sabato 11 aprile 2015
Nell’estate del 1945, Mazzolari scrisse una serie di lettere aperte per “Il Popolo di Mantova”, che poi riprese e ampliò alcuni mesi dopo per “La Settimana d’Italia”, per essere infine riprodotte nell’opuscolo Lettere della speranza. L’intento era di recuperare l’uomo dopo la terribile prova della guerra. In quest’ottica, il parroco di Bozzolo si rivolse, tra gli altri, a un partigiano che sembrava aver smarrito la carica ideale della resistenza, a un giovane che aveva creduto nel fascismo, a un industriale che era stato connivente con il regime. In questa serie di articoli, Mazzolari enucleava alcuni concetti che avrebbero rappresentato un filo rosso della sua personale memoria della Resistenza. In particolare, nello scritto indirizzato al partigiano, nel quale dava voce al malcontento montante che si faceva largo nelle fila resistenziali, il parroco di Bozzolo individuava come lascito insopprimibile della guerra di liberazione il recupero del senso patriottico in chiave popolare: «Fra tante tristezze e disgrazie, l’adozione della Patria da parte del popolo è l’avvenimento consolante della nostra storia. Proprio coloro che non avevano nessun motivo di attaccamento e di riconoscenze, slargarono verso di essa, quasi all’improvviso, il cuore e le braccia per proteggerla e salvarla. Ora che gli umili sono saliti verso un’idea di Patria, che può essere amata da tutti perché è un bene di tutti e non sta contro nessuno neanche con quei di fuori, il Risorgimento è compiuto».In tal modo, il parroco di Bozzolo recuperava una declinazione, destinata a larga fortuna, della Resistenza come “secondo Risorgimento”, che aveva portato a compimento le aspirazioni dei padri della patria. In lui, affiorava appunto, la convinzione che grazie alla guerra di liberazione il popolo avesse per la prima volta preso direttamente in mano i destini della patria («fra tante tristezza e disgrazie, l’adozione della patria da parte del popolo è l’avvenimento consolante della nostra storia», scriveva proprio nella lettera al partigiano), l’idea che la ricostruzione potesse avvenire soltanto attraverso lo sforzo di tutti, grazie anche a una politica di pacificazione nazionale capace di evitare sia i rigorismi estremi di una malintesa epurazione sia i facili trasformismi, facilitati magari dallo stesso Partito comunista ansioso di nuovi sostenitori. Mazzolari si schierava invece per una netta denuncia dei guasti e delle responsabilità del fascismo – così come elencati nelle tre lettere all’industriale, al magistrato e al giornalista –, ma su questa base di chiarezza apriva la strada a un reinserimento attivo nella società civile di chi quel regime aveva – più di altri – sostenuto.Su questa linea di riflessione, vale la pena riprendere un altro testo, non a caso pubblicato in una delle prime uscite di “Adesso”: «La Patria non è l’ultima né tutta la casa dell’uomo: se poi si pensa che l’unità raggiunta in suo nome fu spesso a danno dei poveri e a servizio di pochi, posso anche spiegarmi certe indisposizioni e diffidenze. Ma se non è tutta la casa, è una casa dell’uomo, un luogo d’incontro e di sosta, un crocivia, dove si riesce a guardarci un po’ meno torvi: come quando ci si trova in Chiesa, anche se la fede non è la stessa per tutti (...). Come arrivare alla distinzione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare, su cui deporre le armi fratricide e consumare i nostri rancori? Vedo uno star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina; ma non vedo una Patria comune: vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l’italiano. Fascismo e Resistenza, sono due episodi della nostra storia che non vanno deprecati né esaltati oltre certi limiti (...). Se la Resistenza per colpa dei partiti, non avesse perduta la sua iniziale nobiltà, se avesse conservato intatto il patrimonio spirituale dei suoi Morti, se invece di scavare una trincea avesse costruito un ponte, avrebbe salvato l’Italia».La chiusa dell’articolo portava a galla un altro punto che alimentò l’elaborazione di don Primo Mazzolari, propenso a tributare l’onore ai caduti per la causa. Nei primi mesi dopo la liberazione, uscì nell’opuscolo Testimonianze per Sergio Arini e Pompeo Accorsi morti per la libertà un suo commosso ricordo di due suoi “discepoli” uccisi nel 1944, che, a dispetto del titolo, traduceva questa tensione: Non so scrivere di voi. C’è uno scritto interessante in cui Mazzolari mise in parallelo la Resistenza tedesca e quella italiana, esemplarmente incarnate in due figure chiave di cui erano usciti praticamente a caldo i rispettivi profili per ricostruirne il martirio. Riflettendo sul gesuita tedesco Friedrich Muckermann, il parroco di Bozzolo puntualizzò: «Non nego che questo modo di sentire “non sia facilmente comprensibile e in parte qualificabile”; esso però denuncia il carattere passivo della Resistenza tedesca, poiché in Germania la fedeltà alla patria tedesca sovrasta ogni altra fedeltà». Per contro, indagando sull’itinerario biografico di Teresio Olivelli, il prete cremonese scrisse: «Egli, infatti, è su questo piano di rivolta al male senza riserve, di offerta al bene senza limite. Per me è il tipo della nuova generazione cristiana, il quale, con una decisione semplice e incrollabile, si distacca e si oppone al fascismo, dopo averne sofferto, negli avvenimenti e negli uomini più che nell’ideologia, l’irrisolvibile antitesi tra esso e il cristianesimo (...). Basta un cristiano come Teresio Olivelli per giustificare nel mondo la presenza della Chiesa e l’insostituibilità della sua funzione di salvezza temporale ed eterna». Il leit-motiv dell’onore reso al sacrificio fu, per l’appunto, sviluppato in chiave di martirio, non molto diversamente da quanto aveva rielaborato dopo la grande guerra, se, ad esempio, si confrontano i testi dei discorsi tenuti in occasione della ricorrenza del 4 novembre. In questo caso, a proposito di Emi Rinaldini, Mazzolari scrisse lapidariamente: «Ma ci sono i morti. I morti ci lasciano, non tradiscono».Sullo stesso terreno, il parroco di Bozzolo si adoperò per difendere l’onore dei preti uccisi. Nell’estate del 1946, all’indomani dell’uccisione di don Gino Rasori, parroco di San Martino Casola, nel Bolognese, Mazzolari scrisse un articolo intitolato Preti nella tormenta, nel quale denunciava il prevalere dello spirito della “fazione” che non si arrestava nemmeno di fronte alla sacralità del presbitero . L’uscita fece da battistrada a una serie di cinque articoli usciti in agosto sotto l’occhiello comune de «La Chiesa nella tormenta». Sulla stessa linea, per contrastare il tentativo di autoidentificazione con cui nell’immediato dopoguerra i partiti di sinistra tendevano a presentarsi come unici depositari del patrimonio etico della guerra di liberazione, Mazzolari oppose - come ha notato Matteo Truffelli nell’Introduzione agli Scritti politici - il «partito dei martiri», alludendo presumibilmente ai sacerdoti assassinati durante e dopo la guerra civile da fascisti e comunisti: «Sarebbe più giusto dire: sono molte le cose che non vanno. Non sarebbe però giusto dire, come fanno coloro che vogliono il caos: c’è niente che va. Se adesso (...) non mi tenessi il cuore, il suo straripare mi solleverebbe un attimo, ma farei male a molti, spezzando fiducie che voglio invece rinsaldare. Chi pecca contro la speranza pecca contro lo Spirito (...). Due anni fa pensava così anche il “partito degli impiccati”: mostrava almeno di pensarlo. Oggi, su questa posizione da onnipotente stoltezza è rimasto solo il “partito dei martiri”, ma posso assicurare i compagni che ci hanno abbandonato, che questa solitudine non ci fa paura». Il tema, come è noto, rappresentò l’occasione per la sua ultima pubblicazione del 1958 non a caso intitolata I preti sanno morire.
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