sabato 23 maggio 2015
Era il 1965 e la Francia mal digeriva i primi passi della politica europea. Temeva infatti che gli inglesi, considerati la longa manus degli americani, si imponessero nelle scelte della Cee mettendo in secondo piano il ruolo e gli interessi di Parigi. Per questo a luglio sarebbe scoppiata la “crisi della sedia vuota”: il presidente De Gaulle per sette mesi avrebbe boicottato le riunioni della “Commissione dei Sei” (che riuniva i capi dei governi delle nazioni aderenti) bloccando ogni iniziativa dell’organismo internazionale. E fu un grattacapo anche per il presidente del Consiglio italiano Aldo Moro alla guida del semestre europeo. Insomma, a Bruxelles l’equilibrio tra i Paesi membri incominciava a scricchiolare, sul continente incombevano gli effetti della 'guerra fredda' e bisognava fare qualcosa per non buttare all’aria il grande disegno tracciato da De Gaspari, Schuman e Adenauer. Per uscire dalla “morsa anglosassone” e riaffermare l’equidistanza francese dai blocchi Usa e Urss, il titolare dell’Eliseo pensò di rilanciare l’asse politico stabilito con i tedeschi all’inizio dell’avventura europea. Ma come avrebbe fatto il fondatore della Quinta Repubblica a convincere i transalpini che gli “ex occupanti germanici” potevano essere buoni alleati? «Per favorire l’amicizia tra i due popoli ci vorrebbero dei giochi che facciano incontrare i giovani e conoscere le città...» tuonò il generale richiamando Intervilles, la trasmissione di Guy Lux che mieteva ascolti in quegli anni su Tf1, la prima rete statale di Francia. Il format originale era quello di Campanile sera, il torneo presentato da Mike Bongiorno che dal 1959 al 1962 sul Programma Nazionale della Rai aveva messo di fronte i Comuni del Nord e quelli del Sud d’Italia per oltre cento puntate tra l’entusiasmo del pubblico. Nacque così l’idea di Jeux sans frontieres, Giochi senza frontiere, una delle produzioni più longeve e seguite della storia della televisione: 30 edizioni per 300 serate con collegamenti in Eurovisione, più di cinque miliardi di telespettatori in Europa e share che superarono spesso quelli delle Olimpiadi. Negli anni ’70 tutta l’Italia si fermava per vedere il programma, gli ascolti raggiunsero spesso i 20 milioni di utenti a puntata.  Ma emersero subito dubbi: il duello tra Francia e Germania Ovest si sarebbe potuto trasformare in uno scontro da tifo calcistico, poco utile per governi che invece volevano stringersi la mano con un sorriso. Si pensò allora di attutire la competizione allargandola ai “cugini” di Italia e Belgio. Il Regno Unito sarebbe arrivato due anni dopo, con l’inevitabile coinvolgimento di tutti i partner europei di allora.  La puntata inaugurale andò in onda il 26 maggio del 1965: cinquant’anni fa. Come conduttori la Rai scelse Enzo Tortora e Giulio Marchetti. Alla fine della prima edizione, dopo le nove puntate che allietarono l’estate televisiva dei quattro Paesi, la spuntarono ex aequo i belgi di Ciney e i francesi di Saint-Amand-les-Eaux. Le località italiane che passarono sullo schermo furono Camogli, Orvieto, Ischia. Ascolti al top e una buona pubblicità per il turismo. L’Unione Europea di Radiodiffusione (l’ente che riunisce gli operatori pubblici nazionali del settore radiotelevisivo) decise allora di produrre Giochi senza frontiere fino al 1982 e di riprendere “a furor di popolo” la programmazione nel 1988 proseguendola per altri undici anni. La trentesima e ultima serie si svolse nel 1999: otto puntate, dal 3 luglio al 31 agosto, con il trionfo finale di Bolzano. Ci furono anche edizioni speciali (Macao, 1990) e invernali, denominate Giochi sotto l’albero (1971-1989) e Questa pazza, pazza neve (1977-1991). In 30 anni sono state 20 le nazioni cimentatesi nelle prove, sempre divertenti e bizzarre, organizzate nelle piazze e davanti ai monumenti più rappresentativi del Vecchio Continente. Tra queste anche Svizzera, San Marino e Tunisia che non faranno mai parte dell’Unione Europea. I giochi richiamavano le tradizioni e la storia della città che ospitava la puntata prendendo spunto da una cattedrale, un personaggio, una battaglia, un piatto tipico. Ai microfoni della postazione Rai si susseguirono, tra gli altri, Rosanna Vaudetti, Ettore Andenna, Milly Carlucci, Claudio Lippi, Maria Teresa Ruta, Carlo Conti, Antonello Dose e Marco Presta. Inflessibili, e serissimi, i giudici, gli svizzeri Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi che facevano precedere il via di ogni prova con il loro francesissimo, ma universale, conto alla rovescia: « Attention... trois, deux, un... ».
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