mercoledì 19 marzo 2014
David Stevenson, storico della London School of Economics, ha dedicato una vita accade­mica agli anni tra il 1914 e il 1918. Una delle sue mono-­grafie, La Grande guerra: u­na storia globale , imponente ricostruzione di quegli avvenimenti, è sta­ta pubblicata in italiano da Rizzoli. Professor Stevenson, Prima e Seconda guerra mondiale: dopo diversi decenni è meglio continuare a studiarle separata­mente o è meglio leggerle come un uni­co evento? «È bene considerarle due guerre separa­te con caratteristiche comuni. La Germa­nia combatté la seconda come se fosse u­na continuazione della prima, non così l’Italia. Dalla prospettiva britannica e quella francese c’erano so­miglianze con la prima guerra, ma la diversità di combattere il nazismo ri­spetto all’impero austro­ungarico divenne eviden­te soprattutto a partire dal 1941. Due conflitti diversi anche nel senso che una guerra non fu la conse­guenza inevitabile dell’al­tra. Se si guarda ai trattati di pace di Versailles, si ve­de come alla Germania fu impedito di avere un eser­cito di più di centomila uomini, di possedere gas tossici e carri ar­mati, e la marina militare fu ridotta dra­sticamente. La Germania non era nelle condizioni di iniziare un’altra grande guerra, nonostante il fortissimo risenti­mento nazionalistico». Si può dire che con la Prima guerra mon­diale finì l’era degli imperi europei? «Fu la fine per alcuni, come l’impero au­stro- ungarico, e un indebolimento per al­tri, come l’impero britannico. Non fu un caso che alla fine delle ostilità quest’ulti­mo dovette far fronte a diverse crisi si­multanee: sollevamento in Irlanda, inci­denti in India, Egitto e Iraq. E l’indipen­denza dell’Irlanda può essere considera­ta la prima tappa del processo di decolo­nizzazione. Quando nel 1914 il Regno U­nito dichiarò guerra, il Canada e l’Austra­lia furono automaticamente nel conflit­to: non fu così nel 1939, grazie alle con­cessioni fatte dai britannici negli anni ’30. All’India fu promesso un governo soft nel 1917. Dal punto di vista globale, si può os­servare come la presa delle nazioni euro­pee sull’Asia, nel 1914, fosse già molto più debole rispetto a quella sull’Africa. In A­frica l’impatto della guerra fu molto mi­nore, non stimolò movimenti nazionali­stici. Da questo punto di vista la seconda guerra fu molto più importante». La Grande guerra fu una strage immane. Quale fu l’impatto del numero delle vittime e delle modalità in cui trovarono la morte? «La guerra di trincea significò grandi of­fensive militari, con un altissimo nume­ro di morti e pochissimo territorio con­quistato. Da questo punto di vista, un massacro senza senso. L’impatto di que­ste morti fu enorme – pensiamo all’Italia, i cui caduti furono quasi quanto quelli del­la Gran Bretagna, ma in condizioni più tragiche – ma fu sentito particolarmente dopo la guerra, non durante. Quando la disciplina degli eserciti venne meno nel 1917 e 1918 non fu solo per il numero dei caduti ma per il fallimento di un’offensi­va o di una strategia, come in Italia dopo Caporetto, cioè dopo una serie di di at­tacchi sull’Isonzo con scarsissimi risulta­ti. Avvenne una cosa simile all’esercito francese nel 1917 e all’esercito tedesco nel 1918. L’opinione pubblica sembrò riusci­re a digerire il tutto fin tanto che fu viva una prospettiva di vittoria e il conflitto sembrò “giusto”». Degli aspetti politici e militari si sa mol­tissimo. Non ci furono anche motivi più o meno inconfessabili di tipo economico dietro allo scoppio del conflitto? «I vari Paesi non entrarono in guerra per ragioni commerciali o economiche o co­munque queste non furono determinan­ti. Nemmeno per gli Stati Uniti. Per loro fu decisivo l’affondamento del transatlanti­co Lusitania e nei confronti dell’opinio­ne pubblica il telegramma intercettato con cui la Germania pensava di offrire un’alleanza segreta al Messico per la ri­conquista di territori perduti. Per Woo­drow Wilson, invece, il fatto che si sareb­be inevitabilmente ristrutturato il siste­ma politico internazionale e sarebbe sta­to cruciale avere un ruolo in quella fase. A livello economico gli Usa avrebbero po­tuto certamente rimane­re neutrali, in una posi­zione vantaggiosa, con­tando che la guerra sareb­be stata estremamente costosa. Di fatto l’econo­mia americana andò assai meno bene nel biennio della guerra rispetto a quanto aveva fatto nel biennio precedente. Cer­to, come tutte le guerre anche questa ebbe i suoi retroscena economici, al­cuni poco considerati. Un paio di esempi: i tedeschi prima del 1914 erano preoccupati dello sviluppo industriale della Russia, che ne­gli anni attorno al 1909 cresceva proba­bilmente più della stessa Germania. Rus­sia che usava molto di quel denaro per potenziare l’armamento. La paura dei te­deschi era quindi di perdere la corsa agli armamenti con i russi e i francesi. E non perché l’economia tedesca non generas­se risorse, ma perché Russia e Francia a­vevano molta più facilità a raccogliere de­naro con la tassazione: prima del 1914 la Germania era una federazione, con tutti i vincoli fiscali connessi. Per quanto ri­guarda invece il petrolio, questo divenne importante solo alla fine della guerra. Il Medio Oriente non era ancora un pro­duttore importante e i più grandi espor­tatori prima del 1914 erano Stati Uniti e Russia. L’Iran, cioè la Persia, iniziò ad ac­crescere la sua importanza a guerra co­minciata, così come l’attuale Iraq. Que­sto è il motivo per cui i britannici a un cer­to punto cercarono il controllo della Me­sopotamia e alla fine l’ottennero».
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