mercoledì 1 giugno 2022
Nel film “The Northman” il regista Eggers parte dal racconto medievale per catapultare Amleth nel mondo fantastico delle saghe norrene narrato nel XIII secolo nei “Gesta Danorum” di Saxo Gramaticus
Amleth (Alexander Skarsgård) in una scena del film “The Northman” di Robert Eggers

Amleth (Alexander Skarsgård) in una scena del film “The Northman” di Robert Eggers - -

COMMENTA E CONDIVIDI

Con The Northman di Robert Eggers in questa primavera Amleto è tornato al cinema e al Medioevo. Ben prima del dramma shakespeariano, infatti, la storia del principe danese era stata narrata nelle pagine dei Gesta Danorum, opera compilata all’inizio del XIII secolo da Saxo Grammaticus, e probabilmente era nota a Shakespeare attraverso una versione francese cinquecentesca. Nella prima parte della sua cronaca Saxo racconta il passato precristiano della Danimarca, includendo, fra terzo e quarto libro, anche la vicenda di Amleto. Mancano i lunghi monologhi, i teschi, le apparizioni di fantasmi e i finali tragici cari al teatro elisabettiano, ma l’ossatura della storia è già lì: il padre ucciso a tradimento, la follia simulata, la vendetta necessaria per riconquistare l’onore e il trono. L’Amleto di Saxo è peró un eroe resiliente e vittorioso, il cui punto di forza è un ingegno fuori dal comune. Celando l’astuzia dietro un’apparente ingenuità o mancanza di senno, Amleto risponde a chi vuole smascherarlo con frasi apparentemente senza senso che pure non possono dirsi evidenti menzogne. Mente forse il principe quando, condotto in riva al mare e invitato a osservare un “enorme coltello” – in realtà il timone di una nave naufragata – risponde che sarebbe utile ad affettare un enorme prosciutto, alludendo al mare? E ancora, se gli viene chiesto di osservare la sabbia chiamandola “farina”, e lui commenta che deve essere stata macinata dalle tempeste marine (Snorri Sturluson nell’Edda ricorderà che il mare è chiamato anche “mulino di Amleto”…), dice forse il falso? Amleto usa un linguaggio simile a quello dei poeti, che fanno ricorso alle kenningar, immagini metaforiche, perifrasi in luogo di concetti tipiche della letteratura norrena. Le sue parole, lungi dall’essere i vaneggiamenti di un demente, sono, al pari delle sue trame, indice di uno sguardo acuto, capace di penetrare a fondo la realtà. Sarà proprio per via del suo ingegno, in cui si avverte «qualcosa di divino», che il re di Britannia inizierà a guardare con favore ad Amleto, gli darà in sposa sua figlia e ne accoglierà le rivelazioni «come un segno del destino», dando così inizio alle sue fortune. Amleto riuscirà a vendicare il padre e a regnare in Danimarca, venendo sconfitto e ucciso in battaglia da un re rivale solo molti anni più tardi. L’intento di Eggers però non è quello di narrare un Amleto medievale seguendo fedelmente la versione di Saxo, anzi. Il regista – che in passato ha diretto The Witch (2015) e The Lighthouse (2018) – racconta il mondo nordico del X secolo, un medioevo guerriero e, se possibile, ancora più violento e crudo di quello dell’immaginario collettivo, la cui oscurità non può essere ancora mitigata neanche dalla pur flebile luce dell’ideale cavalleresco. L’Amleth di Eggers, interpretato da Alexander Skarsgård, è piuttosto lontano dall’arguto principe ritratto da Saxo. È un eroe tutto muscoli e vendetta – quindi pure in leggera controtendenza rispetto ai più recenti canoni eroici del cinema d’oltreoceano – che assurge ad archetipo dei protagonisti delle saghe norrene in cerca di riscatto e legittimazione. Un più generico “uomo del nord”, appunto. Ed è questo un forte limite, cui però si accompagna sempre il pregio di una ricostruzione affidabile: la pretesa di rinchiudere in poco piú di due ore tutto (o quasi) l’universo scandinavo del pieno Medioevo. Ecco allora che Amleth prende parte a misteriosi riti, diventa un berserkr (guerriero invasato coperto solo di una pelle d’orso), consulta veggenti, viene venduto come schiavo, partecipa a un incontro di knattleikr (uno sport violentissimo che prevede un uso sconsiderato di mazze di legno e poche regole), deve conquistare una spada magica che può essere sguainata solo di notte combattendo con un nonmorto all’interno del suo tumulo, ma soprattutto viaggia da un confine all’altro del mondo vichingo, e quindi dalle terre della Rus’ – la cui storia, per ovvi motivi, è tornata di attualità negli ultimi mesi – fino alla gelida Islanda. Il tutto per salvare sua madre e uccidere suo zio, macchiatosi del sangue del padre. C’è sempre del marcio, insomma, ma non è più confinato in Danimarca. Proprio in Islanda, invece, fra fuoco e ghiacci, si consumerà il finale tragico – che qui non manca – con l’annunciato duello fra Amleth e l’odiato zio Fjölnir. Cosa resta allora dell’Amleto delle fonti medievali, abile orditore di inganni e maestro della parola? Poco o niente, se non la vendetta come ragion d’essere, che resta il tratto principale di questa storia epica in cui la verità sfugge sempre e tutti sembrano avere un valido motivo per odiare e pretendere giustizia a ogni costo.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: