giovedì 10 maggio 2018
A cinquant'anni dall'Enciclica di Paolo VI i temi della generazione della vita, della paternità responsabile e dell’intimità coniugale secondo il disegno di Dio continuano a interrogare Chiesa e mondo
Humane Vitae, la libertà e la verità nel gesto d'amore

Il lato sapienziale di Humanae vitae , lealmente affidato dal magistero all’intelligente approfondimento di tutti gli “esperti di umanità” della Chiesa – non solo teologi, filosofi e scienziati, per la loro parte: ma anche l’intero popolo di Dio nell’esperienza e nella riflessività della sua condizione coniugale-familiare, e della sua leale appartenenza credente-ecclesiale – ha il suo cardine nel nesso del concetto di responsabilità parentale. Il testo la nomina prevalentemente come “paternità responsabile”, l’integrazione della coppia è nella linea di una evoluzione logica della sostanza dell’insegnamento, tutto proteso ad assimilare il significato unitivo, e dunque l’intesa deliberata, che deve avvolgere interamente l’intimità sessuale e la generazione filiale. Non trascurerei però il fatto che, in questa giusta integrazione, non appare del tutto privo di senso tenere conto del fatto che l’inerzia del costume, il quale riflette l’esteriorità del maschio all’esperienza della gestazione – gioia e onere intimamente proprio della femmina – consiglia di fare comunque tesoro dell’enfasi posta sullo speciale significato responsabilizzante della formula, riferita all’uomo.

L’accesso al progetto matrimoniale e alla costituzione familiare dei affetti e dei suoi legami significa già di per sé entrare liberamente e responsabilmente nella prospettiva di un ordinamento dell’intimità coniugale alla generazione filiale. L’enciclica rammenta opportunamente la limpida formulazione del dettato conciliare di Gaudium et spes : «Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori». Non si tratta dunque di una opzione aggiuntiva da valutare, in ordine a quel tipo di amore che si stabilisce nell’intimità coniugale dell’uomo e della donna. Si tratta propriamente della sua destinazione, ossia del senso al quale e per il quale esso è intrinsecamente predisposto. È proprio in questa prospettiva che esso definisce la qualità del proprio contenuto affettivo e la logica della giusta soddisfazione che esso può conseguire. In altri termini, è proprio nella coerenza intenzionale e pratica con questo ordinamento che l’amore coniugale fiorisce (o sfiorisce).

La responsabilità dell’amore reciproco e quella della generazione filiale sono intrinsecamente unite: si comprendono nella loro correlazione, si definiscono nella loro armonizzazione, si sostengono nella loro alleanza. Lungi dal mortificarsi a vicenda, devono esaltarsi nella dinamica della loro storia familiare. Rimane però il fatto che, a rigore, la generatività dell’amore definisce, qui, la giustizia dell’attrazione di eros che vi si iscrive e la modulazione del pathos affettivo che la sostiene. La vocazione generativa, qui, è il principio unificante dell’affezione che articola l’intera storia coniugale-familiare, giustificandone la bellezza e la benedizione. La prima Parola della vita, l’assoluto di tutti gli assoluti, il fondamento di tutte le possibilità e le giustizie dell’amore, si lascia intendere alle nostre orecchie e ai nostri sguardi quasi increduli, come generazione del Figlio. Quella che definisce l’increata disposizione della vita di Dio e interpreta l’amore creativo di Dio per la vita.

Mi chiedo come mai, nella pur generosa e pertinente ripresa sentimentale della eloquenza delle metafore nuziali, e persino erotiche, del simbolismo d’amore che illumina la relazione appassionata e struggente di Dio per il suo popolo, questo primato dogmatico della generazione del Figlio rimanga oscurato. Un qualche eccesso di innocente contaminazione romantica, nell’illustrazione dell’analogia trinitaria e cristologica, chiede forse di essere sorvegliata più riflessivamente. In ogni caso, la generazione del Figlio – che invece è un dogma vero, se mai ce n’è uno che qualifica la singolarità della fede cristiana – è un principio che va più generosamente svolto, se si vuole venire a capo dell’enigma e del mistero dell’amore. La beatitudine di Dio è felicità della generazione (e amore che non ripiega semplicemente su se stesso, ma si effonde come Spirito). Di qui procede, verosimilmente ogni amore e ogni giustificazione dell’amore. La depressione della felicità della generazione, perfezione originaria dell’amore, e non derivata dall’auto-affezione, minaccia concretamente di diventare una cifra dell’epoca. Certo, un qualche involontario incoraggiamento ha pur ricevuto dalla debolezza con la quale abbiamo ceduto alla volgarizzazione popolare-ecclesiastica dell’intimità sessuale come piacere e della generazione filiale come dovere, quasi per definizione.

In realtà, il piacere e il dovere, la felicità e la responsabilità abitano entrambi, in vista dell’affinamento della loro unione all’altezza dell’umana dignità dell’amore che istituisce la comunione coniugale-familiare della trasmissione della vita. In ordine a questo affinamento, Humanae vitae introduce il tema della parentalità responsabile «sulla quale oggi a buon diritto tanto si insiste e che va anch’essa esattamente compresa». L’intima unione del significato unitivo e del significato procreativo istituisce la giustizia dell’atto proprio dell’intimità coniugale. L’integrità di tale unione attiene alla struttura simbolica dell’atto coniugale: custodisce il significato naturale dell’affetto coniugale, anche indipendentemente dall’effetto procreativo, che i ritmi naturali delle sue condizioni già di per sé non impongono automaticamente. In questa cornice, appare giustificabile (onesta, lecita, coerente) la pratica dell’intimità coniugale che riconosce e asseconda la naturale sospensione dell’effetto generativo, mentre risulta ingiustificabile la pratica che procura e impone un’artificiosa sterilizzazione dell’atto coniugale.

L’evitamento della procreazione effettiva, che si giustifica in termini di generazione responsabile, rimane dunque saldamente ancorato alla volontà di custodire l’integrità simbolica dell’atto propriamente coniugale (e la felicità generativa della sua destinazione alla filiazione e alla fraternità). Esso si mostra, proprio così, affidato al dominio della libertà sulle passioni: che presidia la qualità umana dell’intimità e custodisce la disposizione divina della generazione. Il ritmo “personale” dell’unione e dell’astensione, che armonizza la signoria della volontà con il ritmo “naturale” della fecondità e dell’infertilità, appare come il paradigma di un percorso di educazione e di maturazione prezioso. Il Papa si mostra convinto della trasparenza di questo percorso e ne rilancia – non senza un pizzico di provocazione – la capacità di diventare addirittura un terreno di intesa culturalmente praticabile.

Paolo VI è consapevole del fatto che «questo insegnamento non sarà forse da tutti facilmente accolto» ( HV 18). Nello stesso tempo, altrettanto francamente, riconosce l’onere che questa linea di responsabilità comporta, in ordine alla conciliazione delle dinamiche coniugali con la fedeltà ai suoi principi. La comprensione dei momenti in cui questa fatica deve fare i conti con la nostra fragilità e vulnerabilità è nel conto di questa consapevolezza.

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