a questa va sicuramente ascritto il ragionier Ernesto Pellegrini che, nel 1984, rilevò l’Inter da un altro gentiluomo del pallone, Ivanoe Fraizzoli, per poi cederla definitivamente, nel ’95, a un signore di stesso lignaggio, «l’amico Massimo Moratti». Ma prima di sfogliare l’album delle memorie nerazzurre, nel suo ufficio milanese - in zona Famagosta - al terzo piano della sede del Gruppo Pellegrini dobbiamo parlare di “Ruben” il ristorante solidale che la famiglia Pellegrini aprirà a novembre». Un nuovo punto di riferimento per la Caritas, le parrocchie e i Centri di ascolto milanesi che, al locale di via Gonin 52 (quartiere Lorenteggio), indirizzeranno le tante persone indigenti della città. In un ambiente minimal, ben curato e «molto dignitoso, perché è la dignità che dobbiamo restituire a queste persone che soffrono», incalza il Presidente, all’ora di cena verranno serviti fino a 500 pasti, due turni da 250 commensali che per mangiare pagheranno un conto simbolico: 1 euro.«L’ho chiamato Ruben, come quell’uomo dolcissimo che ho molto amato. Era un contadino che aveva lavorato nella nostra cascina. Dormiva nella stalla su un giaciglio di paglia, tre chiodi per attaccapanni, sgobbava sui campi dall’alba al tramonto e aveva due “grandi amici”: il bottiglione del vino che scolava nella trattoria dove andava alla domenica dopo la Santa Messa e la lettura. Leggeva libri di storia e a noi ragazzi ci interrogava per vedere a che punto eravamo con gli studi: quando le risposte non erano soddisfacenti ci bocciava con un bonario “te se gnurant!”. All’inizio degli esplosivi anni ’60 il rione Morsenchio, in cui sorgeva la cascina di via Bonfadini, venne inghiottito dal cemento. Cancellato per sempre, e con esso anche Ruben. «Con l’esproprio del terreno a noi diedero in cambio un appartamento popolare. Ero orfano di padre e avrei tanto voluto aiutare Ruben, ma le 55mila lire di stipendio che prendevo come contabile della Bianchi servivano a mia madre Maria per mandare avanti la casa. Poi una mattina d’inverno apro il giornale e leggo: “Barbone morto assiderato”. Era il mio Ruben. Provo i brividi ogni volta che ci ripenso...». Si commuove il Presidente al ricordo di quell’uomo che «non era certo un barbone, ma un onesto lavoratore, vittima della crisi dell’epoca». Un mondo seppellito in fretta dalla grande industria, quella in cui, mezzo secolo fa, partendo da zero, il giovane ragioniere si lanciò con successo. «Con la ristorazione ho cominciato per puro caso alla mensa della Bianchi. Con le 150mila lire che mi passavano mantenni il posto da capo-contabile e da lì in poi con mio fratello Giordano è partita un’avventura che continua ancora. Il prossimo anno festeggeremo i cinquant’anni del Gruppo Pellegrini». Un Gruppo che da sempre poggia sulle radici solide di una civiltà che il Presidente non ha mai dimenticato. «Mi considero un eterno ragazzo di campagna. I trofei più importanti sono quei valori che conservo dentro di me: l’amore per la famiglia, l’amicizia, il rispetto per il prossimo. Sono un uomo fortunato e devo ringraziare il buon Dio del tanto che ho ricevuto». Per questo si è impegnato a «fare del bene, ma senza dirlo» e ad essere vicino a «preti straordinari e amici come “l’elemosiniere” padre Konrad Krajewski, padre Roberto Ferrari e don Sante Torretta».E per Ruben, il minimo che potesse fare era dedicargli il ristorante. Un luogo della memoria dove accogliere quelli che il Presidente definisce i «nuovi poveri: i 50enni che hanno perso il lavoro o i divorziati che non arrivano più a fine mese». Un esercito silente di disperati ai quali va in soccorso la onlus che fa capo alla neonata Fondazione Ernesto Pellegrini voluta dalla signora Ivana, la figlia Valentina e suo marito Alessandro Ermolli. «Al “Ruben” lavoreranno una decina di nostri dipendenti e per il resto tutto volontariato. Gente in grado di servire in tavola oltre a un piatto, una parola buona e un sorriso che è sempre il cibo più gradito da chi soffre». Tanti i volontari pronti a scendere in campo nella squadra di “Ruben”, tra questi anche un campione del mondo di Spagna ’82: «Fulvio Collovati mi ha detto che è pronto a dare una mano». E con la figurina di Collovati si torna a sfogliare l’album Panini. «Il primo amore è stato il ciclismo. Alla Bianchi strinsi la mano al mio idolo, Fausto Coppi, poi sono diventato amico del suo meccanico, Pinella De Grandi, detto “Pinza d’oro”. Il calcio? Visto che non mi facevano giocare comprai l’Alcione, Terza categoria». Campi periferici e poco illuminati rispetto al palcoscenico stellare del Meazza dove a metà anni ’80 andava in scena la sua Inter dei “panzer tedeschi”. «Matthäus il più grande di tutti, un regista in grado di difendere, impostare e attaccare contemporaneamente. Rummenigge che bomber: è quello a cui sono rimasto più legato. Klinssmann gran bella testa, si capiva che sarebbe diventato un ct. Brehme è in difficoltà? Mi ha telefonato rassicurandomi: “Presidente, la mia situazione non è poi così grave”. Lo spero per lui, del resto il calcio ha dato ricchezza a molti, ma altrettanti, una volta smesso, sono finiti alla canna del gas».Stava per andare in fumo anche l’Inter di Massimo Moratti, bruciata dai bilanci in rosso fino all’arrivo del tycoon indonesiano Erick Thoir. «Lo conosco e lo stimo. Prima che arrivasse Thohir avevo messo assieme tre-quattro imprenditori per tentare di mantenere, con Moratti, una proprietà italiana e milanese dell’Inter. Non è questione di nazionalismo, è che il calcio per me non è un business, ma una passione collettiva. Per mandare avanti al meglio una società bisogna esserne innamorati». Il Presidente era ancora perdutamente innamorato dell’Inter quando dovette passare la mano e su quella cessione pare ci siano ancora dei “segreti”. «Qualcuno lo svelerò nel libro che uscirà il prossimo anno. Nel momento in cui ho venduto l’Inter ero in difficoltà, ma è stato anche il periodo in cui ho ritrovato la fede».Pellegrini si alza per mostrare il ritratto di Papa Wojtyla appeso alla parete: «L’ho incontrato e sono diventato membro della sua Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice. Wojtyla è stato un grande tifoso dello sport, come me che scendo ancora in campo. Mi passano poco il pallone, ma ogni fine settimana all’oratorio di Linate gioco a calcio in una squadra con i miei tre amici d’infanzia». Quella gioventù che riaffiora nel quadro che raffigura un giovane in bicicletta davanti alla vecchia cascina: «Sono io ragazzo. Vede, non ho mai smesso di pedalare».
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